ADELCHI BARATONO.

FONDAMENTI DI PSICOLOGIA SPERIMENTALE.


1906 Fratelli Bocca Editori, Torino.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi e Paolo Alberti per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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INDICE.
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Prefazione del Professor Enrico MORSELLI: La Psicologia scientifica o positiva e la reazione neo-idealistica.
Avvertenze dell'Autore.
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Capitolo 1. Psicologia filosofica e Psicologia sperimentale:
1. La Psicologia sperimentale.
2. Filosofia e Scienza.
3. Le scuole filosofiche.
4. I problemi filosofici.
5. [Segue:] I problemi filosofici.
6. [Segue:] I problemi filosofici.
7. I fatti psichici.
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Capitolo 2. Le ricerche psicofisiche:
1. I metodi di ricerca.
2. I metodi della Psicofisica.
3. Dati e ricerche psicofisiche.
4. Fisiopsicologia.
5. Piacere e dolore.
6. La conoscenza sensibile.
7. L'esteso.
8. Il tempo.
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Capitolo 3. - Seguono le ricerche psicofisiche:
1. I fatti rappresentativi.
2. La memoria.
3. La percezione di primo grado.
4. Le percezioni secondarie.
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Capitolo 4. - Le ricerche psicofisiologiche:
1. Il valore dei fatti psichici.
2. Teorie delle emozioni.
3. Il rapporto psicofisiologico.
4. L'attenzione.
5. La volont.
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Fine Indice.
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PREFAZIONE. del Prof. ENRICO MORSELLI.
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La Psicologia scientifica o positiva e la reazione neo-idealistica.
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Non  facile scrivere una prefazione per un libro, come questo di Adelchi Baratono - libro denso di forma, ricco di pensieri, cospicuo per dottrina e per acume critico, su di un argomento d'indole austera e riservato a pochissimi capaci di approfondirlo: - no, non  facile. Ed io, per quanto gratissimo all'autore dell'invito cortese ch'ei mi ha fatto, forse, letto il bel lavoro, mi sarei ritratto dall'ardua impresa, se l'argomento non mi stesse a cuore, se il Baratono non mi porgesse occasione di lodarlo apertamente e, lodandolo, di esprimere cos il mio avviso intorno al grave momento attuale della Psicologia scientifica.
Potrei, forse, sciogliermi dall'impegno contentandomi di una semplice presentazione? Ma fra i cultori serii e competenti della Psicologia, il distinto docente  oramai ben noto e stimato pe' suoi lavori antecedenti di Filosofia e sopratutto per quelli ottimi di Psicologia: io non sarei che una voce di pi nel coro generale di elogi. E in quanto al gran pubblico, non  il caso d'intercederne o di sollecitarne l'attenzione: questa verr non appena gli studiosi e i lettori attratti dal titolo s'accorgeranno del modo personale con cui questo libro  stato concepito e scritto.
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Non  pertanto dell'Autore n del libro che io debbo parlare in questa mia prefazione: mi parrebbe di compiere un'opera superflua lodando l'uno, raccomandando l'altro. Debbo piuttosto dire, qui, le ragioni per le quali ad un cultore della Psichiatria e dell'Antropologia, per quanto non estraneo agli studii filosofici,  stato assegnato dall'Autore il cmpito di queste poche pagine di prefazione.
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Io immagino, prima di tutto, che se il prof. Baratono mi ha onorato del suo invito, ne ha avuto per motivo personale il ricordo, che io mi auguro in lui non discaro, de' tempi in cui egli volenterosamente era fra i pi diligenti uditori del mio corso di Psichiatria. Egli sa e conosce il mio attaccamento costante e indefettibile al metodo sperimentale e all'indirizzo positivo in Psicologia: sa che io non comprenderei la branca medica da me coltivata, senza uno studio accurato, esteso, dell'elemento psicologico-clinico e, con ci, senza la conoscenza profonda del dato psicologico dottrinale.
 vero che in una recente occasione  (nelle poco serie polemiche sollevate attorno al Congresso internazionale di Psicologia di Roma) si  affermato che gli sperimentatori in Fisiopsicologia, massime gli alienisti e gli antropologi, sono degli "intrusi" e degli incompetenti nel campo psicologico, nel quale dovrebbero spadroneggiare e abbandonarsi alle loro abituali sarabande soltanto i "filosofi" di professione e i "metafisici" di mestiere (1). Ma per fortuna vi sono anche quegli studiosi serii e sereni, che, al pari del Baratono, conoscono la storia della Psicologia moderna, e sanno che la nostra pi perfetta conoscenza del fatto psichico normale ricevette lumi meravigliosi dalle osservazioni degli psicopatologi, dei clinici, degli anatomici, dei fisiologi e che quando i puri psicologi hanno voluto allargare e consolidare la base scientifica della loro disciplina, hanno dovuto ricorrere  (esempio notissimo il Ribot) ai dati della Psicopatologia. Del resto, non sono i filosofi odiernissimi, tutti abbastanza mediocri, tranne rarissime eccezioni, quelli che hanno costruito l'edificio della Psicologia contemporanea nelle sue parti pi nuove e pi sicure: sono matematici e fisici come Helmholtz, fisiologi e fisici come Wundt, clinici medici come Kussmaul, neuropatologi come Charcot e Wernicke, patologi come Stricker e Lange, biologi come Darwin e Romanes, antropologi come Lubbock e Tylor, istologi come Ramon e Flechsig, alienisti come Morel e Janet..., per non citare che i primi cadutimi automaticamente dalla penna.
Dovr io difendere la Psichiatria dall'accusa d'inframettersi nel campo psicologico?! Donde son venute alla Psicologia dottrinale - sia o non sia "filosofica" - certe nozioni fondamentali sulla percezione, sulla cenestesi, sulla memoria ed immaginazione, sulla attenzione, sulle associazioni ideative, sulle costruzioni logiche, sul ragionamento, sull'emotivit, sulle passioni, sull'automatismo, sul sentimento morale, sulla volont, sulla eredit dei caratteri acquisiti, sulla personalit, ecc. ecc.? A nulla avrebbero valso gli studii sulle illusioni ed allucinazioni, sulle amnesie, sulle abulie, sulle ossessioni e fobie, sui delirii, sulle psicosi, sulla degenerazione intellettuale e morale? A nulla, le memorabili induzioni cliniche sulle afasie, sulla cecit e sordit verbale, ossia sul meccanismo fisiopsicologico della funzione del linguaggio? A nulla, le osservazioni sui sogni, sull'ipnotismo, sulla suggestibilit, sulle disgregazioni della coscienza, sul subcosciente o subliminale?!...
Solo un infatuato neo-idealista  (o neo-opportunista?) pu negare che la clinica delle malattie mentali e nervose, che la Psicopatologia in genere, abbia arrecato grandi vantaggi alla Psicologia positiva, ne sia stata, anzi, una delle fondamenta pi sicure. Ma a sua volta la conoscenza dei metodi obbiettivi d'investigazione psicologica ha guidato gli alienisti ad una migliore intelligenza del fenomeno psicopatico. Per questo si ritiene dai filosofi, viventi nella pura sfera dell'astrazione, che i cultori della Psicologia patologica siano continuamente ed esclusivamente guidati da un sistematico dispregio della psicologia introspettiva; per questo si assevera erroneamente che, abituati alla ricerca delle sole manifestazioni esteriori della psiche, essi abbiano perduto il concetto della interiorit, per cos dire, del fatto di coscienza, a toccare il quale ogni osservazione esterna, venga pur compiuta con esperimento fisiologico, o con esame clinico, o con inchieste, o con ricostruzione storica, rimane e rimarr insufficiente ed impotente.
Ora, il Baratono sa e ricorda, forse, che questa non  la mia posizione nel campo delle scienze psicologiche. Da quando mi accostai allo studio dell'alienato  (e anche da molti anni prima, cio da quando mi sentii attratto, in pi giovane et, agli studii filosofici) io non ho cessato mai dal rivolgere gli occhi del corpo e della mente verso il campo luminoso della speculazione filosofica, che in Psicologia si  espressa e resa gloriosa mediante l'analisi soggettiva degli stati e degli atti psichici. E pi tardi, nell'incominciare il mio insegnamento di clinica psichiatrica alla Universit di Torino, il 2 marzo 1881, io dicevo: che il corpo dottrinale della nuova, della moderna Psicologia emana da due sorgenti ben distinte, dalla Psicologia descrittiva, analitica o subbjettiva, e dalla Psicologia empirica, o sintetica od obbjettiva. La prima  il prodotto della introspezione ed osservazione interiore; la seconda si serve della ispezione, dello sperimento, dell'investigazione esteriore. Inoltre, esplicitamente aggiungevo: "La Psicologia analitica o subbjettiva, anche applicando il metodo dell'osservazione interiore, dovr trasformarsi in rapporto all'ufficio che le spetta fra le scienze psicologiche, ma ad onta di ci non  destinata a scomparire, come pare a qualcuno" (2).
Il "qualcuno" alludeva naturalmente a quei positivisti, che fanatizzati dalle prime risultanze del metodo obbjettivo, avevano cantato i funerali della Filosofia cos in Psicologia come in ogni altra scienza naturale e morale. In allora s'era dominati, in tutti i modi, dall'odium antiphilosophicum, contro il quale io sono stato fra i primi a protestare iniziando in quell'anno stesso la "Rivista di Filosofia scientifica" (3), e con ci sottoponendomi a critiche e ad ironie da parte dei puri scienziati tecnici imperanti nelle Universit italiane, ciechi volontarii  (allora!) rispetto alla luce filosofica.
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Non  adunque per un compromesso con le odiernissime correnti neo-idealistiche ed antipositivistiche, che io rammento quella mia spontanea posizione mediatrice fra la scienza organicistica, o come si diceva allora e si ripete adesso, materialistica, e la Filosofa:  soltanto per far sapere a chi lo ignorasse, che anche tra gli alienisti e i positivisti ve ne sono stati, e ve ne sono ora, parecchi, convinti che l'analisi interiore fa parte indispensabile della ricerca psicologica,  anzi il lume che guida l'osservatore o lo sperimentatore a ben intendere i fatti di coscienza, dei quali egli non iscorge che gli effetti, o le espressioni, o le reazioni.
Ma l'ostracismo degli introspezionisti odierni, dei "filosofi dello spirito", non riguarda esclusivamente gli alienisti, i fisiologi e i clinici; non riguarda solo gli antropologi, gli etnografi, i mitologi, i sociologi, che hanno saputo fornire alla Psicologia contemporanea, scientifica o positiva, tante preziose informazioni sugli stati d'anima dei diversi tipi e gruppi umani collettivi: -  quasi certo che sono respinti dal tempio anche quei pedagogisti e indagatori dell'anima infantile, che hanno illuminata con le loro osservazioni la ontogenesi psichica; - ed infine  da temersi che non vengano anatemizzati, in nome della reazione neo-idealistica, tutti quegli sperimentatori che si sono occupati di Fisiopsicologia, e di Psicofisica, e di Psicometria, e di Psicologia individuale, con metodi sperimentali, fuori delle Facolt letterario-filosofiche, fuori delle aule cattedratiche dei Licei! A tutti questi studiosi positivi, a tutti questi investigatori dei fatti psichici toccher l'accusa di non aver trattate le questioni psicologiche "con seriet", perch questa  la dote soltanto di chi ha "la capacit ad osservare e ad analizzare i fatti di coscienza"  (De Sarlo): e questa dote, s'intende, spetterebbe di diritto o per professione solo ai filosofi diplomati!
Ora,  verissimo che la Psicologia positiva, data la sua stessa indole di scienza sperimentale, assegna all'osservazione esteriore ed all'esperimento la massima importanza: ma  falso ch'essa ignorasse la sua vera posizione di fronte agli stati e mutamenti interni di coscienza. Si possono leggere, ad esempio, le centinaia di pagine che io ho dedicato a tale questione, or sono undici anni, in un'opera di Psicopatologia clinica generale (4). Posso affermare che nello stesso tempo, io quale psicologo, e con me tutti gli psicologi positivisti non avversarj sistematici e iracondi, ma rispettosi della speculazione filosofica, - se abbiamo sempre voluto che la Psicologia introspettiva fosse guidata con metodi analitici severi e con positivit d'intenti alla conoscenza ed all'esame dei fatti interiori avverantisi nella coscienza dello studioso, - abbiamo anche sostenuto che la Psicologia scientifica di laboratorio o di clinica doveva severamente predisporre la ricerca ad analizzare le manifestazioni esteriori delle coscienze altrui, umane od animali, prese a studiare, partendo dal principio che la interiorit era raggiunta solo in modo indiretto, o, come io dissi, "ejettivo", per quanto sufficiente ai fini della ricerca medesima.
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Questa maniera conciliante - e sia pur detta eclettica - di considerare la ricerca psicologica come prodotto della fusione e dell'ajuto scambievole di due metodi egualmente proficui ed egualmente positivi, non sembra contentare certi ipercritici del positivismo, cio quel gruppo di studiosi, pi idonei a disquisizioni accademico-letterarie che non a investigazioni scientifiche, i quali si sono immessi nella nuova corrente neo-idealistica, e piuttosto che dominarla con un equo e sano apprezzamento delle esigenze dell'odierna coltura, se ne lasciano trascinare (5).  in risposta luminosa ed imparziale a costoro che l'opera del Baratono apparir scritta e meditatamente coordinata nelle sue diverse parti;  alla critica antipositivista, antiscientifica dei seguaci del neo-idealismo, che io sono lieto di opporre un lavoro serio, rigoroso e profondo, dov' data ragione della necessit di un temperato accordo fra le due tendenze ingenuamente credute od artatamente presentate come inconciliabili avversarie. Dir anch'io con A. Binet: "Les avantages de l'observation ne s'clipsent pas devant ceux de la spculation, et ceux de la spculation,  leur tour, ne portent pas atteinte  ceux de l'observation" (6).
Ma no; questa mutualit di servigi fra le due grandi correnti del sapere, che sono antiche e coeve da quanto dura il pensiero filosofico, non basta pi ai neo-idealisti. Essi proclamano, senz'altro, il "fallimento" della Psicologia sperimentale o scientifica; essi vogliono che la Psicologia cessi dall'essere "biologica" e ritorni ad essere "propriet dei filosofi"; essi sostengono che tra la natura e lo spirito si  risollevata l'antica insuperabile barriera. Di guisa che tutte le indagini positive, psicofisiche, fisiologiche, fisiopsicologiche, demopsicologiche, etologiche, etnografiche, antropologiche, psichiatriche; tutto l'immane lavoro compiuto dai biologi, dagli antropologi, dai sociologi, dagli alienisti, dagli anatomici, dai fisiologi, dagli zoologi, dai psicologi di laboratorio; tutto il contributo della storia, della glottologia, della mitologia ecc.; - insomma, tutta la "ricerca scientifica" sui fenomeni mentali, nel puro e pi largo senso della parola, sarebbe rimasta inutile, infeconda, presuntuosamente e fallacemente presentata come idonea a chiarire i fenomeni dello spirito, miseramente caduta invece nel nulla davanti al risorgere dei nuovi "ideali" filosofico-letterarii e delle nuovissime "intuizioni" dell'anima moderna (7).
Vi  per l'aria un gran rumore di "cadute" consimili; ma io dubito, che il clamore dei gridanti intempestivamente vittoria non serva a colorire la inanit dei loro tentativi di scrollare la scienza positiva dalle sue salde e oramai infrangibili basi. Sulla qualifica di "positiva" si mantiene, a tale scopo, un equivoco: tale termine viene presentato maliziosamente o ingenuamente quale sinonimo di "positivistica", e a sua volta sotto quest'ultima denominazione si confondono ad arte il positivismo metodologico che informa la ricerca empirica in Psicologia, e il positivismo antimetafisico che costituisce un sistema o una dottrina in Filosofia.
Certo, il positivismo non va pi inteso nel modo ristretto con cui lo si intendeva ed applicava rigorosamente, sistematicamente, verso la met del secolo scorso ed anche negli ultimi suoi decennii. Il comtismo genuino, puro, aveva mutato profondamente il metodo e il senso dell'interpretazione dei fatti conoscitivi, ma s' pur esso di buon'ora liberato, o meglio, astenuto dalle sue prime intemperanze per opera di Littr, di Wirouboff, di Stuart Mill, di Spencer, di Ardig, non aveva seguito Augusto Comte nell'ultimissima fase del suo pensiero, e pi che il sistema di filosofia ne aveva accettato, rinvigorito, diffuso il metodo di filosofare. La grande espansione delle scienze fisico-chimiche, delle naturali, delle storico-critiche, aveva dato ragione al principio comtiano del terzo periodo nell'evoluzione del pensiero umano in quanto  concezione del mondo e delle sue forze. Che pertanto il positivismo abbia potuto esagerare i proprii trionfi, e in vista dell'enorme aumento delle nozioni naturalistiche abbia assunto quella tinta che oggi cos acremente gli si rimprovera, cio la tinta "materialistica", o meglio l'indole "meccanicistica", nessuno vorr negare: ma con questo non si toglier al positivismo-sistema il merito di avere contribuito, al pari di ogni altra grande direzione dello spirito umano, a dotare di elementi solidi, costitutivi, fondamentali l'edifizio integrale della conoscenza. Quanto al positivismo-metodo, esso oramai non ha bisogno di difesa: sa benissimo imporsi da s in tutti i campi della conoscenza.
La conoscenza  il prodotto di tutte le varie correnti filosofiche: essa ne risulta in via di sintesi, essa si vien formando a traverso i tempi per opera delle scuole, delle stte e dei gruppi diversi, spesso discordi e nemici, di pensatori. Non c' corrente o indirizzo speculativo che non lasci traccia di s nella costruzione definitiva che il pensiero umano innalza dai secoli e che completa e arricchisce di secolo in secolo.  cieco o  fanatizzato delle proprie opinioni colui che non vede e non sente perdurare nel pensiero di oggi le traccie di tutti i pensieri d'jeri e di avant'jeri. Nell'affannosa millenaria ricerca della Verit l'intelletto umano solleva sempre qualche lembo del mitico e metafisico velo. Noi viviamo filosoficamente anche oggi con parte delle immagini ed idee interpretative degli uomini primitivi: e il fardello sta su le nostre spalle, nell'animismo antropomorfico ad esempio, da migliaia di anni o di secoli, senza che ce ne accorgiamo. Un sottosuolo di pensiero preellenico e protellenico  (forse egizio caldaico?), una base pi solida e imperitura di pensiero ellenico, frammenti di pensiero neo-alessandrino e protocristiano, frantumi di pensiero scolastico, materiali pi eletti di pensiero baconiano, cartesiano e bruniano, e pi ancora pietre ben pulite e meglio disposte, cementi di scelta lasciatici in eredit da tutti i grandi filosofi moderni, da Cartesio a Kant, da Hume e Shaftesbury a Hegel, da Vico a Spencer, da Leibnitz a Schopenhauer, tutto ci ha servito a costruire la "filosofia universale". L'edificio  disforme, sia pure, ma consta nel suo ammirabile insieme da tutte queste porzioni, ciascuna delle quali contribuisce ad innalzarlo, a consolidarlo, a ingrandirlo, ad ornarlo. N Platone o Democrito, n Tommaso d'Aquino o Bernardino Telesio, n Malebranche o Gassendi, n Locke o Rosmini, e neppure Cousin o Mamiani, hanno ai loro tempi filosofato invano: vi  del buono in ogni filosofia, perch nessuno ci ha ancora data la verit; e solo i miopi del sistematismo, sia esso materialistico, sia esso idealistico, possono lusingarsi d'aver ragione piena ed intiera, e sopratutto d'aver debellato i sistemi avversi. I problemi sono posti, ma nessuno ha ancora la chiave che tutti li apra e risolva: altrimenti sarebbe ozioso cercare con seriet l'oro che si trova nelle tonnellate di minerale scavate dalla storia della Filosofia. Ed  qui, per appunto, che i neo-idealisti cadono in una lamentevole contraddizione (8).
Questa mia affermazione potr sembrare incolora, e perci incontrare gli strali e i sogghigni dei soliti infatuati d'un sistema e d'un metodo unico di filosofia: ma in sostanza la odiernissima filosofia "neo od iper-critica" altro non fa che confessare, esplicitamente o no, il bisogno di assumere, di fronte ai sistemi troppo chiusi e vigili, un atteggiamento di riserbo, quasi direbbesi scettico (9). Chi fra gli uomini, sieno o no filosofi o mistici, possiede ancora la verit?
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Ma non pensi intanto il neo idealismo di aver distrutto il positivismo ne' suoi effetti stabili, duraturi. Ci che la scuola positiva ha dato alla Filosofia non sar cancellato facilmente dai nuovi "sentimentalismi" o "volontarismi" antropomorfici, n dai nuovi pi o meno nebulosi "intuizionismi".  in quanto alla Psicologia positiva o scientifica, il suo empirismo, oltre ad aver dato contributi utilissimi - cos scrisse il prof. Villa - alla "psicologia dell'uomo normale adulto"  (egli dimenticava tutti gli studii di psicogenia umana e comparata!), non  stato privo di valore e di significato filosofico: tutt'altro! Nessuno potr, senza sollevare un ironico sorriso, negare la dignit e la competenza di filosofi ad un Weber, ad un Fechner, ad un Helmholtz, ad un Mausdley, ad un Ribot, ad un Galton, ad un Ladd, ad un Ebbinghaus, ad un Sergi, ad uno Ziehen, ad uno Stanley-Hall, ad un James, ad un Hffding, ad un Sully, ad un Binet, che sono i rappresentanti pi eccelsi dell'indirizzo empirico o fisiologico.
La Psicologia sperimentale e positiva, la Psicologia "biologica" avr forse in sulle prime fatto troppo a fidanza sul metodo oggettivo, ma non ha mai disprezzata, come si pretende (10), l'introspezione nella ricerca del fatto di coscienza. Io non ho spazio per dimostrare questo punto storico, che d'altronde si trover pi volte toccato, e assai bene, dal Bararono: mi limiter a citare alcune scoperte della Psico-biologia, nelle quali i psicologi della scuola scientifica hanno fatto - e con quale successo! - della introspezione, dell'analisi di fenomeni subbjettivi, pi utile certamente di quella che possa compiere un filosofo-psicologo idealista o intuizionista, ponendosi al suo tavolo per stemperare in accademiche lungaggini o in colonne di virtuosit briosa le solite disquisizioni di "Filosofia teoretica".
Il linguaggio interno, quella che oggi dicesi endofasia, non fu forse conosciuta specialmente per merito del patologo Stricker, che ne analizz nel proprio apparato fonico le manifestazioni ejettive? E la stessa differenza tra reazione sensoriale e reazione muscolare - argomento sfruttato in modo inatteso dagli antisperimentalisti - non venne forse accettata dal Lange e dagli altri psicocronologi sulla interpretazione critica delle osservazioni compilate su di s dai soggetti di esperimento? E come procedettero il Flournoy e gli altri psicofisiologi nella indagine delle sinestesie, fra cui tipica la cosiddetta "udizione colorata", se non giovandosi del metodo empirico delle inchieste psicologiche? E le diligentissime ricerche del Kiesow sulla sensibilit tattile, termica ecc. non hanno fondamento nelle pazienti e multiple prove sull'attitudine percettiva dei proprii punti dermici? E il sempre rimpianto Buccola non indag forse su di s stesso la memoria organica della scrittura, nel mio laboratorio psicologico di Torino? Ed io pure, come altrimenti riuscii a stabilire le leggi proporzionali nella riproduzione mnemonica delle lunghezze, ossia la rappresentazione mentale dello spazio?
Si pu risalire ai primi passi della Psicologia positiva, e vi s'incontra sempre l'uso intelligente e finissimo del metodo introspettivo. Cos Alfredo Maury studi su di s, durante il sonno, l'origine periferica di molti sogni: origine importantissima per chiarire il meccanismo di certe associazioni psichiche. Cos il Taine, nella sua ammirabile opera sull'intelligenza, seppe avvalersi delle auto-osservazioni sulle alternative ed alterazioni della cenestesi, comunicategli da individui psicastenici. Fu quello forse il primo esempio delle inchieste psicologiche in seguito diventate cotanto comuni.
A proposito delle quali, non sar inopportuno rammentarne il procedimento investigatorio, a base, se non di introspezione propriamente detta, per lo meno di autoscopia, di osservazione soggettiva. So benissimo che il metodo dei questionarii, su cui ha tanto lavorato la psicologia americana  (la pi attiva diramazione di quella originaria tedesca),  pieno di pericoli, di sviste, di induzioni fallaci; e chi l'ha detto fra i primi  uno psicologo positivista, per giunta anche filosofo, Th. Ribot. Ma pur ammessa la sua naturale difettosit, il metodo non resta del tutto infecondo: anzi, chi lo ha sfruttato pi abilmente  proprio la neo-reazione spiritualistica,  il pragmatismo, ricavandone la psicologia della conversione, che  tanta parte della psicologia religiosa contemporanea.
Imperocch, questo deve rimaner fermo a difesa e ad onore della Psicologia scientifica contro gli attacchi dei neo-critici: - essa ha per s un vasto campo di ricerca psicologica, in cui sempre e dovunque e in ogni maniera l'osservazione interiore  utilizzata in quanto alle risposte che pu dare, e nel medesimo tempo  avvantaggiata in quanto ai procedimenti pi severi che deve seguire. Ad esempio, la Psicologia individuale, non solo per riguardo ai fatti d'intelletto ma pur anche per riguardo a quelli di sentimento e di azione,  costruita in buona parte da osservazioni, da esami, da analisi pi o meno elementari sulla propria coscienza affidate da noi ai soggetti di investigazione e di comparazione.
N si vorr obbjettare che questi soggetti siano incapaci di osservare in s stessi le operazioni intellettuali, le modificazioni emotive, gli atti conativi, giacch il riflettersi su di s medesima - come prov Tito Vignoli -  la grande caratteristica dell'umana coscienza. I filosofi, per quanto possano essere competenti in psicologia "teoretica", non hanno il monopolio dell'osservazione ed analisi auto-cosciente, sopratutto oggid, dopo che il metodo introspettivo, lungamente ed abilmente adoperato dai massimi pensatori, ha forse data la parte pi sostanziale di quanto poteva dare. Vi sono, ad esempio, poeti, romanzieri, drammaturghi, storici-biografi, clinici-alienisti, biologi, antropologi, etnografi, sociologi, viaggiatori, indubbiamente altrettanto capaci di osservarsi e di studiare il loro "spirito", quanto lo pu essere un laureato delle nostre Facolt filosofico-letterarie.
E poi, un rapporto immanchevole e continuato coll'introspezione, la Psicologia comparata, la Psicologia infantile, la Psicologia etnica, la Psicopatologia, la Demo- o Sociopsicologia, ce l'hanno sicuramente: ogni osservatore che studii in ciascuno di questi territorii psicologici, vi porta il proprio io - la cosa a lui pi nota - come lume, come criterio, come misura o graduatore gerarchico. La necessit in cui siamo di ammettere sulla terra delle coscienze pi o meno simili e pi o meno evolute della nostra, e che non sono n la nostra coscienza n creazioni fantastiche di essa, costituisce un argomento perentorio per il realismo, per la cosa in s: e a meno dal pretendere d'essere soli a pensare e a percepire nel mondo, a meno dall'attribuirsi la qualit di modulo-tipo universale per tutte le coscienze, bisogner pure che lo psicologo-filosofo-introspezionista non chiuda gli occhi e gli orecchi ai gesti, ai movimenti e alle voci che gli arrivano dalle altre coscienze individuali e pi ancora dalla coscienza collettiva o sociale, di cui la sua - perch non lo ricordano i neo-idealisti? - non altro , se non una derivazione ed un riflesso. E come le intender il filosofo, queste estrinsecazioni delle coscienze da cui  circondato? come le interpreter? come potr, nello spazio e nel tempo, rinserrare la nozione del mondo spirituale o psichico entro i confini posticci e sfrangiati del suo "subbiettivo"?
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Per sostenere che l'indirizzo empirico, "extrospettivo", in Psicologia  fallito, converrebbe supporre che i psicologi tecnici di laboratorio fossero incapaci di comprendere i problemi conoscitivi, che da Kant in poi formano il tic, la ossessione dei filosofi, arrogantisi, non si sa come, la comprensione della gnoseologia ed epistemologia. Il cos detto "spirito filosofico" non appartiene soltanto agli idealisti e ai neo-hegeliani: esso si  realizzato, come ricordai, in moltissimi positivisti non dell'ultim'ora; forsanche nessun cultore della filosofia positiva pens a negare le benemerenze, per dirne uno, di Descartes, quanto i campioni del neo-idealismo e neo-ipercriticismo s'infuriano a negare quelle di Stuart Mill o di E. Spencer (11).
Per non si creda di cantare adesso il peana del trionfo perch il Bourget scrive romanzi "psicologici", o perch Maeterlinck intravvede "al di l della penombra" il nero profilo della morte: un gran numero di questi neofilosofi, che dnno addosso alla filosofia positiva ed alla sua figliuola prediletta, la Psicologia sperimentale, lo fanno per una loro illusione indotta da questo movimento letterario. Se morto lo Zola il pubblico legge il Fogazzaro o il Cain  ( vero che legge anche Prvost e Mirbeau, ma lo fa di nascosto, con meno vanterie!), ci non significa che il positivismo, quale metodo di ricerca e quale direzione efficace del pensiero alla conquista della Verit, sia moribondo, o magari anche morto.
No: tranquillizziamoci pure; - tutto il mirabile assieme di dati concreti, positivi, sperimentali, che la psicologia obbiettiva, detta anche la psicologia senz'anima, ha scoperto e determinato, non andr fra i ciarpami, come ci sono andate le "idee" di Platone, gli "universali" della scolastica, le "idee innate" di Leibnitz, ecc. ecc.  pi facile ed appare certo, che presto o tardi ci vadano a finire le novit semimistiche dell'"intuizione", della "sintesi attiva", del "principio interno", del "quid intimo e profondo", della "spontaneit che  azione e lato soggettivo della coscienza"; che vi finiscano cio tutte queste perifrasi abili, ma facili a smascherarsi, del decrepito spiritualismo e animismo. Esse sono ammannite con gran giro di parole in opposizione al concetto positivistico della inseparabilit dell'organo dalla funzione, dell'anima dal corpo, della vita dalla mente, dello spirito dalla materia, del soggetto dall'oggetto; ma nessuno di coloro che hanno un briciolo di "spirito filosofico" se ne lascer abbagliare:  merce di contrabbando che cerca passare di nascosto il confine netto e preciso, separante la scienza vera e la sua filosofia dalla metafisica antiquata e dalle sue redivive mascherature pseudo-scientifiche (12).
Per fortuna vi  chi sa e pu frugare sotto le vesti dei contrabbandieri, come ha gi fatto l'Ardig ne' suoi recenti scritti sull'Idealismo e Realismo, e sulla Perennit della Filosofia positiva; ma giover pur dire, che vi , fra i promotori del neo-idealismo e del prammatismo, chi riconosce onestamente essere la reazione antipositivista derivata in Psicologia da origini estranee, cio dalla metafisica concettuale: ed  proprio il Bergson che lo confessa! Per giungere  ce quelque chose de fuyant et de flou, che  la sua "durata reale", o la "corrente di coscienza" del James, o "la vita intima della psiche", egli  partito da concetti filosofici ben definiti, niente affatto dalla introspezione e men che mai dalla "intuizione" (13).
Pu darsi che qualcuno  ("competente" forse?) resti ingannato dall'uso di termini temperati e prudenti, come per l'appunto sono questi di "un principio interno" o di "un'attivit intima", che bisogna andare a cercare nelle "profondit" della coscienza. Ma esso intanto non rimarrebbe pi l come una specie di motore extra-cerebrale, superbiologico, ultramateriale: perci sarebbe dissimile dall'"anima" della filosofa incristianata o dallo "spirito" dei cousiniani universitarii di cinquant'anni or sono. - Pu essere che qualcuno si contenti di sentire, che la psicologia detta positiva o scientifica coi suoi sperimenti non va, cos dicono, oltre la superficie dei fenomeni di coscienza, mentre la psicologia detta idealistica o introspettiva scende fino alle radici del fatto psichico. Ma intanto che fa? Gli smuove attorno le zolle del terreno vitale in cui quelle radici si approfondiscono, e si risolve cos in Biologia!!
Nessuno ha mostrato ancora la interruzione fra quel lato oggettivo del fatto psichico, che la Psicologia sperimentale interroga e studia, e quel lato soggettivo, che la sua avversaria, presuntuosamente atteggiantesi a vincitrice, la Psicologia filosofica, vuole sia esclusivamente preso di mira e investigato. Perch non vi  frattura, non vi  soluzione di continuit fra i due lati; e cos non vi  scissione inconciliabile fra le due ricerche e fra i due metodi: l'uno e l'altro furono usati sempre, checch dicano gli introspezionisti neo platonizzanti; e l'uno e l'altro, mutui, debbono integrare i loro acquisti. Tutto al pi, se non si vuole accordare quartiere all'abborrito materialismo, che s'intravvede sotto i metodi e le tendenze del positivismo imperante nei laboratorii, nelle cliniche e nei questionarii dei psicologi sperimentalisti, tutto al pi si dovr riparare dietro il prudente e composito usbergo del "parallelismo": nel quale sembra che gli animi timorati di certi psicologi-filosofi trovino l'agognata tranquillit e... il silenzio della propria coscienza d'investigatori.
Ma anche l'euristico parallelismo, - se lo figgano in mente i neo idealisti che riponessero in lui la loro fede e lo pigliassero a comodo cuscino delle loro ansie esitanti, - anche il celebrato analogico concetto delle due linee parallele che si costeggiano sempre necessariamente e mai s'incontrano, non pu fare a meno del lato oggettivo: anzi, a farlo apposta,  stato creato, o per lo meno accolto e diffuso con calore da quegli stessi psicologi-investigatori, che per accostarsi al fatto psichico hanno immaginato o preso a prestito dalle scienze fisiche e naturali, dalla Fisiologia specialmente, i procedimenti sperimentali, la tecnica insomma della ricerca. Basta indicare il Fechner, il Wundt, il Mnsterberg, il Kries, il Knig, l'Hffding, il Ladd, l'Ebbinghaus... Una parte, e non piccola e non la meno autorevole di questi investigatori incomincia ad accorgersi della fragilit enorme della teoria "esplicativa" del parallelismo; e altri mette innanzi, a moderata soddisfazione del proprio istinto scientifico, la teoria dell'"azione reciproca", della "mutualit inscindibile" tra corpo e spirito, tra cervello e pensiero. Cos sorge, nella iperfilosofica Germania, una scuola neo materialistica di psicologi-filosofi! Il che  effetto logico, naturale della tecnica che dovr sempre adoperare la Psicologia, se non vuole essere o ridiventare metafisica pura (14).
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Questa tecnica di laboratorio e di clinica  un po' materiale, - lo si riconosce dagli stessi psicofisiologi e psicofisici; - essa  talvolta grossolana, tal'altra ingenua; rimane al di qua e al di fuori del fatto o fenomeno che investiga; lascia adito ad errori, cos per parte del soggetto su cui si osserva e sperimenta, come per parte dello sperimentatore; non d risultati sicuri se non traverso mille peripezie; non scende alle "radici intime", o, dicasi pi schiettamente, alla causa ed alla natura essenziale del fatto od atto o stato psichico.... Ma vi  fra i neo-idealisti e i neo-hegeliani chi ritenga sul serio che la tecnica delle altre scienze - Fisica, Chimica, Biologia  (non parliamo delle scienze morali!) - arrivi alle intimit "profonde" del mondo materiale o della realt che in noi d origine alla rappresentazione del mondo esteriore? Neanco Berkeley ha avuto il coraggio d'invertire la sua famosa formola scrivendola cos: Esse est percipi!
Ci nonostante i risultati fin qui ottenuti dalla Psicologia empirica o scientifica sono molti, e sono grandi, e sono duraturi: anche riducendoli al loro vero significato e valore, come ha qui egregiamente fatto il Baratono, si rimane con un insieme imponente di nozioni positive e sicure. Voglio indicare qui soltanto le nozioni sull'evoluzione della psiche, tanto ontogenetica quanto filogenetica: poteva darle la pura introspezione?
Per ora, non  agevole sostituire il dato conoscitivo espresso in misure, in cifre, in relazioni statiche e dinamiche tra corpo e mente, tra fisico e morale, tra oggetto e soggetto. Questo dato positivo vale per tutti, perch si pu ripetere se si rinnovano le condizioni in cui fu raccolto  (la rinnovazione va intesa, naturalmente, con una certa larghezza da veri filosofi!); perch  ritrovabile anche dopo anni e traverso le coscienze individuali pi distinte; perch  ottenuto con metodi d'indagine suscettibili di mutamenti opportuni, di adattamenti causali, insomma di perfezionamento. Invece il dato interiore, e quello specialmente a cui ci vorrebbero ricondurre certi neo-idealisti che l'hanno a morte coi concetti definiti o definibili, ossia il dato intuitivo, risulta di cos imprecisata natura ed estensione, si trova cos alla merc di ogni nostra attivit vitale, che non pu aspirare ad essere "scientifico" nello stretto significato del termine. Sar, se si vuole, questione di metodo, ma colla intuizione, col pensiero fluttuante creato dalla contingenza interiore, non si far mai della vera scienza valevole per l'universale. Il Bergsonismo di certi seguaci entusiasti del Bergson finir col precipitare nel misticismo; e gi si veggono gl'indizii premonitori di tale caduta regressiva (15). E a sua volta il parallelismo - rifugio dei neo-idealisti -  apertamente macchiato e tacciato di materialismo. Cos non si scappa dai due soliti eccessi metafisici antagonistici.
 assurdo o, per lo meno,  antistorico sperare, che il "soggettivo" torni di nuovo ad imperare dispoticamente l dove l'"oggettivo" ha servito, per lo meno, a fornirci nozioni comparabili, e perci le sole scientifiche, sulla psiche degli individui che non sono "noi", ma che vivono e pensano, o sentono e "intuiscono" al pari di noi, bench fuori del nostro individuale e soggettivo "me".
Le stesse nozioni la Psicologia sperimentale ci ha saputo metter davanti riguardo alla psiche dei gruppi composti dalle variet individuali, dai sessi, dalle et, dalle classi, dai tipi, dalle razze. E a meno di voler escludere  (non saprei con qual criterio filosofico) la psiche o vita intima e profonda del sentimento e della volont fuori del filosofo e al disotto dell'uomo; a meno dal pretendere, che soltanto nella progenie umana la vita si confonda ed unifichi con la psiche e che gli altri viventi vivano apsichicamente; a meno di questi non-sensi, derivanti in linea retta o dallo spiritualismo dei teologi cristiani e dei filosofi cristianeggianti, o dal vieto meccanicismo cartesiano, o dall'idealismo solipsistico berkeleyano, bisogner pur riconoscere che il metodo introspettivo si arresta entro il confine della coscienza individuale.
E neppure  certo che entro tale confine l'introspezione arrivi a sondare le profondit. La sonda urta contro i mille inciampi dell'eredit intellettuale di specie e di razza, oramai imponentisi alla coscienza individuale; e si arresta al passaggio fulmineo di un'impressione organica, o al risveglio istintivo di un concetto verbale, di una percezione sub-cosciente; e si frange o devia prima di toccare il fondo, per lo sforzo compiuto dall'auto-osservatore che sta esaminando la propria "corrente di pensiero" e le "frangie" del suo campo di coscienza. L'introspezione, a detta degli stessi psicologi filosofi, non  capace neanco di cogliere l'attimo fuggente: quando si fa ad osservarlo, esso  gi passato; quando crede di analizzarlo, sono i suoi postumi o i suoi frantumi informi che ella si mette davanti.
Come possa, con tanti difetti, con tante incapacit sue, il metodo introspettivo impuntarsi a gridar vittoria,  difficile comprendere, se non si pensa ai soliti eccessi di reazione e di rivolta. La verit  questa, ed  verit provata da un trentennio, a dir poco, di storia della Filosofia e Psicologia: che il vecchio metodo di studiare i fatti psichici malamente tenta di riacquistare il dominio della vera scienza psicologica, escludendone o riducendone troppo arbitrariamente i diritti acquisiti dal nuovo: esso non ha diritto di uscire dal soggetto, e rimane pertanto infecondo o, per lo meno, temerario di fronte alle esigenze della scienza psicologica integrale.
E dico temeraria tale pretesa, perfettamente come si accusa di temerit la Psicologia extrospettiva o sperimentale a riguardo del fatto di coscienza. Ha ragione A. Binet di dichiarare assurdo, che lo spirito si colleghi all'idea di un al di dentro, e la natura all'idea di un al di fuori, cos da mettere di fronte, come inconciliabili avversarj, il metodo introspettivo della psicologia classica o accademica, ripreso a stendardo di battaglia dal nuovo idealismo, ed il metodo di osservazione esterna introdotto ed usato preferibilmente  (non esclusivamente, come dimostrano le inchieste psicologiche) dalla psicologia positiva o scientifica moderna. Questo antagonismo  soltanto verbale: nella investigazione psicologico-idealistica il soggetto si pone davanti a s stesso come oggetto, e pertanto l'osservazione di s, l'autoscopia, l'introspezione, si svolgono sempre in una relazione fra soggettivo ed oggettivo. Per lo spirito che si esamina  (e il flusso degli atti psichici non lascia a lungo un dato fenomeno di coscienza sotto l'osservazione) il fatto di coscienza esaminato, sia percettivo, sia emotivo, sia conativo  (volontario), sta sempre al di fuori dell'atto di conoscerlo e diviene con ci un oggetto. Mentre in fondo, poi, la natura esterna diviene essa pure un fatto soggettivo, giacch, una volta sorpassata la soglia naturale della sensazione e immessa nelle vie nervose, ogni cosa del di fuori diventa per necessit un mio al di dentro, ossia un fenomeno interiore.
Ora, se le cose esterne sono valori quantitativi per s, una volta che siano percepite diverranno valori qualitativi entro di me: e il contrasto tra l'io affettivo, intimo e profondo, sollevato sugli altari dall'indeterminismo bergsonista, e l'io, diremo cos, superiore e logico costituito dagli elementi intellettuali - percezioni, ricordi, immagini, idee, concetti, - non sussiste in realt: quel contrasto  un prodotto ibrido dell'antipositivismo sistematico coniugatosi con l'intuizione "divina" dei mistici. Io temo assai, che il fallimento del neo-idealismo non sia segnato prima ancora ch'esso abbia il tempo di scrivere e registrare le sue poche attivit e le sue molte, troppe passivit congenite!
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Fallimento? Sicuro: oggi  di moda dichiarare il fallimento di tutto ci che il secolo XIX ha creato e ci ha trasmesso. Dopo che il Brunetire, nel suo pietistico entusiasmo, ebbe gridato dall'alto della scala regia del Vaticano la "bancarotta della scienza", non si ha pi quiete: tutto fallisce, nella conoscenza, nella Filosofia, nella Morale, nella Sociologia, nella Storia, nell'Arte... Tutto il mondo di nozioni astratte, di teorie, di dottrine, di credenze, di principii informativi e normativi, venuto alla luce mediante il faticoso lavoro di parecchie generazioni di pensatori e d'investigatori,  stato inutile,  stato "rumor di fronda", inganno, illusione, errore. E si dovr ricominciare: anzi, se si  coerenti a codesta fisima del fallimento universale del pensiero moderno, si dovr tornare al di l di Bacone, di Bruno o di Galilei, contenti appena l'Hume, il Leibnitz, il Kant, e chi sa quale altro?, di scampare al disastro per un loro piccolo conticino di credito... privilegiato.
Fallimento della scienza tutta nel suo complesso, perch non avrebbe mantenuta la sua promessa di rivelarci la sostanza delle cose e di acquietare le nostre aspirazioni, come lo ha fatto per secoli  (addormentandoci) la religione. - Ma si  risposto, che la conoscenza si svolge, si perfeziona, e ha ufficii particolari non assimilabili a quelli del sentimento. Saranno fallite le speranze degli ingenui che immaginavano ricavar compiacenze ed acquiescenze sentimentali dai dati conoscitivi; ma chi pu negare le conquiste compiute e con ci le promesse mantenute?
Fallimento della filosofia positiva, perch l'umanit sguita come prima e pi di prima a cercare la verit oltre al fatto empirico, e perch la metafsica sopravvive agli attacchi del comtismo. - Ma, si  risposto  (ed io ne ho detto qualcosa nelle pagine anteriori di questo scritto), che allo stesso modo del positivismo avranno naufragato tutti gl'indirizzi gnoseologici sistematici: il razionalismo, l'empirismo e il criticismo; il dogmatismo e lo scetticismo; il realismo e il fenomenismo, ed anche  (se lo lascino dire i neo-idealisti) l'idealismo soggettivo, cui oggi si tenta allungare, come tavola di salvataggio, l'idealismo oggettivo e, c'era da aspettarselo, l'idealismo "immanente". Non dir poi nulla del naufragio ch' toccato agli indirizzi ed ai sistemi metafisici ed etici: qualcuno potr averne tratti a riva degli avanzi utilizzabili, dei frammenti ancora buoni a qualcosa; ma chi ne ha poi visto o pretende vedere profilarsi immutata e intiera la figura sull'orizzonte del pensiero moderno?
Fallimento della religione, come prova a chiare note il movimento sociale contemporaneo. In occidente il cristianesimo decade e non si salver, meglio di quanto nell'estremo oriente possano salvarsi dalla rovina il laotseismo e il sintoismo: quando i popoli cambiano il concetto della vita reale, inesorabilmente muta anche quello della vita ideale. - Ma intanto  un errore proclamare, che la religione, in quanto  sentimento del nesso che ci avvince alla universa natura, sia morta e seppellita: essa vige anche nella filosofia pi materialistica o positivistica, n gli idealisti nuovi o vecchi se la possono accaparrare. Il Comte nella terza fase della sua evoluzione mentale, che fu purtroppo fase morbosa, giunse all'estrema conseguenza del suo sistema; i positivisti degli ultimi decennii, tranne i pochissimi continuatori del cenacolo, non l'hanno seguito, ma con ci hanno essi mai negato che l'umanit nel suo progressivo sviluppo si sia creati ed imposti degli "ideali"? L'umanit non sar un Dio, cui si debba rendere omaggio sugli altari; e neanche il Tutto e Uno dei meccanicisti giunti alla metafisica del monismo meriter da parte degli uomini preci e invocazioni. Ma nessuno toglier pi al pensiero individuale la libert di figurarsi come vuole o come crede il suo legame di dipendenza o di fratellanza verso quel mondo che i suoi sensi percepiscono e di cui la ragione gli dimostra l'esistenza reale, esteriore. Che ognuno eriga l'altare che gli par degno del suo dio, ma che gli uomini cessino dall'ingiuriarsi perch non hanno la stessa credenza dogmatica in chiesa o fuori di chiesa.
Fallimento anche delle singole scienze, e sopra tutte, e in cima a tutte, di quelle morali: della Sociologia, dell'Etica, della Storia. Ma anche fallimento delle scienze naturali: della Fisica, che non ha saputo scoprire n imprigionare ancora, e neppure prevedere, tutte le forze naturali, o, meglio, tutte le forme dell'unica energia; della Chimica, che s' veduta d'improvviso barcollare l'edificio atomico, spostando la minima divisione della "materia" dall'atomo all'atomuscolo; della Biologia, che non ha potuto ancora trovare il fondamento meccanico n il fisico-chimico della vita, e che si trova sempre davanti gli stessi problemi concernenti i rapporti tra funzione ed organo, la conservazione e la variet delle forme, lo sviluppo morfogenico, l'istinto....
Per tutte queste parti del sapere moderno lunga sarebbe la dimostrazione di ci che hanno conseguito stabilmente, a risposta di simili accuse: - si vedrebbe allora che la proclamazione del loro fallimento, fatta con tanta sollecitudine e ostentazione, se non ha motivi psichici impuri, se non muove apertamente dal neo-misticismo a tinta letteraria, che doveva apparire per la solita alternanza di correnti sentimentali nell'anima umana traverso i tempi  (intendo nell'anima delle moltitudini, per non dire delle folle!), rimane la manifestazione del disagio mentale in cui si sono trovati coloro, che dalla scienza in genere, dalle singole scienze in particolare, immaginavano potesse derivare o fosse stata promessa la soluzione dell'Enigma perenne.  un atteggiamento penoso di menti, mi duole dirlo, poco filosofiche, per quanto molti dei neo-critici; banditori o araldi sospetti del "fallimento universale", siano cultori o dilettanti di filosofia.
Il vero filosofo  pi calmo nelle sue speranze,  pi sereno nei suoi giudizi,  pi impersonale ne' suoi apprezzamenti. Dalla scienza sperimentale e positiva non si aspetta pi di quanto gli conceda di attendersene la consapevolezza dei limiti imposti alla mente umana; - dei risultati che faticosamente anno per anno si acquistano nel territorio vario ed arduo del sapere, egli giudica il valore e prevede le conseguenze dottrinali, anche se le deve rimandare al pi lontano futuro; - delle ipotesi o dei tentativi d'interpretazione, che la scienza  pure costretta a formulare onde avere un lume o una guida nelle sue investigazioni, egli non ne disprezza alcuna: sa che potranno essere approssimative o magari anche errate, ma sa pure che l'eliminazione d'un errore pu valer quanto la scoperta d'una verit; e per "verit" non intende la penetrazione nell'Assoluto, bens solo la coordinazione logica e presumibilmente verosimile dei dati conoscitivi.
Inoltre, il vero filosofo non ha acredini d'ipercritica. Tutto il lavoro compiuto dalla scienza positiva e sperimentale per anni ed anni  da lui accolto per quel che vale e per quel che ha dato di sicuro, non per la speranza che avesse fatto concepire a qualche entusiasta o a qualche illuso. Si sfrondino pure dal tronco della Filosofia scientifica le efflorescenze sbocciatene nei fervori della sua giovinezza; ma il prodotto suo sano e vigoroso, maturato nei laboratorii e nelle cliniche, non pu essere rifiutato se non per partito preso, o per ignoranza, o per esagerazione di critica, o per sistematica e inconsapevole soggezione a tutte le neo-correnti effimere del momento critico attuale.
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Il libro del prof. A. Baratono  un'esposizione serrata, efficace, convincente, di quello che rimane di concreto e di quello che non deve rimanere di esplicativo nell'edificio complesso della Psicologia sperimentale:  un libro impregnato tutto di vera e sana filosofia, e perci sar di grande, innegabile vantaggio alla scienza dei fatti psichici: metter le cose, cio le risultanze della ricerca sperimentale, al loro vero posto; e pur rivelandone con mano sicura le innegabili, giovani intemperanze e le immancabili, logiche lacune, varr a porre in rilievo le stabili conquiste, le nozioni assicurate, le parti durature e ben finite derivate dal lavoro paziente e rigorosamente scientifico della Psicologia positiva di questi ultimi trenta anni.
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Genova, 8 Dicembre 1905.
PROF. ENRICO MORSELLI.
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AVVERTENZE DELL'AUTORE.
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Quand'io chiesi al prof. Enrico Morselli, decoro della scienza italiana, una prefazione al mio libro, desideravo appunto, che il volume si aprisse con una battaglia, di quelle che lo stile dell'illustre psichiatra sa fare, contro tanti filosofici ismi che ripullulano da noi, come un'eco di quelli oltr'alpe. Il mio desiderio fu pienamente soddisfatto, con mio grandissimo onore: una dotta, efficace, elegante dissertazione contro gli eccessi metodologici nuovi ed antichi dell'idealismo e del positivismo; tanto ch'io non posso a meno di esprimere pubblicamente al prof. Morselli la mia vivissima riconoscenza.
Ma egli, per eccesso di bont, non ha ottemperato ad un'altra mia preghiera: non solo, di non entrare in merito del libro, perch rimarrebbe impossibile far comprendere in poche parole quello ch' gi forse oscuro in molte, ma altres di non far neppure il mio modestissimo nome. Lo leggo invece inserito fra molte lodi, che riconoscente accolgo, non come constatazione di quello che ho fatto, ma come augurio di ci che posso fare; e al tempo stesso mi trovo chiamato, giovine recluta da un valoroso capitano, nella sua battaglia, e, col nome di filosofo, opposto a filosofi. Ond' necessario, ch'io fin di qui chiarisca la mia posizione e mostri le mie armi.
A dir vero, il dio dei lettori mi perdoni, il mio atteggiamento in Filosofia  simile a quello dell'anarchico nella societ: vi  avvinto da mille legami, ma ei lavora di coltello per ispezzarli. In questo libro, soltanto il primo capitolo  (che vorrei fosse saltato a pi pari da coloro che di Filosofia non si sono occupati; e pur doveva logicamente, oggi, precedere)  di contenuto filosofico: ma quivi e dovunque poi si fa allusione alle ipotesi filosofiche, il mio intento  di provare, ch'esse devono ormai cedere il posto alla ricerca scientifica, interna o esterna che sia, ma sempre sperimentale e priva d'ipotesi; che la funzione della Filosofia  di preparare la scienza e poi di abbandonarla; che la Psicologia filosofica, per non voler eseguire il secondo di questi due cmpiti, ci toglie anche la riconoscenza che le dovremmo per il primo: e mi schiero parimenti contro l'idealismo e contro il materialismo o positivismo che sia, i quali io veggo non avversi, ma, presso i migliori, convergenti, ambedue le correnti rasentando oggi i margini del nuovo criticismo, fin che s'urtano tutt'e due in quell'"Enigma perenne", come dice il prof. Morselli, che per me  semplicemente un problema mal posto, impastato di quell'assurdo psicologico, ch' il principio di relativit del conoscere, inteso assolutamente, per manco di critica logico-psicologica. Se le due solite scuole filosofiche si accorgessero che l'enigma  una sfinge di creta, fatta dall'uomo, s'incontrerebbero poi sulla via della scienza, e riderebbero con me delle ipotesi.
In somma, mentre il prof. Morselli, il nobile campione del positivismo, combatte sulla vetta irradiata dal sole, la piccola recluta ha spiccato gi un salto, e si trova pi in basso e un po' pi avanti. Non  questo forse il desiderio di ogni miglior capitano? Il presente lavoro, anche dov' filosofico,  di pura scienza in ogni suo intento. Bench poi convien dire, che sia d'indole generale: ed anche su questo debbo spiegarmi.
Gli psicologi sperimentalisti oggi rifuggono dalla Psicologia generale e qualche volta mostrano un certo disprezzo per gli studi d'assieme, affibbiando loro il titolo di metafisici; lo stesso disprezzo che hanno mostrato assai di frequente in ogni scienza quelli che si dedicarono a lavori analitici, trascurando completamente le parti sintetiche generali. Quel che vi ha di giusto in tale disprezzo o incuranza,  il concetto, che non si debba fare il tetto prima delle fondamenta, e che sia per lo meno inutile generalizzare, fin che non si esaurisca il lavoro analitico sperimentale che deve fornire ogni dato a quei principj. Ma d'altra parte, il lavoro analitico non  mai compiuto, e va progredendo indefinitamente, in ogni campo, verso analisi sempre pi speciali e sempre pi distinte.
Ora, vi sono dei momenti nella vita delle scienze, nei quali  necessario ricapitolare il gi fatto:  necessario, a che le analisi e gli esperimenti particolari non si volgano "per via non vera", includendo errate premesse. Perch, se ben si considera, non vi  ricerca particolare che non supponga gi qualche principio generale, e non vi  induzione, che non sia gi suo malgrado diretta da ragioni deduttive, almeno da quelle del senso comune e dell'esperienza empirica. Le successive et di ogni scienza sono appunto segnate da revisioni dei principj generali, permessi appunto dalla precedente analisi, per dirigere quella seguente, che alla sua volta, rilevando i difetti e correggendo le insufficienze, render la scienza matura a un nuovo rimaneggiamento di tutto il sistema.
Le analisi della Biologia contemporanea sono tutte informate ai principj generali, che interruppero, per cos dire, la serie delle ricerche sistematiche predarwiniane, sostituendo ai concetti classici quelli evolutivi; ed oggi si  gi maturi per una nuova concezione generale pi integrale della precedente. Del pari la Psicologia sperimentale ha bisogno, che si rivedano i principj ch'essa, volente o nolente, include, e si fondi, com'io tento, almeno un programma di Psicologia sperimentale generale, che escluda le ipotesi della Psicologia intellettualista come di quella detta fisiologica.
Mentre attendevo a studi particolari sul carattere, mi balz davanti agli occhi, evidentissima, la necessit e l'urgenza di premettere una parte generale, che togliesse via molte idee aprioristiche, rimaste ancora presso i pi sperimentali dei nostri autori, appunto perch incuranti di una critica generale. Le teorie filosofiche animistiche, trasformate in teorie sulla coscienza intelligente e senziente, sui centri psichici e via, pesano ancora come il macigno di Sisifo su tutta la Psicologia contemporanea, e le impediscono, a mio parere, di svolgersi in modo proficuo. Mentre d'altra parte veggo, a traverso le opere pi moderne, disseminati i segni e gli elementi di un nuovo punto di vista sintetico, per quella convergenza parziale d'idee, che si avvera ogni volta che i tempi sono maturi, a preparare una sintesi pi prossima alla realt oggettiva.
Il presente lavoro si propone di sbarazzare il campo psicologico di molte ipotesi filosofiche, trasformate ma ancora ingombranti e tali, da sviare le ricerche sperimentali propriamente dette. Chi non si  occupato di Filosofia, non sospetta nemmeno quante ipotesi ancora si contengano in ci ch'egli di solito ammette senza dubbio n critica: egli pu, ripeto, saltare a pi pari il primo capitolo di questo libro, se non ha interesse di conoscere i rapporti tra la Filosofia e la Psicologia presente; ma potr rendersi conto di quanto la prima influisca tuttora sulla seconda nei capitoli seguenti. Dei quali la parte positiva tende a provare, che ogni fatto psichico, dai pi semplici ai pi complessi, dai pi intellettivi ai pi sentimentali,  una percezione immediata e attuale di una realt veramente periferica e oggettiva: che diciamo conoscenza, perch  un rapporto psicofisico, tra l'affettivit e l'oggetto, e diciamo volizione, perch  un rapporto psicofisiologico tra l'affettivit e il movimento. Naturalmente queste medesime espressioni possono venire intese con diverso significato, secondo l'abitudine mentale del lettore; onde si rende necessario, che siano svolte pi estesamente.
Non m'illudo che si riconosca dai filosofi l'importanza di queste ricerche psicologiche, specialmente a proposito del problema conoscitivo, che secondo noi  un problema mal posto per il principio animistico che ne determina il modo, anche presso i positivisti; mi basterebbe di aver dato la spinta a una revisione della Psicologia generale, che condizionasse le ricerche sperimentali pi particolari da istituirsi per l'avvenire.
Nel compiere questo pi maturo lavoro, dopo un silenzio e un raccoglimento lunghissimo, il mio pensiero vola a chi per primo sper bene di me: come di figlio a padre, al prof. Alfonso Asturaro, scienziato fermissimo, sociologo di genio,  naturalmente dedicata ogni opera mia; a lui, che mi tolse, ancor giovinetto, al dilettantismo letterario, e, rivelandomi a me stesso, con la parola, l'esempio, l'amicizia sua, mi avvi all'indagine rigorosamente scientifica, che nulla accetta senza controllo, nulla pone senza prova, nulla concede al sentimento e all'interesse, da nessun nome, fede o partito si lascia trascinare, - ma tutto investe della sua critica, e la spinge sino alla fine nel pensiero altrui come nel proprio pensiero.
Savona, Dicembre 1905.
A. B.
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CAPITOLO 1.
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Psicologia filosofica e Psicologia sperimentale.
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1.
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La Psicologia sperimentale
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Tutti senza eccezione sono oggi convinti, che le scienze cosiddette della natura sono scienze sperimentali. Appunto per ci nessuno sente il bisogno di aggiungere al loro nome quell'appellativo di sperimentale: tanto  ormai lontano il ricordo di quelle fasi pre-scientifiche corrispondenti, durante le quali, se non mancava, n poteva mancare, un sostrato a bastanza largo di osservazioni, l'edificio del sapere si era poi temporaneamente costruito con materiale filosofico e religioso, che toglieva a quei saggi il diritto, a dir vero da nessuno reclamato, di dire sperimentale la loro dottrina. Cos, per prendere un esempio di scienza astratta, la Chimica, e per esempio di scienza concreta, l'Astronomia, non hanno bisogno d'intitolarsi dal loro metodo, per differenziarsi dall'Alchimia e dall'Astrologia che le precedettero, ma dalle quali le prime sono gi da tempo completamente emancipate.
Allo stesso modo fra non molto si potr dire Psicologia e Pedagogia o Morale senz'altra aggiunta, e nessuno tra li studiosi dubiter, che queste discipline, dette dello spirito, non siano scientifiche e non seguano gli stessi metodi  (non dico i medesimi), delle altre scienze; fra non molto, speriamo: non oggi, mentre il filosofo, il religioso, il moralista pratico studiano ancora questi fatti contemporaneamente allo scienziato, non gi, come per ogni altro, dal loro punto di vista filosofico o religioso o prammatico, ma per fare della vera e propria psicologia. Siamo dunque costretti a formulare un titolo speciale, che differenzi dalle altre quella psicologia che emancipata da ogni altra dottrina e basandosi sull'esperienza, ha oggi acquistato diritto di scienza autonoma. "Le ricerche psicologiche compiute in questi ultimi quarant'anni, dice il De Sarlo, hanno un valore sopratutto, perch hanno contribuito a distaccare la Psicologia da un canto dalla Metafisica e dalla Filosofia generale e dall'altro dalla Fisiologia (16)." Le ricerche alle quali allude il De Sarlo non sono tutta la Psicologia scientifica, ma soltanto la parte empirica di essi. Anzi bisogna dire, che una psicologia scientifica completa non c' ancora  (onde il tentativo di questo mio lavoro); per ci adottiamo il titolo di sperimentale per denotare appunto l'insieme di quegli studi descrittivi analitici e sintetici, fin dove descrizione, analisi e sintesi furono eseguite con criteri sperimentali e, per quanto si pu, disinteressati, indipendentemente da un ordine diverso di cognizioni (17). Evitiamo in vece i nomi di Psicologia positiva, o fisiologica, adottati dalle scuole pi affini, perch includono dei preconcetti filosofici, che vogliamo allontanare fin da principio.
Ma anche il nome di Psicologia sperimentale pu dar luogo ad equivoci, ch' bene dissipare fin dal primo momento. Mentre alcuni, di vedute troppo ristrette o interessate, negano che in Psicologia si possano fare esperienze, altri pur confutando questa opinione cos facilmente confutabile, intendono poi che il campo sperimentale della Psicologia si limiti a quelle branche, per le quali si cre quel titolo dal Tetens e da' suoi seguaci. La Psicologia sperimentale abbraccerebbe dunque la Psicofisica e la Psicofisiologia; e vi s'includerebbero oggi quegli studj concreti, che potremmo dire Psicologia individuale o del carattere; in altre parole, essa sarebbe sempre una psicologia empirica, e nemmeno tutta quella empirica, escludendosi di solito i dati dell'intuizione pura e semplice offertici dalla introspezione e necessari ad ogni ulteriore ricerca.
Ma perch poi escludere questi dati? Noi diciamo sperimentali le scienze della natura, non soltanto perch vi si istituiscono degli esperimenti, che non sono altro che mezzi di osservazione e di analisi, sempre pi scarsi e difficili a mano a mano che saliamo verso scienze pi complesse, dalla meccanica alla biologia; ma perch ci basiamo sull'esperienza in genere. E diciamo esperienza in genere tutta la serie delle osservazioni, con e senza esperimenti, che dnno luogo alle parti descrittive e analitiche di quelle scienze. E siccome poi le parti comparative e sintetiche si riferiscono a quelle, alla fine, ripeto, diciamo sperimentale la scienza nel suo complesso.
Allo stesso modo l'esperienza psicologica non  data soltanto dal compasso di Weber o dal pletismografo o dal testo di laboratorio, ma da tutte le osservazioni ed analisi interne ed esterne, intuitive o riflesse; le quali anzi devono, prima ancora che sorgano le altre sopra esemplificate, formare, sto per dire, un sistema, che giustifichi l'esperimento pur aspettandone un'ulteriore integrazione: perch non si farebbero, mettiamo, esperimenti sulla sensibilit o sull'attenzione se non si sapesse in qualche modo che cosa siano l'una e l'altra. E siccome l'ulteriore integrazione  poi la Psicologia generale, posso dire sperimentale anche questa, a patto che gi prima fra i dati sperimentali non si siano insinuati elementi aprioristici, od altri dopo non si sovrappongano, che c'impediscano di fare induzioni e deduzioni strettamente scientifiche.
Questo patto non  mantenuto nella Psicologia contemporanea: non in quella parte che precede lo esperimento, dove si assumono dati tutt'altro che empirici o dedotti scientificamente, non in quella che lo segue e se ne vale; non dalle scuole, che, pur accettando i documenti dell'esperienza, gi dichiarano di assumerli da punti di vista preconcetti, non da quelle, che si dichiarano positiviste e scientifiche.
La Psicologia  ancora in parte maggiore o minore nel dominio della Filosofia, anche per conto di chi men se lo pensa: in tal caso il nome di Psicologia sperimentale rimarrebbe proprio soltanto di una breve serie di ricerche, se non si potesse dimostrare teoricamente in questo capitolo e provare praticamente nei seguenti, che tutta quanta la Psicologia, non soltanto pu emanciparsi dalla Filosofia che l'ha generata e promossa, ma a dirittura sostituirsi ad essa come scienza autonoma. Allora anche il titolo di Psicologia scientifica o sperimentale diventa una tautologia.
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2.
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Filosofia e Scienza.
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Chiunque tenga dietro allo sviluppo del pensiero contemporaneo ha potuto notare, quanta variet e mobilit lo caratterizzino, ci che da qualche critico fu biasimato, quasi fosse indizio d'anarchia mentale. Al contrario, se si guarda la cosa pi da vicino, si pu formulare un giudizio affatto opposto, perch un momento storico appare pi fecondo di una vera evoluzione filosofica a mano a mano che i suoi sistemi da rigidi, chiusi e categorici ch'eran prima diventano mobili, varj e transitorj. Questo lavoro di revisione delle idee generali e di altre pi particolari, questo adattamento continuo della Filosofia alle scienze, queste mutue concessioni di uno ad altro sistema, questo considerare come dinamico e progressivo ci che altra volta pareva statico e irremovibile, e come relativo ci che pareva assoluto - tutto ci, se  l'indice della dissoluzione di alcune filosofie,  anche l'espressione del progresso della Filosofia tutta quanta, la quale altrimenti si taglierebbe da s medesima la strada e il diritto di vivere.
Cos i filosofi contemporanei, anche quelli che si dicono metafisici nel senso pi divulgato della parola non partono pi da degli a priori incondizionati, e non giungono pi a dei trascendenti assoluti: l'a priori e l'assoluto, insieme con mille altre concezioni della vecchia metafisica, hanno cambiato significato e valore: sono verit secondarie, che scompajono davanti ad una speculazione superiore, o sono verit temporanee rivedibili per opera di un sapere pi integrato; tutto al pi, sono ricondotte a un'intuizione prima, che  gi, in ultima analisi, un dato di osservazione immediata, o, come si suol dire, vissuta, e, una volta spogliata del valore particolare e quasi misterioso che vi annette l'idealismo d'oggi, s'avvicina al sapere scientifico e lo preannunzia.
Filosofia e scienza sono due forme, o meglio due metodi complementari per uno stesso fine: conquistare la verit, ossia l'unificazione progressiva delle nostre conoscenze sempre pi integrate e sempre pi ridotte, fino agli elementi pi profondi e ai principj pi generali.
In che differiscono questi due metodi? Eccovi lo scienziato: egli fissa la sua attenzione volontaria sopra un gruppo di fenomeni distinguendoli dagli altri; fa le sue osservazioni quasi disinteressate, ossia differenti dalle osservazioni comuni in questo, che non sono determinate passivamente dallo stimolo, ma si moltiplicano attivamente intorno alla cosa o al fatto, guardandolo da ogni parte, ajutandosi con l'esperimento, sino a formare una scienza descrittiva pi ch'ei pu completa. N si contenta forse di una pura descrizione; egli vuole spingere l'osservazione e l'esperimento pi in l, procurando d'impossessarsi con l'analisi degli elementi della cosa e dei momenti dell'azione. Formate cos le scienze analitiche, si aprono due vie alle ricerche ulteriori: l'una, nella medesima direzione, verso il particolare e verso gli elementi, cercati ancora pi addentro e pi indietro; l'altra, istituendo confronti sui caratteri comuni messi in evidenza dall'analisi, verso l'astrazione e la generalizzazione con le scienze comparative e sintetiche. Eccoci dunque arrivati alle sintesi, cio ai principj, statici quando riguardano la cosa com', dinamici se si considera il suo divenire. Ma dalle parti comparative delle scienze alle parti generali, dalle sintesi alle leggi vi  ancora un passo da fare: bisogna che si affermi assolutamente e per sempre  (sebbene l'assoluto e il sempre siano poi subordinati al progresso del sapere stesso) ci che fu dimostrato vero relativamente alla precedente esperienza; e che i caratteri dei casi noti siano attribuiti ai casi non osservati: in somma,  il procedimento induttivo. Parimenti  necessario che dalle leggi induttive messe fra loro a contatto in confronto con una serie pi concreta di fatti si possano derivare altre leggi meno astratte con procedimento deduttivo.
Questi procedimenti scientifici non sono che per grado differenti da quelli del conoscere comune: l'osservazione dal percepire e dal curiosare, l'analisi dal distinguere, la sintesi dall'assimilare, l'induzione dal generalizzare e la deduzione dall'applicare idee generali. E la differenza sta in ci, che i procedimenti comuni sono molto pi interessati di quelli scientifici; che  come dire, che l'attenzione comune  stimolata dai bisogni pi fondamentali e quella scientifica  o dovrebb'essere stimolata da un bisogno di lusso, ch' il desiderio di verit, ossia il sapere, non pi mezzo, ma fine a s stesso.
Ora fra il conoscere comune interessato e il conoscere scientifico prevalentemente disinteressato, vi ha qualcosa di mezzo, dove lo stimolo all'attenzione non sono pi i bisogni fondamentali e non  ancora la curiosit scientifica pura, ma vi si mischia qualcosa, che  ora un sentimento di ordine morale o religioso o estetico, ora quel genere di fatti, anch'essi fortemente sentimentali, derivati da costruzioni psichiche stabili e abitudinarie che si dicono preconcetti.
A questo punto mi par gi di sentire qualcuno che grida: - Ho gi capito, voi volete parlarci della Filosofia, e siete di quelli che dicono, che il suo metodo  agli antipodi con quello scientifico. Ma, dopo ci che avete affermato, vi date la scure sui piedi. Non solo perch vi  somiglianza nel procedimento conoscitivo di qualsiasi ordine di sapere, da quello comune a quello scientifico, ma perch avete gi confessato, che il sapere scientifico, almeno nelle sue parti generali, va oltre l'esperienza e diventa trascendentale. - Ma certo, rispondo io: sarebbe stoltezza negarlo. Un sapere che non oltrepassasse l'esperienza pura sarebbe altrettanto inutile, quanto un sapere empirico comune tale, che non ne potessimo inferire presagi per l'avvenire oppure idee generali. - E allora, aggiunge il mio supposto contraddittore: che cos' in fondo la vostra induzione, se non una vera analogia? - L'induzione non  una vera analogia ma un'analogia vera, ossia perfetta. - Ma le vostre leggi formate deduttivamente non sono delle vere ipotesi? - S, sono delle ipotesi in tanto in quanto la conclusione di un sillogismo  ipotetica di fronte alle premesse. - In somma, per concludere, in che differiscono le vostre induzioni e deduzioni dalle analogie e dalle ipotesi, se non  una differenza di grado? - Ne convengo, io stesso implicitamente l'ho detto,  anche qui una differenza di grado; ma tale che le prime si cangiano nelle seconde ogni volta che viene a mancar loro l'appoggio di una esperienza bastevole a dare la certezza, s che questa allora diventa supposizione o fede.
Di fatti, se l'Universo fosse scientificamente conosciuto ed esplicato, non vi sarebbe posto per la Filosofia, a men che non si voglia chiamare con questo nome la sistemazione pi o meno coerente che ogni uomo si fa delle sue idee del mondo per la vita pratica, non potendo sapere tutto rigorosamente. La Filosofia, ripeto,  il complemento della scienza: essa sorge per rimpiazzare, per mezzo di procedimenti analogici e ipotetici, quelli pi sicuri della scienza quando questa non esiste ancora, ovvero per oltrepassarla quando non pu spingersi ancora pi lontano. Al contrario, quando nel primo caso la scienza si costituisce, o si evolve nel secondo caso, la Filosofia le cede subito il campo e scompare: la sua funzione  di fare da tratto d'unione fra il sapere volgare e quello scientifico; la sua missione  di perire quando ha generato la scienza, come l'insetto perisce quando ha germinato le sue larve.
Mi sembra per di riudire la voce del mio oppositore: - Ce ne vuole ancor molto, egli replica, prima che codesta conclusione valga per ogni sorta di speculazione filosofica. Se fate allusione a quella filosofa prescientifica, dalla quale si sono sviluppate l'una dopo l'altra le scienze, sia pure: essa segna un momento storico del sapere ed un sapere su per gi empirico, in mancanza di meglio; bench si possa aggiungere, prima di tutto, che molte discipline, come per esempio quelle morali, non si possono ancora emancipare da questa fase  (Ma io dimostrer il contrario); e poi, che anche oggi come in ogni tempo una speculazione di tal fatta pu rinascere a proposito dei fenomeni insufficientemente conosciuti, come avviene per esempio riguardo ai fenomeni detti spiritici e simili  (Questo si pu accordare). Inoltre, se parlate della parte filosofica ch' il coronamento di ogni scienza, dove si ricerca ipoteticamente un'ulteriore riduzione degli ultimi elementi dati dall'analisi oppure dei principj supremi dati dalla sintesi, ancora una volta io penso con voi, che sviluppandosi la scienza pu confermare o respingere queste ipotesi e sostituirvi i suoi dati. Ma al di sopra di questi due gradi, anzi al di sopra delle scienze, vi  la Filosofia generale: essa vuole stabilire gli ultimi rapporti fra gli oggetti di ciascuna scienza; essa cerca la ragione suprema delle cose. Nessuno contester, che anche la Filosofia generale si trasformi e si evolva; ma  inconcepibile, che sia destinata a scomparire, scacciata via dalla scienza, mentre che nessuna scienza pu sollevarsi al di sopra di s stessa. -
Sarei ben lieto di una simile obiezione, per aver agio di confutare l'errore che vi si racchiude. I tre gradi della speculazione filosofica forse si succedono storicamente, ma poi si confondono l'uno sull'altro, variando solo il punto di vista secondo cui si guardano le cose. L'opera del filosofo allora consiste: o nel ricondurre analogicamente l'oggetto nuovo  (primo grado), gli elementi e principj delle scienze  (secondo grado), l'Universo intiero  (terzo grado) a elementi e principj scientificamente conosciuti:  la tendenza, che direi positivistica della filosofia. Oppure si riportano questi medesimi oggetti o leggi a qualche principio arbitrario e soggettivo, a qualche credenza o a qualche altro sentimento, per accordarli con la ragion personale o pratica:  la tendenza che direi aprioristica, la quale in vero pu perdurare accanto alla scienza, anche quando questa le toglie il contenuto, a condizione per di rinunciare al fine disinteressato per il quale era sorta. O in fine si pu paragonare tutto il sapere gi acquisito con un carattere nuovo, messo in luce dalla pura intuizione:  la tendenza critica, o, come oggi si dice, epistemologica, che  la pi feconda e pi rispondente alla funzione della Filosofia, tanto vero ch' la pi conforme al pensiero moderno. Inutile avvertire, che ogni sistema filosofico racchiude sempre, bench in diversa misura, questi differenti caratteri.
Come si vede, anche i rapporti universali, che abbracciano gli oggetti di pi scienze, non si trovano al di fuori dei limiti di questa o di quella, se non a costo di divagare nel campo del sentimento personale di chi li vuole fissare. Cos, per un esempio, il materialista persegue la riduzione di tutti i fenomeni a quelli fra loro che si chiamano la natura, e l'idealista a quelli che si chiamano il pensiero; ma il loro ultimo scopo, sia che si riferiscano alle leggi, sia che si riportino a mere intuizioni, non  forse quello di preparare la prova scientifica delle loro inferenze e la conoscenza scientifica delle loro intuizioni?
Qualcuno potrebbe chiedermi allora: di fronte ai grandi problemi, che sono ancora sotto il dominio della Filosofia, e senza negare ch'ella possa continuamente crearne di nuovi spingendo a nuovi progressi la ricerca scientifica, - il sapere scientifico  a bastanza maturo da risolverli da s solo? Quale scienza lo potrebbe? Se non erro, gi il De Roberty voleva sostituire la Psicologia all'antica Filosofia (18); la sua idea era giustissima, ma egli dimentic di provarlo.
E perch non si creda, ch'io divaghi dall'oggetto di questo studio, nel quale sono costretto a premettere un lungo capitolo che tratta di questioni filosofiche, affinch poi non sorgano ad ogni passo o, taciute, sieno fonte di errate interpretazioni - dir che la domanda suesposta  poi nel contenuto identica a quest'altra, di forma cos diversa: la Psicologia, bench uscita per ultima dal seno della Filosofia, pu emanciparsene del tutto? Rispondendo alla prima domanda si risponde anche alla seconda. Di fatti quando il filosofo tocca il problema gnoseologico, quando affronta i problemi logici e ontologici che ne dipendono, quando si applica ai problemi morali, deve sempre riferirsi a dati psicologici, tanto vero che nessuno oggi contesta la priorit dell'elemento soggettivo rispetto al mondo intiero. Tuttavia, egli resta filosofo in quanto i suoi dati psicologici sono ancora delle intuizioni o degli apriori, in una parola, non sono ancora scienza; o in quanto, per la parte gi scientificamente chiarita, vi sovrappone i suoi propri dati. E se la Psicologia scientifica fosse fatta tutta quanta, le soluzioni filosofiche di quei problemi non potrebbero pi differire da quelle psicologiche, se non per la parte dovuta alla ragion pratica. Pu dunque farsi, tutta quanta, la Psicologia scientifica?
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3.
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Le scuola filosofiche.
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Con fatica abbiamo tenuto finora il discorso in un campo generale, la Filosofia, che comprendesse tutti i sistemi cos numerosi e varii;  tempo di parlare delle correnti filosofiche, le quali oggi s'avviano, vedremo, a una foce comune, eccetto quei rigagnoletti che qua e l ne divergono, e quei rivoli secondari, che ripiegano verso le origini, o si stagnano in lago. Se  vero che la soluzione di un problema dipende in gran parte dalla chiarezza con la quale  posto, dobbiamo aprire una lunga parentesi, pur dicendo di alcune questioni filosofiche appena quel tanto che basti a condurci sul cammino della Psicologia sperimentale, scevri di preconcetti filosofici.
Come ognun sa, le scuole filosofiche si strinsero sempre intorno a due metodi, pi tosto che principj, della speculazione teoretica, i quali giunsero, nelle loro espressioni estreme, a principi contrarii o a dirittura contradittori, e si chiamano idealismo e materialismo, quantunque esistessero molto prima che questi nomi fossero assunti a designarli. La ragione per la quale si fondano i sistemi materialisti, consiste nello sviluppo delle scienze naturali, o, pi generalmente, nel bisogno di confrontare il sapere col mondo sperimentale, oggettivo, con la convinzione, che la verit sia il sensibile, anzi lo stimolo, e con l'intenzione di ridurre il mondo intelligibile al mondo sensibile. E l'occasione al sorgere del materialismo, oltre che dai sistemi affini che hanno preceduto, oltre che dalle esagerazioni delle scuole opposte,  sempre data da pi profonde ragioni sociali, economiche politiche e morali, le quali spingono il pensiero filosofico in quella direzione: gi che, sia detto una volta per sempre, anche il pensiero astratto non  mai del tutto disinteressato, perch non sarebbe pi umano; ma lo  soltanto pi o meno, secondo che un numero maggiore o minore di sentimenti pi o meno intensi lo promuovono, s che il sapere scientifico e ancor il sapere filosofico vedono sempre il mondo sotto un punto di vista pratico, sebbene teoretico in confronto del sapere comune.
Per cause omologhe sorgono, o meglio risorgono i sistemi idealistici. I quali riaffermano il valore della ragione su quello dei sensi, e tentano di ridurre tutto il sapere ai principj della ragione, e, in particolare, il mondo oggettivo al mondo soggettivo: nelle sue conseguenze estreme, l'idealismo fa la ipostasi dei suoi principi razionali, proiettandoli nel mondo intiero come realt esistenti a quel modo fuori della psiche che le ha costruite.
Il decadere poi dei sistemi materialistici e idealistici dipende mediatamente dai soliti rapporti con le altre attivit sociali, immediatamente da quei medesimi estremi ai quali essi giungono: ossia le dette ipotesi dell'idealismo; e del materialismo quelle conclusioni, anch'esse a lor modo ipostatiche, che tendono a negare la realt o almeno l'efficienza del pensiero e del soggettivo a vantaggio della cosa oggettiva. Inoltre bisogna osservare, che non  mai un sistema diametralmente opposto, che con la sua critica precipiti questa o quella filosofia, ma pi tosto una nuova corrente che segua in prevalenza la stessa direzione modificando per le sue conclusioni nel senso eccletico, ossia facendo la revisione del sapere coll'aggiunta di elementi prima trascurati, oggettivi per l'idealismo, soggettivi per il materialismo. Ci perch l'intransigenza e l'assolutezza, che suscitano le critiche di sistemi opposti, non sono feconde di progresso, ma servono solo a consolidare il passato. Di fatti, la riforma dell'idealismo del 700 si deve a un idealista, Kant, che vuol riconciliare in una sintesi conoscitiva l'oggetto e il soggetto come ugualmente necessarii, salvo a ritornare poi idealista pretto nelle conclusioni della dialettica, e a lasciar adito alle nuove ipostasi de' suoi epigoni. E il materialismo del 700 fu riformato da un materialista, Comte, con l'assunzione di elementi razionali e con lo sviluppo delle scienze psicologiche e sociali. Altra riprova, in Inghilterra, dove il sensualismo, la logica, la psicologia sempre si equilibrarono in uno stato di eccletismo scientifico-filosofico, non si ebbero crolli di sistemi contrarii, ma una perenne progressione sino all'evoluzionismo spenceriano.
Nella riforma criticistica del Kant e positivistica del Comte si contengono i germi del pensiero filosofico presente. Se vivono ancora sporadicamente scuole filosofiche, per le quali la riforma pare non sia mai stata, s che ripetono forme ingenue d'idealismo sostanzialista, spiritualista, religioso, estetico ecc., o di materialismo meccanicista e simili - non dobbiamo pi curarcene; esse sono avanzi del passato, che per ignoranza scientifica da una parte, filosofica dall'altra non han poi saputo rimanere alla pari coi tempi.
Dopo il criticismo di Kant e il positivismo di Comte la Filosofia rammodernata riprendeva le sue vecchie tendenze verso l'idealismo e verso il materialismo esclusivista, quando sopravvenne qualcosa che la ferm sulla china, e le impresse quelle doti di mobilit e di elasticit di cui dicemmo, esclusion fatta di quelle correnti pi spinte del nuovo spiritualismo e del neo-materialismo. Questo qualcosa fu il progresso scientifico: e non soltanto delle scienze cosiddette naturali, che avrebbero piuttosto ora, come prima, favorita la direzione materialistica; ma anche il costituirsi autonomo e il fiorire rigoglioso di alcune ricerche psicologiche, che riportavan l'equilibrio nella comparazione fra mondo oggettivo e mondo soggettivo. Non solo: ma l'osservazione scientifica dello stretto rapporto fra i fatti della psiche e le modificazioni organiche nei casi normali, in quelli patologici, nelle esperienze istituite sul sistema nervoso, e lo sviluppo fortissimo, dopo il Fechner, della Psicofisica e della Psicofisiologia erano un naturale ed evidente sostegno al sorgere di teorie, anch'esse, s, filosofiche, ma tali che sintetizzassero su ipotesi quasi scientifiche il soggetto e l'oggetto, lo spirito e la materia nell'individuo psico-fisico.
Cos la scienza, avendo scavato di sotto il terreno all'antica filosofia e sostituito le ipotesi parziali filosofiche coi dati sperimentali, che ora offre invece di quelle alla speculazione superiore, esige un rimaneggiamento del pensiero filosofico e gli fa mutar faccia: basti osservare che nei sistemi veramente moderni, tutte le affermazioni che si sogliono chiamar metafisiche, ossia trascendenti e aprioristiche, non sono pi date a principio come realt, ma alla fine come esigenze logiche; e questo  un gran passo, per chi ne comprende l'importanza.
Si rimaneggia dunque il pensiero filosofico, e il sensualismo antico si apre con pi ampia trattazione nell'evoluzionismo spenceriano, e, sotto l'influenza dello Schopenhauer nel volontarismo del Wundt, e infine, sotto l'influenza del Renouvier, nel dinamismo psichico del Fouille. Nello stesso tempo, il metodo critico si ristaura, con le sue primitive intenzioni e speranze, col neo-criticismo: il metodo, dico, non il contenuto filosofico. E di pari passo prosegue il positivismo che, pur esso, del Comte serba il metodo pi che la sostanza, tanto che preferisce chiamarsi filosofia scientifica, sebbene il nome non le si confaccia sempre n, com' chiaro, esclusivamente. Le quali scuole tutte presentano, come dicevo, una grande variet nei particolari, una continua instabilit, tendendo verso un centro comune, e un mirabile potere di adattarsi, giorno per giorno, a nuove esigenze. Tanto che gli estremi delle scuole contrarie, critica e positiva, gi quasi si toccano, avendo questa accettato in tutta la sua estensione il principio della relativit della conoscenza, e l'altra, il criticismo, ridotto alla pura riflessione intuitiva l'elemento a priori.
Adunque sul confronto tra gli elementi ultimi della realt oggettiva e soggettiva e fra le leggi pi generali delle scienze corrispondenti, la Filosofia istituisce i suoi problemi e le sue soluzioni: primo fra tutti, quello che riguarda i rapporti fra mondo soggettivo e mondo oggettivo, sia nel senso gnoseologico, del come sia conosciuta la realt, che include poi i problemi del finito e infinito, della causalit, della necessit e contingenza e, subordinatamente, della libert di arbitrio, e altri ancora; sia nel senso dei rapporti fra materia e spirito e delle origini di questo.
Ma fin d'ora io voglio notare un fatto curioso: tutti i sistemi filosofici contemporanei, dei quali giovi tener conto, partono gi nelle loro ricerche dal principio della relativit della conoscenza, assunto come postulato. Questa premessa  come una dichiarazione anticipata, quasi dicessero: badate! l'opera di Kant c' per qualche cosa, e noi tutti, ci chiamino filosofi o neo-metafisici, l'abbiamo rotta con la metafisica antica. I pi non s'accorgono per che, pi tosto che un postulato, il principio della relativit della conoscenza  un teorema da dimostrare, tanto che poi si reduplica, come s' detto, nei problemi dei rapporti fra oggetto e soggetto; e dalla varia soluzione di questi, anche il postulato, non pi tale, della relativit assume un valore diverso.
Mi preme darne subito una prova, trattandosi di una questione importantissima anche per il nostro oggetto. Il Kant affermava relativo il nostro conoscere, non per questo, che l'oggetto sia soltanto un modo del soggetto, ma perch la conoscenza  in ogni sfera del sapere, del sensibile e dell'intelligibile, il risultato di una sintesi di elementi empirici, dati dallo stimolo o dalle sue rappresentazioni, e di elementi puri, ossia mentali. Appunto per il suo carattere aprioristico la mente  altra cosa dallo a posteriori; per cui il Kant rimane essenzialmente dualista. Appunto perch il fenomeno  solo un conoscibile, ossia una realt condizionata, rimane l'affermazione di una realt incondizionata, o altrimenti condizionata, ch' la cosa in s, ossia la sostanza dei metafisici precedenti. E il mondo noumenico non si afferma soltanto agnosticamente, ma in un tentativo immane, dal Kant dopo la sua prima edizione della R. P. e da' suoi epigoni  (Schopenhauer) se ne cerca la prova diretta, ora come causa del fenomeno, ora come un pensabile e una esigenza della ragion pura-pratica. L'incongruenza implicita nel concetto di fenomeno, che permetteva al Kant di sciogliere le antinomie della ragion pura, non gli doveva esser molto molesta, perch in verit il suo a priori  un assioma di fede.
Quando la scuola Inglese fa suo, o, per essere storicamente pi esatti, riprende dal Kant il principio della relativit del sapere, le torna assai comodo, per le sue mire sensualistiche, lasciargli tutto il valore kantiano, che divide in parti uguali l'efficacia dell'oggetto e del soggetto nella sintesi sensitiva. All'evoluzionismo spenceriano non nuoce l'esistenza noumenica, che anzi  prova della realt del fenomeno: dunque si riafferma il noumeno, con una metafora ingenua, nel concetto del realismo trasfigurato, e, per non cadere nell'inconseguenza del Kant, si dichiara un puro inconoscibile  (e pur si ricade, e come!, nella inconseguenza, di affermare il non-fenomeno in un mondo fenomenico).
Invece il neo-criticismo, cos a torto chiamato neo-kantismo, si trova assai pi lontano da Kant, che l'evoluzionismo, rispetto al postulato della relativit del conoscere. Il quale  preso nel senso che non  pi relativo, ma assoluto: tutto ci che esiste  soggetto n altro pu essere per il principio d'indentit. Si porr dopo il problema, del come il soggetto si distingua da un oggetto relativo a lui; ma la riflessione superiore li unifica come modi diversi della stessa coscienza personale. Il neocriticismo nega dunque l'in s: l'essere  il conoscere, le sue leggi sono quelle della conoscenza  (categorie), la realt, ossia la verit,  la persona. Di apriori non resta che la necessit dei principj logici d'identit, contraddizione e terzo escluso  (Renouvier), potendo le rimanenti categorie venir modificate come la persona. E questa categoria immanente, in un mondo tutto fenomenico, che si giustifica affermandosi intuitivamente, ha un valore puramente formale, ossia logico; ma  un apriori incongruente in un sistema, dove nemmeno c' nulla di aposteriori.
Il positivismo si oppone all'apriorismo e alla necessit di una o pi categorie, riferendosi in ci alla genesi delle formazioni psicologiche; e, quanto alla relativit del sapere, la presuppone ora agnosticamente  (Comte, Du Bois-Reymond), ora nel senso di un realismo psico-fisiologico  (Ardig) in modo che dovrebbe essere affermata non prima, ma dopo che sia discussa l'origine psico-fisiologica della sensazione.
Il principio della relativit della conoscenza, ch' sempre dato come un postulato e come l'origine dei problemi filosofici, ne  invece la conclusione, e cangia di significato secondo le soluzioni che di quei problemi ci propongono le varie scuole. Ad essi dunque dobbiamo prima rivolgerci.
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4.
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I problemi filosofici.
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La Filosofia generale pone una serie di problemi, gnoseologici, metafisici  (nel senso esatto della parola), morali: noi ci proponiamo di dimostrare brevemente, che questi problemi si riducono teoreticamente a problemi psicologici. La "Ragion pura" di Kant  una costruzione psicologica. E rimangono filosofici, quei problemi, solo in quanto rimane filosofica la psicologia; ma l'atteggiamento della filosofia contemporanea di fronte ad essi  tale, che appare pi che altro l'ultima fase e l'ultima spinta di un sapere pre-scientifico verso l'istituzione di una psicologia scientifica. Cos la Filosofia resta fedele alla sua missione, e cede il posto alla scienza; le soluzioni di quei problemi da ipotetiche diventano sperimentali; essa, la Filosofia, non ha pi ragione di vivere, che per ulteriori critiche verso l'istituzione di ulteriori scienze o parti di scienza; oppure sussiste, e niuno vorr opporvisi, come ragion pratica del mondo, per soddisfare le esigenze sentimentali che si acquietano solo in una illusione di verit, bont e bellezza assolute e necessarie; o, in altre parole, e sono quelle di un criticista, come "un romanzo di concetti" (19).
Le scuole che meglio rappresentano il pensiero filosofico moderno sono il neo-criticismo ed il neopositivismo, ossia due scuole eccletiche, derivate l'una dall'idealismo e l'altra dal materialismo, le quali si ravvicinano indefinitamente camminando verso un realismo, che sar poi la loro fine e il principio della scienza.
C. Renouvier, caposcuola del nuovo criticismo francese, rifacendo su nuove basi una parte della dialettica kantiana, formula cinque dilemmi, per tesi e antitesi, che sono poi altrettanti ordini di problemi filosofici (20). L'ultimo enunciato  il pi fondamentale di tutta la Filosofia, racchiudendo in s il problema conoscitivo ed il criterio di verit; risolverlo secondo la tesi o secondo l'antitesi vuol dire essere idealisti o materialisti. Ma la critica delle soluzioni neo-criticiste e positivistiche apre il passo ad una nuova soluzione, ch' quella scientifica, o, almeno, a un mezzo pi adeguato per risolvere realisticamente l'antinomia, ch' il costituirsi di una psicologia scientifica. Prendiamo dunque le mosse dal quinto dilemma del Renouvier cos formulato:
Tesi: ogni idea  una rappresentazione, e ogni rappresentazione  un fatto di coscienza, sia chiaro oppure oscuro il rapporto che il soggetto sa di avere con l'oggetto e che costituisce la coscienza medesima in ciascun modo mentale particolare. Considerata in generale, o come legge, la coscienza  il principio della conoscenza, e il principio dell'essere sia in quanto  conoscibile sia in quanto conosce. La persona  una coscienza, anzi la coscienza pi estesa e pi chiara nelle sue rappresentazioni e nella sue funzioni, che noi possiamo empiricamente conoscere.
Antitesi: la coscienza e le persone sono prodotti del mondo, e il mondo invece non  l'opera della persona. Il mondo  cosa in s, l'Essere universale, natura necessaria o sostanza, che abbraccia tutte le relazioni, senza coscienza n volont nel suo insieme, ma generatore degli oggetti e delle loro rappresentazioni in individui transitorii sia per una conseguenza delle sue propriet, sia come prodotti dalla sua evoluzione.
L'autore dei saggi di filosofia critica accetta naturalmente la tesi che ha foggiato in modo che si confaccia alle sue vedute. Egli parte dalla rappresentazione intesa come un rapporto interno, che nella sua forma  la coscienza e nella sua materia  il fenomeno. La riflessione ci dimostra che n la coscienza n il fenomeno presuppongono un in s senza contraddirsi, perch la rappresentazione  la prima e l'unica realt. E questa realt si afferma per se stessa, intuitivamente, come sentimento del me, per cui si ritorna al "cogito, ergo sum". Ed affermandosi cos,  anche persona, ossia in certo modo  una monade, intesa come rapporto generalissimo, ossia legge; rapporto della monade prima con se stessa, poi con le altre (21).
Le leggi dunque  (categorie) sono lo stesso ordine reale, ossia la verit, ossia la necessit: realt, verit, necessit, sono persona viva e possono evolversi. Dal necessario, cos concepito, s'inferisce l'universale, che ha la sua origine in Dio, anch'esso logicamente concepito come persona, potendosi credere che esistono fatti concatenati con la nostra coscienza, che predisposero allo stesso modo  (secondo le stesse leggi) tutte le coscienze.
Il criticismo ha il merito di riportare la discussione del problema filosofico pi fondamentale, quello dell'essere, nel campo della intuizione immediata, ossia della vita. La scienza analizza e perci astrae dalla realt; della realt la scienza ci porge simboli fissi e immobili; e di simbolo in simbolo, a mano a mano che si allontana dal concreto, giunge a qualcosa, come l'in s, ch' un puro potenziale, ma pi non esiste n pu esistere se non come mezzo gnoseologico, ossia punto di riferimento, come la materia, la forza, l'anima, che serve di soggetto alle proposizioni scientifiche, di cui il valore conoscitivo  tutto nel predicato. Il positivismo in genere si era spinto per questa via cos audacemente, che, assumendo alla fine come verit assolute le proposizioni esposte nell'antitesi del dilemma, ricadeva in una metafisica pi pericolosa di quella filosofica antica. Il criticismo sente il bisogno di rituffarsi nella vita sentita, di affermare come verit prima, e perci necessaria la realt intuitiva ch' soggettiva e personale. A questo modo, la necessit non  pi aprioristica, se non in quanto noi, affermandola per una specie di reduplicazione basata sul principio di identit e inferendone l'universalit, di nuovo ci slanciamo oltre l'intuizione, e di nuovo fissiamo stabilmente quello ch' mobile e vivo. Ma l'intuizione per s  una nuova sorgente di sapere. Tanto vero, ch'essa, appena si afferma, riconduce la discussione del problema conoscitivo nei suoi veri termini, nell'esame del contenuto cosciente, e addita alla scienza il vero modo di risolverlo analiticamente, mentre la Filosofia, lo risolve in concreto: l'analisi del rapporto fra la coscienza e il fenomeno, e non della coscienza in s e del fenomeno in s. Il rapporto fra la coscienza e il fenomeno  per il criticismo la rappresentazione: in ci si accorda pienamente col dinamismo psicologico del Wundt, che vede in tutti i fatti coscienti un che di attuale, immediato, pi o meno complesso di elementi sensitivi e di elementi rappresentativi; il rapporto rappresentativo, che poi si riduce alle leggi di somiglianza, differenza, coesistenza, successione, non  fuori della coscienza e del fenomeno, ma  la coscienza stessa del fenomeno a quel modo percepito. Cos poi anche le leggi, dovute all'attivit psichica, non si devono considerare, come fa il positivismo, contraddicendo ai suoi principi, quali necessit oggettive, ma come attitudini personali, che non si possono dunque proiettare oltre il campo della coscienza  (Tait).
Il criticismo inteso in questo modo, come un confronto vivificante del nostro sapere con la realt direttamente intuita per introspezione, rovescia, per cos dire, il metodo filosofico antico, e, lasciando alle scienze oramai l'ufficio di astrarre, di generalizzare, di cristallizzare il mondo conoscibile, ritorna al concreto, al vivo, al mobile, per esercitare un controllo efficace e continuo su di esse, e per ricondurre i problemi non ancora risolti esaurientemente al punto di vista essenziale. Questo criterio Filosofico si  oggi spinto pi audacemente abbandonando quasi del tutto l'idealismo originario, fino a una forma di realismo quasi empirico, e perci assai vicino alla scienza.
Il Weber (22) difatti riporta il reale alla ricerca stessa del reale, ossia all'attivit, che  il Sapere: il pensiero costituisce l'universalit dell'essere, e non si pu negare assolutamente, come fa il materialismo. Si pu negare, s, relativamente, ossia per astrazione, nella ricerca orientata verso l'oggetto, e cos serve per il progresso scientifico; ma in una riflessione superiore si riconciliano oggetto e soggetto in un essere, ch' poi l'unit del sapere. In questo conviene anche il positivismo pi recente  (Ardig), spoglio d'ogni idea agnostica e sostanzialistica, ammettendo che oggetto e soggetto siano manifestazioni della medesima realt psicofisica, apparenti ora come soggetto, per l'autosintesi, ora come oggetto per la eterosintesi. E vi conviene, per quella convergenza che dicemmo propria della filosofia contemporanea, anche il dinamismo del Wundt, e, con lui, la Psicologia volontaristica, come l'Hffding, ammettendo che oggetto e soggetto siano soltanto punti di vista diversi della medesima realt  (parallelismo psico-fisico).
Il Weber soggiunge: che l'esistenza in s e l'identit con se stesso, che sono i due attributi immanenti dello spirito  (bench solo l'essere, perch intuito, si pu dire immanente, mentre l'identit  forma logica, secondo noi, derivata, e mezzo umano di ragionamento), modificano il valore della relativit del conoscere, che, legata cos a un assoluto, prende una significazione pratica, ossia la nozione del divenire della scienza. Relativit non vuol pi dire reciprocit, ma dipendenza parziale del saputo con l'ignoto, della scienza fatta con quella a farsi. La realt dell'esistenza  progressivamente adeguata e poi identica alla verit dell'idea; l'universo  l'intiero sistema del sapere.
Ritornando al dilemma del Renouvier, rivolgiamo al criticismo una domanda: fra la prima parte della tesi e la prima parte dell'antitesi, dove la tesi dice che il mondo  la coscienza, e l'antitesi risponde che la coscienza  il prodotto del mondo, c' vera antinomia? Il Renouvier, schierandosi contro l'antitesi, ritorna pretto idealista; mentre il sano criticismo deve condurre al realismo  (nel senso moderno del termine), come vi si avviano tutte le altre tendenze moderne. Dire che il mondo  la coscienza, non vuol dire che il mondo  prodotto dalla coscienza, per cui rimanga un'assurdit l'affermazione antitetica. L'intuizione non ci d la coscienza in s, e nemmeno la cosa in s, dite voi; ma la coscienza di qualcosa. Giustissimo, un rapporto, che dite rappresentazione. Rappresentazione viva, variabile, integrabile, un divenire insomma, come dicono alcuni dei vostri e come dice il dinamismo, ch' poi un evoluzionismo idealistico. Dunque, per questo verso, il mondo non  soltanto la coscienza in un dato momento, ma tutta la esperienza e anche tutta quella possibile. Il che deve farvi credere  (l'intuizione filosofica crede, la scienza prover) in un mondo possibile, sempre fenomenico ma pi vasto della persona, nello spazio e nel tempo. E anche per un altro verso si pu concludere il medesimo rimanendo filosofi  (il senso comune e la scienza fanno pi presto). Anche perch la coscienza  attivit ma non creatrice di se stessa e del fenomeno, il sentimento del me  un sentimento di sforzo, che dunque contrasta con altri sforzi (23); la rappresentazione  rapporto o legge, ma non autonoma, perch ci  imposto di scegliere, per es. fra somiglianza e differenza, e, pur ammettendo leggi a priori, non tutte sono tali (24); insomma il fenomeno partecipa della persona, ma partecipa pure di qualcos'altro ch' fuori della persona, come fenomeno possibile, come, mettiamo, una luce dell'oggetto che la iradia e che  poi un aggruppamento anch'esso di caratteri fenomenici. Se dal mondo fenomenico reale, che dico persona, non si potesse inferire a un mondo fenomenico, s'intende, ma possibile, pi vasto, che dico cosa, il criticismo, troppo idealista, condurrebbe diritti allo scetticismo.
Ma c' di pi. Tutti i fenomeni sono qualit che diciamo geometriche, meccaniche, fisiche, chimiche, biologiche, psicologiche  (sentimento; idea, comprendente anche il tempo e le categorie; volont). Queste qualit, si diceva poco prima, possiamo considerarle ora soggettivamente, ora oggettivamente: perch anche le qualit psicologiche possono essere oggettivate con la riflessione. E dicevamo col positivismo psicologico ch'esse appaiono come soggettive quando si riferiscono agli aggruppamenti pi costanti che formano la coscienza dell'io, ch' una specializzazione della coscienza generale; e appaiono come oggettive quando prescindendo dall'io, si riferiscono agli aggruppamenti pi variabili, che son detti mondo esterno.
A dir vero, non  un riferimento, operazione secondaria che gi presuppone la differenza fra io e non io, che sia necessario alla distinzione fra oggetto e soggetto: questa si deve alla predominanza del carattere affettivo su quello conoscitivo, che appare come soggetto, o viceversa, per l'oggetto. In altre parole: il fenomeno  sempre coscienza, coscienza soggettiva come affetto, coscienza oggettiva come idea. Onde  un errore anche quello del Wundt, di credere immediata l'esperienza soggettiva e mediata quella oggettiva, come se questa fosse non la coscienza, ma qualcosa che passa attraverso la coscienza: concetto che testimonia di un resto di sostanzialismo. E qui si pone la domanda: le varie qualit del fenomeno hanno origine nella coscienza? No, perch la coscienza non  un in s, ma  appunto la coscienza del fenomeno.
Dunque le varie qualit del fenomeno per cui si distingue come soggettivo ed oggettivo e poi come luce, suono, odore, ecc. hanno la loro ragione fuori della coscienza, bench possa poi questa ragione farsi chiara alla coscienza come un aggruppamento fenomenico. La coscienza pu credersi generata dal mondo senza contravvenire alla tesi del relativismo.
L'idealismo non manca di belle ipotesi sull'origine della coscienza, mantenendosi ostinatamente nel campo spiritualistico col cercare, prima della coscienza, qualcosa che  sempre coscienza, sia monade, sia Dio, sia l'anima panteisticamente diffusa. Evidentemente l'idealismo in ci dimentica di essere criticista e considera la coscienza come un in s. In questo campo vi si oppone recisamente il neo-materialismo, e, spesso, l'evoluzionismo, che intendono la coscienza come un episodio nella vita del mondo, sorta come funzione del sistema nervoso, quindi non esistente al di fuori di questo, e riducibile alle altre energie naturali. E mentre il Wundt combatte coi suoi antichi discepoli  (Klpe, Munsterberg, Ebbinghaus), che si spingono sulla via del materialismo psicofisico, e in Russia il Grote cerca le prove del trasmutarsi dell'energia fisica in energia psichica; ottiene un esagerato favore la teoria del Fouille. Il quale, prendendo dal volontarismo psicologico la legge, che ogni idea implica l'elemento appetitivo ed  quindi motoria  (idea-forza), la trasporta nel cosmo, dimostrandone l'evoluzione come un divenire mosso da tendenze, appettiti, molto somiglianti a quelli aristotelici  (cause finali), che si manifestano in modo pi complesso nella coscienza. E taccio di molti altri. La critica di questi concetti  inclusa in quella dell'idea di causa, che accenneremo.
Ritornando ancora una volta al dilemma del Renouvier, formulo un'ultima domanda: se rappresentazione  il rapporto fra la coscienza e il fenomeno, ossia quello che gli psicologi chiamano pi propriamente percezione; l'intuizione filosofica non aspetta la sua riconferma dall'analisi psicologica da lei promossa?
L'aspetta; anzi, ne ha bisogno. Ne ha bisogno, per non restare un'ipotesi, essendo, alla fine, credenza. Ne ha bisogno per assicurarsi scientificamente che la percezione non esige un qualcosa dal di fuori che diventi un qualcos'altro di dentro. L'idealismo moderno finisce col dire: questo tavolo, su cui scrivo, , s, un oggetto; ma, riflettendovi su, oggetto e soggetto sono termini di un solo rapporto, che dico coscienza: questo tavolo  sempre un fatto di coscienza, n c', dietro, un tavolo o una sostanza fuori della mia coscienza. Perci non si pu dire che sia un fenomeno, dove non  possibile il noumeno: la mia coscienza  tutto il mondo, soggetto ed oggetto. Perci il fenomeno, in ultima analisi, non  pi tale, ma  il fatto, tanto desiderato dal positivismo, e la relativit del conoscere non  pi un relativo. Soggetto e oggetto, fenomeno, sono alla fine verit seconde: la realt reale, bisogna dir cos, non  n relativa n assoluta, n trascendente n immanente, n determinata n contingente.
A questo giunge, dico, l'idealismo di oggi; ma non iscioglie l'eterno nodo gordiano, non risponde all'eterna obiezione che si pu muovere ad ogni idealismo: se la realt, se tutta la realt  la mia coscienza, non vi  altro fuori di questa? - Altro, rispondono essi,  sempre almeno la possibilit di un mio stato cosciente. - Ma se questo tavolo non fosse una ma percezione, non esisterebbe pi? - Esistere, rispondono,  sempre una categoria mentale. - Ma in somma, perch sono certo di questa esistenza, se non mi ci costringe la mia percezione, ch' questa, del tavolo, e non altra? Ecco perch l'idealismo criticista e realistico ritorna col Mach all'analisi delle sensazioni, ossia all'analisi psicologica pura. Chi taglier il nodo, non sar il soggettivismo che lo ha cos stretto, per quante concessioni faccia all'oggettivismo. Dovr rinunciare ad essere idealismo e diventare scienza.
L'analogo si dica del positivismo, che, dal suo canto, sovrapponendosi a tutto il sapere scientifico, accettando ad occhi chiusi ogni conclusione che parta dall'esperienza, deve poi anche accettare in parte dall'idealismo il criterio della priorit del fatto cosciente sopra ogni altro, almeno nel senso che si pu ridurre tutto il mondo, interno ed esterno, alla percezione.
Anche il positivismo fa la psicologia della percezione; ma, cosa curiosissima, si trova di fronte a questa nella medesima posizione assunta dal Kant nella sua - Estetica trascendentale - perch ammette che la percezione sia dovuta a un'associazione di elementi o impressioni di qualcos'altro, che diventano rappresentazioni nostre. La realt si sdoppia di nuovo; l'io  rappresentazione,  luce, calore e via, il movimento di atomi  l'oggetto; la luce rossa  una realt soggettiva, un movimento etereo  la realt soggettiva: allora l'idealismo ha ragione di ridere sul viso al positivismo, che si dice scientifico e mette capo ad un sofisma.
Vedremo che appena si fonda la Psicologia sperimentale, spoglia d'ipotesi pre-scientifiche, il problema conoscitivo si trova da s risolto, perch era semplicemente un problema mal posto; e la relativit della conoscenza si dimostra un puro malinteso.
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[Segue:] I problemi filosofici.
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Ma sul problema gnoseologico si complicano le questioni metafisiche, che abbracciano i rapporti fra tutte le cose, gi ammesse come esistenti, cercando una legge che comprenda tutte le altre, nell'eterna aspirazione verso un monismo universale. Onde il problema della causalit, e le discussioni sul determinismo, sulla contingenza, sulle leggi e via. Il positivismo da un pezzo aveva posto il problema della causalit nella serie delle questioni di logica reale; ossia aveva sottoposto il principio di causalit alla critica psicologica avviata dall'Hume; e gi il Comte, nella prima lezione del suo Corso di filosofia positiva, dimostrava l'evoluzione del concetto di causa, da quello finalistico, antropomorfico delle spiegazioni teologiche e metafisiche, a quello di un rapporto costante tra i fatti, delle spiegazioni scientifiche. Ed una pi profonda analisi pu dimostrare come il principio di causalit sia vario e molteplice e diverso secondo il contenuto, dalla semplice efficienza per successione all'efficienza per coesistenza, dall'unicit della causa alla molteplicit di elementi rispetto ad un composto, di fattori rispetto a un prodotto, di leggi rispetto a un fatto concreto, e via.
Per questa strada, della critica psicologica, si  posto oggi anche l'idealismo, il quale non solo considera la legge come un rapporto istituito dal nostro spirito sulle cose, anzi che come una realt sostanziale; ma giudica lo stesso principio fondamentale di causalit come un fatto psichico intuibile prima di tutto nella nostra attivit volontaria.
Ma vi ha di pi. Il Bergson, criticista trascendentale, present al Congresso di Psicologia del 1900 in Parigi una nota sulle origini psicologiche della nostra credenza alla legge di causalit. - La soluzione empirica e soggettiva del problema, egli dice, anche se ammette il fattore ereditario, non ispiega il concetto di causa, che non si riferisce soltanto a successivi, ma anche a coesistenti, essendo la causa di solito posta dentro la cosa e non fuori dei fatti:  una soluzione troppo intellettualista. La teoria della esperienza interiore  (M. De Byran), che si basa sullo sforzo nostro, confonde la causalit interna che appare libera con quella esterna necessaria. La soluzione, secondo cui la causalit non sarebbe che una forma di sintesi logica propria del nostro intelletto, esplica la scienza, non l'esperienza comune.
La causalit, prosegue il Bergson, pu designare rapporti di successione e di concomitanza, di precisa determinazione e di scelta contingente, una unit imposta dal di fuori e un rapporto dinamico percepito interiormente, un dato dell'esperienza ed una risposta a certe esigenze fondamentali del pensiero. Essa si deve dunque alla coordinazione progressiva delle nostre percezioni tattili a quelle visive in particolare e in generale all'educazione di uno  (ciechi nati) o pi sensi, per cui coordinandosi due serie di percezioni, l'una di percezioni sensoriali passive  (vista, semplice tocco), l'altra di tendenze motrici  (pressioni attive, ricerca dei contorni), sorte con l'abitudine, l'una serie fa prevedere ormai l'altra. La credenza di causalit sorge cos prima immediata e vissuta  (animali in genere), poi riflessa e pensata  (uomo), epurandosi degli elementi dinamici e diventando legge sempre pi necessaria.
Bisogna mettersi pi gi dell'empirismo per salire poi pi in alto. -
D. Hume e St. Mill redivivi plaudirebbero a questa analisi scientifica di un filosofo, in altra parte trascendentalista.
L'esplicazione della credenza di causalit ritorna nel campo della psicologia dei fatti logici. E vi ritornano anche le dispute sulla contingenza che pare opposta alla causalit, e, in generale, quelle sui rapporti istituiti dalle scienze nel loro ordinamento del sapere.
Prima di concludere sulla causalit amo riportare anche l'opinione di un altro neo-criticista, E. Boutroux, sulla contingenza e sull'idea di legge naturale. Egli dice: - Gli esseri compongono una serie: prima l'essere indeterminato, poi i generi per somiglianze e differenze, poi la materia estesa e mobile  (mondo matematico), poi il mondo fisico, poi il mondo organico, poi il mondo pensante.  ( la serie dei rami del sapere, per malfatta, perch foggiata con due criteri diversi al tempo stesso: l'uno riferito al procedimento logico, l'altro al contenuto scientifico). Ogni grado si complica sul precedente; ma non vi  un legame di necessit che li unisca, aggiungendosi sempre qualcosa di contingente. La necessit delle leggi naturali  relativa; la contingenza  al fondo della natura. Cos  errata la formula del principio causale, secondo cui l'effetto  proporzionale alla causa, come se nulla di pi ne contenesse. Causa ed effetto non potendo essere cose puramente quantitative, debbono differire per qualit, senza di che, non si distinguerebbero. Il quid eterogeneo ch' nell'effetto, toglie il valore proporzionale, e nemmeno si pu mai trovare un egual grado di eterogeneit qualitativa in due o pi effetti in rapporto alle identiche  (?) condizioni. Questo punto di vista,  (adottato, diciamo noi, dal positivismo contemporaneo, tanto che, vedi caso strano! leggo i rimproveri che un criticista per ci gli muove),  propizio alle credenze dell'umana coscienza. Il concetto deterministico ci viene dall'osservare le abitudini e gli istinti fissati in noi, ma non prova che non vi sia alcunch di contingente. La libert di arbitrio non  che un caso particolare e pi complesso di ci che appartiene a tutte le forme anche pi elementari dell'essere -  (25).
Il Boutroux in un'opera scritta posteriormente (26), conforta la sua tesi. - Dall'ammettere che vi  un punto di coincidenza fra il sensibile e il matematico  (Descartes), la matematica e l'esperienza fondano una scienza assoluta della realt sensibile, l'una ponendo la necessit, l'altra il valore concreto; onde il determinismo. Ma tutto nel mondo  matematico  (geometrico e meccanico)?
Non abbiamo la scienza, ma le scienze, ognuna con la sua propria fisionomia, e in biologia, in psicologia, in sociologia, la finalit degli atti pone un limite al meccanismo, e il legame loro  d'altro genere di quello atomo-cinetico. La distanza fra il rigore di alcune scienze e quello matematico  breve, ma solo per ipotesi si riduce a zero, e solo per ignoranza si affermano analoghe. Del resto, le scienze matematiche sono affatto ideali  (formali), mentre la finalit  al fondo delle cose. -
E il Fouille: - A torto il positivismo volle riducibili le scienze psicologiche a quelle della natura oggettiva. Fra le scienze della natura e quelle dello spirito c' irriducibilit scientifica;  poi la Filosofia che le riunisce sotto un punto di vista pi alto (27). -
Con vedute alquanto affini, altra volta dicevo parlando dei rapporti psico-fisici:
"Ci sembra che due gravi errori abbiano traviato i sapienti in questa secolare e affannosa ricerca dei rapporti psico-fisici e del monismo universale. Il primo errore , che si cerca di identificare  (ridurre) fenomeni irriducibili, mentre questa identificazione non  necessaria n utile al monismo. Il secondo errore , che si cerca di differenziare fenomeni che non sono differenti, e anzi che si presentano all'esperienza come un solo fenomeno.
Mi spiego: supponiamo che il tentativo di ridurre i fatti del pensiero sotto la legge dell'equivalenza delle varie forme di energia, sia pienamente riuscito; per cui anche al pensiero si possano riferire le leggi della fisica. Questa supposizione non  assurda: sappiamo che il lavoro intellettuale sviluppa calore; sappiamo che il calore pu considerarsi come una forma residuale di energia  (principio di Carnot-Clausius), e sappiamo infine che durante il lavoro intellettivo si  potuto apprezzare una quantit di calore minore che durante i fatti automatici: onde si conclude col Laborde, che, perch sussista l'equivalenza fisiologica, bisognerebbe appunto supporre che il lavoro meccanico sia rimpiazzato da quello intellettuale; ma con ci i neo-materialisti avrebbero raggiunto quel monismo che se ne ripromettevano? Tutt'altro: il fatto psichico anche considerato come un'energia, rimane sempre una energia sui generis, diversa da quelle fisiche e chimiche, con caratteri speciali che la distinguono nettamente. Del pari, se l'ilozoismo, che comprende in ogni monade materiale un elemento di psichicit, potesse trovare prove sperimentali, lo spiritualismo non potrebbe perci concludere che ogni cosa esistente  di natura psichica, ma soltanto che questa psiche vi  complicata.
Mi spiego in un altro modo: io ho questa penna con la quale scrivo, e voglio considerarla sotto ogni aspetto scientifico. La tocco e la trovo resistente e in possesso di una certa temperatura; la batto contro un altro oggetto, e ottengo un suono: essa ha un colore; abbandonata a s cade; tenuta in mano pesa; e via di seguito. Su questi fatti o propriet, costruisco la scienza dei loro rapporti  (fisica, meccanica) e giungo a una legge generalissima che li abbraccia tutti, e m'insegna che resistenza, peso, calore, suono, luce, ecc. sono forme o propriet equivalenti, trasmutabili le une nelle altre in mezzi adatti, semplici, composti o complessi, aerei od eterei. Non mi basta: questa penna ha una composizione speciale,  di legno. Un'esperienza di lunga durata m'insegna che il legno  un composto chimico, un idrato di carbonio dovuto all'affinit chimica degli elementi componenti;  dunque su questa nuova propriet dei corpi che noi edifichiamo una nuova scienza, la chimica.
Ora, l'affinit alla sua volta pu esser ridotta ai fenomeni fisici, prima studiati, in quanto noi sperimentalmente osserviamo che l'affinit  dovuta a speciali condizioni di resistenza, calore, peso ecc. e a sua volta determina corpi che presentano nuove propriet di resistenza, calore, peso ecc. E riconoscendo altres che l'affinit  un equivalente di quelle propriet fisiche, perch ha con esse un rapporto costante, quantitativo, misurabile col peso atomico e col calore  (termochimica); noi estendiamo le leggi della fisica alla chimica, e possiamo fare l'ipotesi legittima che i fatti chimici non siano in fondo che fatti fisici-meccanici di attrazione atomica, ecc. Con ci raggiungiamo un monismo, e diciamo: mondo fisico-chimico; ma il monismo  accettabile solo nel senso, che nel nuovo fatto  (chimico) sta complicato come fondamentale e determinante quello fisico: ma vi  qualcosa di pi ch' l'affinit, la quale evidentemente, se possiede propriet fisiche, le mantiene in una propriet che per s  distinta e peculiare.
Procediamo nell'esame. Il legno di cui  costituita la mia penna, prima faceva parte di un organismo vegetale. La prima propriet speciale degli organismi, non riscontrabile nei corpi organici,  l'assimilazione  (e poi la riproduzione) funzione del citoplasma e poi di tessuti differenziati in organi. La cellula e i tessuti si possono anche ridurre sotto le leggi della chimica in quanto alla fin dei conti sono aggregati di composti chimici di carbonio, essenzialmente albuminoidi: e i fenomeni di ricambio, sono fenomeni di affinit, di carattere instabile  (endotermica, assorbente calore). Cos dicendo si foggia un monismo fisico-chimico-biologico: ma nello stesso tempo anche questa volta la riduzione del nuovo fenomeno sotto leggi pi generali non pu obliterare quelle propriet nuove, pi complesse, che sono sue proprie. Infatti, anche a parlare del solo ricambio, queste combinazioni non dissolvono, come le altre, i corpi costituenti; qui l'organismo combina senza dissolversi, anzi aumentando:  una combustione di nuovo genere. Allora se la scienza serve a spiegare i fatti dell'esperienza, la biologia si deve ridurre a fisico-chimica soltanto per quello che vi ha di comune in tutte le sintesi chimiche, compresa quella organica; ma deve aggiungere a tutto ci qualcosa che dia legge a quel nuovo fenomeno che si  aggiunto agli altri pi semplici della fisica e della chimica.
Finalmente, io posso considerare questa penna in quanto  il contenuto di un fatto cosciente, espresso con queste parole: io percepisco questa penna. Poich io debbo questa percezione al mio sistema nervoso, a fondamento della mia percezione stanno dei fatti fisici, chimici, biologici, ai quali la psiche aggiunge la coscienza, cio un fenomeno nuovo che  sempre uno, continuo, mentre gli altri fenomeni sono staccati e discontinui. Pi scientificamente si pu dire, che il fatto psichico  un fatto fisico-chimico-biologico che ha in pi una nuova propriet, la coscienza. Orbene, anche riducendo la coscienza a forma di energia, niuno ha il diritto di negarla come propriet nuova, diversa da tutte le altre dei corpi esistenti; che se un monismo si pu raggiungere, questo deve, per rimanere scientifico, unificare il fatto psichico con gli altri solo in quanto ha di comune con essi, ma lasciarlo a s in quanto ha di caratteristico e pi complesso: onde la necessit di una scienza che studi le leggi particolari di questa nuova propriet  (psicologia).
Adunque non  illogico quello che alcuni tentano, di offrire una interpretazione fisica dell'universo, perch tutto l'universo  soggetto alle leggi fisiche, ma illogico sarebbe pretendere che la fisica sola spieghi completamente tutti i fenomeni: la fisica pu spiegare tutti i fenomeni soltanto parzialmente, ossia riguardo alle loro propriet ed elementi fisici.
Del pari, pur accettata l'ipotesi che non esista pi di un corpo assolutamente semplice, e che tutti siano composti da esso, sia questo l'idrogene  (come voleva Proust, infirmato dal Berzelius, poi Lockyer in base alla spettroscopia stellare, infirmato dal Berthelot), o un corpo di equivalenza met dell'idrogene  (Dumas), l'uno o l'altro alla lor volta derivati dal protile primitivo  (Crookes) - l'universo intiero sarebbe suscettibile di una interpretazione chimica; per questa non potrebbe esaurire la discussione di propriet,  (biologiche e psicologiche) pi complesse dell'affinit, quantunque anch'esse abbiano ragioni chimiche, e queste ultime soltanto saprebbe definire. Quando Le Dantec, per citare il pi geniale di questa scuola, vuol ridurre tutti i fenomeni della vita a coefficenti fisico-chimici, fa opera giusta e scientifica in quanto veramente trova le basi fisico-chimiche della vita, ma non mostra convincersi, che un fenomeno pi complesso si riduce ai pi semplici solo in quanto vi trova le sue condizioni, ma poi se ne stacca, in quanto  un composto sui generis e tale rimane alla esperienza: che deve dunque tenerne conto, e aggiungere alle leggi fisiche e chimiche altre leggi, quelle biologiche, di cui Le Dantec non pu fare a meno; tanto vero che ne stabilisce la prima appena riconosce che la vita elementare non  un sinonimo di combinazione chimica, ma qualcosa di pi.
Insomma, la ricerca del monismo universale  scientifica solo quando cerca il semplice nel complesso, gli elementi nei composti, le leggi generalissime a fondamento delle leggi meno generali: diventa invece una ricerca metafisica e oscurantista, quando pretende di cancellare l'ordine stesso di complessit, e, invertendo i rapporti, negando il dato di esperienza, disporre tutti i fenomeni sulla stessa linea, con lo stesso valore e la stessa propriet. Cos facendo, non si otterrebbe il monismo, ma una confusione caotica, dove ogni rapporto sarebbe reversibile; ogni metodo, deduttivo; ogni realt, un'apparenza.
Passiamo al secondo errore dei monisti, ricordando che monismo significa in fondo risolvere il problema psico-fisico. Idealisti e materialisti, ancor prima di accingersi a dimostrare l'unit del cosmo, si erano scavato il terreno sotto i piedi, accettando la tesi dei dualisti. Secondo tutti costoro, il mondo della materia  esteso, il mondo dello spirito  inesteso. In altri termini, essi hanno tolto lo spirito dal regno dei fatti naturali e glielo hanno contrapposto. Questo modo di vedere non soltanto escludeva la possibilit del monismo assoluto da loro agognato, ma anche di quell'unificazione monistica di ogni fatto sotto leggi pi generali e fondamentali, ch' una legittima aspirazione della scienza, come sopra abbiamo dimostrato. Se il fatto cosciente non  un esteso cio un fatto naturale, niuna legge naturale in parte n in tutto lo potr abbracciare. Le cause dalle quali l'organismo  determinato - fisiche, di peso, calore, luce, elettricit, chimiche, di composti di carbonio binari  (con idrogene), ternarii  (ossigenati e azotati) e quaternari azotati  (senza o con aggiunta di altri minerali); biologiche, anatomiche e fisiologiche di ricambio  (permesso dalle combinazioni instabili endotermiche), di contrattilit  (muscolo), di eccitabilit  (nervo) e via dicendo - tutte queste cause non dovrebbero allora contare per nulla nello stabilire il carattere psichico.
Ma essendo evidente il contrario, non foss'altro perch tolto il corpo, o il sistema nerveo, scomparisce anche lo spirito, nacque la necessit di metter la cosa a giacere in quel letto di Procuste, ch' il parallelismo. Il parallelismo, considerato come un rapporto di contiguit fra un esteso e un inesteso, o considerato come un rapporto puramente gnoseologico, come un diverso punto di vista sotto cui si possa considerare lo stesso fenomeno ch' sempre inesteso - secondo tale ipotesi - si tratti di fenomeni esterni o interni,  un ottimo ripiego, ma non ci pu garantire la realt pi di quanto lo potesse la teoria delle cause occasionali di Malebranche.
Nell'eterno studio del problema psico-fisico, le ipotesi monistiche, dualiste, panteiste, pluraliste, si avvicendarono e si sovrapposero senza tregua; il monismo aveva sempre la sua ragione nella ricerca di una legge generale sotto cui potessero classificarsi tutti i fenomeni possibili, ma errava, come s' visto, nel voler ridurre propriet pi complesse non solo all'equivalenza, ma altres all'identit con le pi semplici; il dualismo aveva la sua ragione nel riconoscere come specifiche le propriet psichiche rispetto a quelle della materia, ma errava, come s' anche visto, nel rinunciare al rapporto causale, per s evidente, onde la psiche si sottopone e ricollega nelle leggi dell'equivalenza dell'energia: n a ci poteva giungere, malgrado il comune desiderio, sin che toglieva al pensiero il suo contenuto esteso, e lo riduceva a una pura forma inestesa d'intuizione e di affettivit.
Le leggi scientifiche sono dunque caratteri o rapporti costanti che la scienza astrae dalla variabilit dei fatti, e adotta poi come lor misura comune. Non sono dunque degli in s, queste leggi, e il loro valore  relativo sempre ai fatti concreti sui quali furono foggiate.
Cos poi anche il concetto di causalit, che , direi, la norma comune delle leggi, e che, come ha dimostrato il Bergson, si  andato formando dall'esperienza pre-scientifica, ed  poi salito alla scienza ed alla filosofia, modifica il suo valore secondo i gruppi di fenomeni e le loro leggi scientifiche, e gliene rimane solo per quel tanto che le connessioni fenomeniche giustificano. Non c' bisogno di ricorrere, come fa Renouvier e come fanno i finalisti, alla soluzione antropomorfica del problema, per togliere l'assolutezza alla causalit. Tanto peggio poi, come tende a fare il Boutroux, rendere al concetto di contingenza quell'assolutezza che si toglie al concetto di causalit. Anche contingenza pu significare un nostro modo di considerare la realt, in quanto si presenta diversa, e, diremo, nuova nei suoi diversi modi. E questo concetto, di contingenza, pi si pu applicare ai fenomeni che pi ci appaiono complessi, come gli atti di scelta volontaria, che pure, per altri aspetti o misure comuni o leggi che dir si voglia, sono causati. Mentre d'altra parte la causalit  pi evidente nei gruppi di fatti semplicissimi, come i simboli matematici, che son pure forme logiche, che poi applichiamo per misura quantitativa ai fenomeni, collegandoli causalmente a questo modo.
Il positivismo oggi  contrario al determinismo tanto, quanto il neo-criticismo: appunto per l'assolutezza implicita nel concetto deterministico, mentre tutto varia nel mondo e nulla vi  di necessariamente  (necessit  sinonimo di assoluto) prestabilito fin da sempre. Di nuovo la Filosofia, quasi concorde, rimanda la soluzione del problema nel dominio della psicologia logica che analizza le costruzioni dei nostri concetti di causalit e di contingenza.
Il pensiero filosofico presente, ancora diviso per ci che vi rimane, suo malgrado, del sostanzialismo passato, dall'un canto soggettivo, dall'altro oggettivo, si riunisce nell'orientamento critico, e, istituita una nuova revisione del sapere, disceso dalla contemplazione alla vita, esige dalle scienze psicologiche che sieno analiticamente integrate le sue intuizioni, promovendo una nuova soluzione, filosofica prima, psicologica poi, dei problemi pi generali dell'umano sapere.
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6.
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[Segue:] I problemi filosofici.
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Ma la Filosofia, dicevamo nelle prime pagine di questo capitolo, se  una ricerca pi disinteressata di quella che ci guida al sapere comune,  pi interessata per di quella scientifica; la ragion teoretica vi  sempre, in certo modo, subordinata alla ragion pratica, anche quando vien prima e pare che ne sia il fondamento. Quei medesimi che si dissero scettici e poi razionalisti e materialisti erano guidati alle lor conclusioni pi da un ordine di sentimenti morali, fosser pure di una morale per cos dire naturalistica, o, alla peggio, anarchica in antagonismo con quella aprioristica delle scuole dominanti, che dalla pura e fredda speculazione. Due ordini, dico, di sentimenti s'insinuarono sempre nella ricerca filosofica per darle un valore pratico, o almeno, come confessa lo Spencer, per conciliare il sapere con la credenza: i sentimenti morali e quelli religiosi.
Il fondamento teorico della morale filosofica fu sempre l'affermazione che nel mondo vi sia libert  (e, dove vi  commisto un principio teistico, Dio). E, poi che il neo-criticismo ha gi fatta la critica psicologica del principio di causalit, esso, per mantenere la libert, la scinde da quella, a cui era prima unita, e la considera a parte. -  pi facile al fenomenismo, dice il Renouvier, basato sulla credenza in rapporti, anzich al sostanzialismo, accordarsi con la ragion pratica. Sostanza e causa divengon rapporti conosciuti interiormente. La causa  una inferenza della nostra volont; possiamo dunque intenderla, senza che includa il determinismo, che anzi le contraddice. E appunto senza contraddirci, al contrario del sostanzialismo, perch non ammettiamo facolt, ma leggi, possiamo ammettere la libert (28). -
In altri termini, la libert  una verit intuitiva, mentre la causalit   (soltanto?) una inferenza dal mondo interno a quello esterno. Per il criticismo  intuitiva la libert, perch la troviamo in tutti i nostri stati coscienti che includendo l'appetito includono il finalismo dell'atto corrispondente, e le cause finali sono pi libere, per cos dire, di quelle efficienti  (?). Tanto che l'Izoulet espone un intiero sistema, per contrapporre al meccanicismo, che vede le cose dal di fuori, il finalismo, che le penetra interiormente; ritornando cos a un antropocentrismo perfetto (29).
E ancora pi la libert si manifesta negli atti di scelta, aggiunge il Renouvier, ripigliando l'argomento degli epicurei, come il finalismo ripiglia le tendenze aristoteliche, in senso per men deterministico.
Troppe contraddizioni sono incluse in questi concetti, perch si debbano spendere molte parole a confutarli. Lo stesso autore confessa, nell'opera pi recente gi citata (30), che la scelta fra la tesi della libert e l'antitesi del determinismo  dovuta a un atto di "libera fede nella libert" ossia a una ragion pratica, ritornando in certo modo al kantismo, il quale per risolveva l'antinomia introducendo il noumeno, ritenendolo prima un pensabile, e poi, perch pensabile veramente non , un'esigenza della ragion pura-pratica.
Qui basta rilevare, che, se libert  quella soggettivamente intuita, degli atti volontarj in genere e degli atti di scelta in ispecie, il concetto corrispondente perde tutta l'assolutezza, che gli dava valore nella metafisica antica; e niuno vieta di chiamare liberi i nostri atti di scelta e libera l'azione morale che vi si possa contenere: star poi alla Psicologia prendere di nuovo il posto preparatole dalla critica filosofica, e dimostrare il come di questa libert psico-fisiologica. Senza contare che, d'altra parte, l'idealismo non fu abile difensore della libert, trasportando la questione nel campo morale dove in ultima analisi, tanto  pi morale l'atto quanto  pi spontaneo e impulsivo, anzi che ponderato e deliberato.
Ma, si dice da quei filosofi, la moralit include sempre il merito e il demerito: se coloro, che agiscono moralmente, fossero a ci costretti come la pietra  costretta a cadere, non avrebbero merito alcuno e la moralit perderebbe il suo fondamento. Per il Kant si accorse benissimo, che tutti siamo costretti, se non come la pietra, perch qui si tratta di una serie di fatti pi complessi, almeno in quanto i nostri atti morali, anche i pi eletti e i pi altruistici, non isfuggono alle cause finali egoistiche, arrecandoci piacere ed essendo il portato d'impulsi e di sentimenti, che hanno la loro condizione nell'ambiente, nella educazione, nell'organismo stesso dell'individuo che vi si abbandona, e, aggiungerebbe l'evoluzionismo  (bench questa causa resti poi inclusa nell'ultima sopra enumerata), nei predeterminanti ereditarj. Non isfuggiva, dico, al Kant, che la moralit umana  eteronoma, quantunque la legge ch'essa postula debba essere autonoma: dette questa dunque come pensabile e noumenica. Ma il nuovo criticismo ha ormai distrutto il noumeno.
Alla metafisica non resta, che cedere anche il problema della responsabilit morale alle scienze psicologiche e antropologiche, che sbito ne restringono la portata nel suo giusto mbito. E la semplice osservazione disinteressata sbito chiarisce, che il senso comune non esige punto che l'atto sia libero per dichiararlo meritevole o no; che anzi tutti i nostri atti in rapporto con gli altri individui sono regolati, come se la loro reazione si consideri determinata. Merito e demerito non esprimono che sentimenti, gli uni sovratutto di simpatia e riconoscenza, gli altri sovratutto di antipatia e di rivalsa verso gli individui che beneficano o danneggiano noi o altri con cui simpatizziamo; non sono concetti da riferirsi all'individuo per s, ma all'individuo in societ, dove si ricompensa, almeno con la stima, quello, e si punisce, almeno col disprezzo, quell'altro, non secondo la loro libert di scelta e la loro responsabilit assoluta, ma secondo i vantaggi o svantaggi arrecati e la loro responsabilit psichica.
Quanto al contenuto dei sentimenti morali, gi da tempo gli era stata tolta l'assolutezza e la necessit attribuitagli da Socrate  (il quale, del resto, gi aveva riportato il criterio morale ad un'analisi psicologica introspettiva), variando il contenuto secondo gli individui, le classi, i popoli, i tempi; e la Sociologia moderna, scienza derivata da quelle psicologiche, stabilisce la stretta dipendenza di quello dalle attivit sociali pi fondamentali, subordinandosi a bisogni collettivi e ad istituzioni preesistenti, economiche, giuridiche, politiche (31).
Quanto poi alla forma dei sentimenti morali, che si riduce negativamente, a una inibizione o freno interno, ossia spontaneo, per cui, senza pi coazione esterna, ci si astiene, anzi ripugnamo da azioni socialmente dannose; e positivamente all'altruismo, ossia al sacrificio - la Psicologia collettiva trova i precedenti di queste formazioni psichiche da una parte nel trasformarsi del freno esterno  (rivalsa individuale, punizione sociale, giurisdizione, educazione ecc.) in freno interno; dall'altra parte, in una pi complessa evoluzione dei sentimenti, gi sviluppati nella psiche animale, di simpatia e di socievolezza, fortemente aiutati dallo scambio di servigi che si effettua nelle societ umane, fino a divenire altruismo, sempre in proporzione diretta con la comunanza d'interessi e di vantaggi, e in proporzione inversa con l'urto di quegli interessi medesimi.
In modo che poi si forma una coscienza morale collettiva, che, rivelandosi come pubblica stima, diventa un nuovo fattore di moralit sovrapposto ai pi fondamentali, in quanto ciascuno pu proporsi come fine delle sue azioni, non soltanto l'interesse economico  (per esempio, il guadagno), giuridico  (per esempio, sfuggire alla prigione), e via, e non ancora la pura soddisfazione personale, ma l'acquisto della pubblica stima  (fattori ego-altruistici). E si formano in fine gl'ideali, personali e collettivi, che acquistano poi forza propria nel senso, che, avendo di mira un'idea di perfezione in corrispondenza di ogni attivit umana e sociale gi esistente, reagiscono sovra di essa, divenendo fattori di progresso.
Quel poco che si  detto forse pu bastare, a dimostrare che i problemi della Filosofia generale sono problemi delle scienze psicologiche, quando queste siano sorte. Alla Filosofia si presentano come dilemmi, appunto perch essa  capace di risolverli soltanto sub conditione, ossia ipoteticamente; queste soluzioni ipotetiche, ossia temporali, hanno per il merito di maturare la questione maturando la scienza, che poi le riforma.
Ancora pi chiaramente si pu intendere come sieno pure scientifici, a suo tempo, quei problemi, che, prima, sono filosofici, appartenenti al campo di ciascuna scienza: problemi riferiti, come dicemmo, a un gruppo particolare di oggetti, che la Filosofia riporta analogicamente alle leggi gi note o credute, fin che si aspetta che sorga una scienza lor propria; problemi riferiti in vece agli elementi analitici o alle leggi sintetiche di ciascuna scienza, dove la Filosofia crea delle ipotesi, anche qui fin quando l'analisi e la sintesi scientifica, da lei maturate, non la raggiungano. La differenza poi fra le soluzioni scientifiche dei problemi che prima appartenevano alla Filosofia di primo e secondo grado e quelle dei problemi che prima appartenevano alla Filosofia generale sta in ci, che qui  sempre la Psicologia quella a cui spetta prendere il posto preparatole dalla Filosofia, e l invece lo fa ciascuna scienza nel suo campo. Cos per esempio, la teoria atomo-cinetica  del tutto filosofica, e appartiene a quella Filosofia, che dati gli elementi analitici della Chimica e della Fisica e le loro leggi generali, cerca poi di ridurre tutti gli elementi ad uno ultimo, posto ipoteticamente, l'atomo, e tutte le leggi a una sola ipotetica che le abbracci, il movimento: quelle scienze cercano intanto di tradurre l'ipotesi in legge sperimentale o di modificarla. Ma nel medesimo tempo anche la Filosofia generale pu occuparsi dell'ipotesi atomo-cinetica, chiedendosi, per esempio, se questo rapporto  (legge), che diciamo atomo in moto, sia una realt assoluta, un in s, oppure relativa alle categorie del nostro intelletto, un nostro punto di vista; e come si accordi la realt soggettiva con quella oggettiva. E qui spetta oggi alla Psicologia di subentrare, cambiando la critica filosofica delle nostre idee astratte in una spiegazione scientifica di esse.
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7.
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I fatti psichici.
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Mentre, come si  visto, la Filosofia teoretica sempre pi diventa Psicologia filosofica, da questa, che ne rappresenta la fase pre-scientifica, si va sviluppando ed emancipando la Psicologia scientifica, destinata a soppiantarla e a relegare la filosofa presente e passata, in quanto teoretica, nel regno della storia del pensiero umano. A mano a mano sorse la Psicologia, prima introspettiva, ossia basata su l'esperienza interna, e poi sperimentale nel senso ristretto della parola, in quanto si basa su gli esperimenti di laboratorio o sulle prove istituite su di una o pi persone in determinate condizioni. E si form cos quel corpo di ricerche e di leggi scientifiche, che possiamo dire Psicologia sperimentale in senso largo, come avvertimmo a principio, in quanto ogni sua inferenza  o dev'essere basata e in accordo coll'esperienza, quale vorremmo istituire a grandi tratti nel presente lavoro.
Ma naturalmente la Psicologia scientifica, uscita cos di recente, e, secondo alcuni  (ci che dimostreremo errato), non del tutto dal seno della Filosofia, spesso ne porta, inconsciamente, la traccia, in una serie di preconcetti, di lacune, di errori metodologici, che riflettono quelli dei filosofi. Cos gli psicologi analizzarono la psiche dividendola per gruppi di fatti, che dissero sensazione, percezione, rappresentazione e via di seguito; come la Filosofia aveva prima diviso il pensiero per facolt, come poi anche la Fisiologia divise in scompartimenti il sistema nervoso. Cos ancora furono considerati astrattamente gli uni dagli altri i fatti di sentimento, quelli di intelligenza e quei di volont. E dei fatti intellettivi, che sempre interessarono pi di ogni altro i Filosofi e gli psicologi inglesi, astratti alla lor volta l'un dall'altro coi nomi di coscienza, idea, concetto, giudizio e via, si cercarono le leggi, che si dissero associative intendendo alla sua volta l'associazione come qualcosa di autonomo, che leghi dal di fuori, per cos dire, le idee, i giudizi, ecc., ora sommandoli, ora tirandoli l'uno su l'altro. Insomma per la solita tendenza, dovuta alla legge del minimo sforzo, di prendere le astrazioni per realt concrete, in modo che i nostri scolari di liceo, e spesso anche i professori credono che l'atomo, che la materia, che la gravit e via di seguito sian cose vere nella realt sic et simpliciter, anche gli psicologi con i filosofi credettero che coscienza, sentimento, intelligenza, volont, ecc., e poi sensazione, percezione, rappresentazione, ecc., e poi concetto, giudizio, ecc., e poi associazioni di contiguit, di somiglianza, ecc. fossero tutti stati, e i migliori dissero operazioni, differenti fra loro, porgendo larga base a tutti i pregiudizi aprioristici; anche a quelli dei positivisti, che si riferivano alla sensazione come diversa nei suoi momenti meccanico e psichico. Per fortuna, pi recentemente, la psicologia ridiscese dalle sue astrazioni, per cercare le ragioni dei fatti e riunire quel che pareva staccato o solo appiccicato dal meccanismo associazionista; e ritorn cos a una concezione pi concreta della psiche, fondata specialmente su studi di patologia mentale in Francia e di psicofisiologia in Germania.
Ma anzich porre in rilievo gli errori della Psicologia prevalentemente scientifica, mi par meglio, per concludere questo capitolo, ricostrurre brevemente il sommario, per cos dire, di una psicologia senza ipotesi e senza astrazioni, eccetto quelle che si fanno di proposito. Sommario che giover intanto d'introduzione a ci che spiegheremo partitamente in seguito, e di dimostrazione a ci che prima s' detto, che il problema pi fondamentale della Filosofia generale, ch' quello della conoscenza  (e subordinatamente poi gli altri), si risolve da s, con un esame psicologico esente da ogni apriorismo.
Lo studio della psiche presuppone lo studio dell'organismo in genere e del sistema nervoso in ispecie, che sono in un senso la condizione e in un altro il condizionato di quella. Condizione, perch sperimentalmente si prova che ad ogni variazione organica corrisponde una variazione psichica, come per es. abolendo l'occhio, si abolisce la visione ed ogni costruzione psichica che vi si connetta; condizionato, perch le funzioni organiche animali in genere e la funzione muscolare e ghiandolare in ispecie, si riferiscono a fatti psichici pi o men chiari e complessi. Tanto che dai movimenti organici, sia da quelli utili in ogni lor grado  (intenzionali, automatici, riflessi, istintivi), sia da quelli espressivi in ogni lor grado, tra i quali  la parola umana, inferiamo l'esistenza di una psiche, sia pur semplice ed oscura, midollare o gangliare o magari protoplasmatica, varia come  varia la serie animale, e, nell'uomo varia secondo le et, il sesso, le condizioni organiche e sociali degli individui. Perci i modi dell'organismo in genere e del sistema nervoso scientificamente danno ragione dei modi della psiche.
L'istologia del sistema nervoso dimostra ch'esso  dovunque formato di cellule e fibre che si differenziano solo per uno specializzarsi della funzione che diremo trofica per le cellule e dinamica per le fibre; le cellule poi adunate in gangli e connesse pei loro prolungamenti, le fibre decorrenti in fasci per collegare parti lontane. Dovunque, nei centri e alla periferia, cellule connesse prima tra loro, e poi coi loro prolungamenti protoplasmatici rivolti verso l'esterno del ganglio e coi loro prolungamenti cilindrassili raccolti in fasci e nervi che decorrono verso altri gangli. Onde si conclude all'omogeneit istologica del sistema nervoso e alla sua continuit, sia che si stabilisca per accostamento dei prolungamenti diretti e collaterali, sia per anastomosi, sia per l'uno e per l'altro come oggi par dimostrato. Omogeneit e continuit morfologica e funzionale, delle masse centrali raccolte  (si parla dell'uomo) in cavit ossee che le proteggono, e delle parti periferiche che ne sono i rappresentanti all'esterno, quel tanto che basta per le funzioni organiche e psichiche.
L'anatomia del sistema nervoso dimostra il medesimo: che gli organi centrali non differiscono tra loro che per la diversa ubicazione e che gli organi periferici non differiscono fra loro che per la diversit dei rapporti coi quali vengono a trovarsi col rimanente organismo e col mondo esterno. Prolungamenti nervosi emananti dai gangli periferici formano la parte essenziale degli organi di senso, ora aperti a ventaglio sul fondo dell'occhio, ora aderenti alle pareti interne del labirinto, ora sporgenti nella mucosa olfattiva e nei calici gustativi, ora sparsi sotto la cute o insinuati per ogni viscere e per ogni tessuto  (e in questi ultimi casi il ganglio corrispondente  posto molto vicino alle parti centrali, come avviene nei gangli extra-midollari della branca sensitiva e in quelli del simpatico, a fine di permettere lo sparpagliamento dei prolungamenti). Prolungamenti sempre, diversi solo per il modo di porgersi all'ambiente, mentre i gangli rispettivi coi loro prolungamenti cilindrassili uniti in nervi si ricongiungono agli organi centrali. E da questi partono i nervi di moto, morfologicamente simili a quelli di senso, e differenti solo per la connessione coi muscoli che l non c'era. E gli organi centrali sono poi connessi fra loro per fasci, che collegano parte a parte e organo a organo, i lobi del cervello fra loro, gli emisferi fra loro, e tutto il cervello superiore coi gangli della base e col cervelletto, e anche questi tra loro, e cos via per il midollo allungato e spinale.
La fisiologia del sistema nervoso ne studia la funzione, che chiama eccitazione nervosa, e, per ora, l'intende come un dinamismo, misurato dai suoi effetti organici e psichici, come il fisico considera l'elettricit, lasciando per ora alla filosofia della scienza di ridurla a movimento etereo o altro. Per l'omogeneit nervosa, tutto il sistema  eccitabile nella stessa misura, per pi rapidamente nella fibra e meno nei gangli. Le variet dell'eccitazione non hanno dunque le loro condizioni in qualit speciali di alcuni gangli, ma sono dovute ai differenti rapporti periferici. E si distinguono in sensorie e motorie, secondo che l'eccitazione si propaga o no per le vie che metton capo ai muscoli. E le sensorie sono di specie diversa, non per la diversit del nervo, ma dello stimolo. Perci l'eccitazione ha luogo dove ha luogo lo stimolo. Ma intanto per la continuit nervosa, tutto il sistema partecipa alla funzione d'ogni parte, pi o meno, secondo la connessione pi o men breve e diretta e l'intensit dello stimolo; in questo senso esistono centri, che, per essere pi direttamente connessi a organi periferici, pi e meglio di ogni altro partecipano a quelle funzioni, e s'ingrandiscono in ragione dell'importanza che l'organo acquista. La eccitazione sensoria nella sua escursione determina movimenti ogni volta che incontra muscoli: movimenti di reazione e di inibizione. La complessit della funzione sensoria e lo sforzo muscolare sono in ragione diretta con la massa in genere e con quella pi direttamente connessa in ispecie: come si vede dalla comparazione anatomica che si vanno sviluppando pi e pi gangli connessi direttamente cogli arti negli animali; e, per altro esempio, nell'uomo lo sviluppo dei lobi cerebrali, che sono masse aggiunte a quelle del 3 e 4 ventricolo, per la maggiore complessit dei fatti psichici e perfezione dei movimenti volontari.
Passando dalla Fisiologia alla Psicologia, l'eccitazione in quanto sensoria prende l'aspetto di coscienza, in quanto motoria, di reazione, strettamente legate, per la continuit nervosa, in un arco psico-motore, che il Wundt chiama volont in senso largo. Cos s'intende l'ufficio biologico della psiche, che non passa, se non metafisicamente, i confini della vita stessa, servendo di mezzo a reazioni motorie, siano quelle pi fondamentali in rapporto a stimoli interni ed esterni piacevoli e dolorosi ossia utili o dannosi all'organismo, siano quelle pi complesse rispondenti a stati emotivi, sian quelle ancora pi complesse del ragionamento disinteressato: reazioni motorie sempre, attive o inibitorie, effettive o appena iniziate  (innervazioni), fino alla parola o magari al discorso interno.
Ma la coscienza  un'astrazione scientifica o metafisica  (anima in s); non esiste, neppure intuitivamente, la coscienza, ma sempre la coscienza di qualcosa, che non  diversa da lei, se non in astratto, come il contenuto non  diverso dalla forma che prende. La coscienza  dunque il potenziale della coscienza di qualcosa, che dico percezione, per usare un termine adoperato di solito concretamente e adatto a simbolizzare ogni stato psichico. Inoltre, la coscienza generale non  quella di secondo grado, riflessiva, coscienza dell'io, come molti confondono, ma  immediata come nella maggior parte dei fatti psichici nostri avviene che si abbia immediatamente la coscienza di uno stato organico o di un oggetto, e non per un pensarci sopra, ch' un differenziamento pi complesso, com' un differenziamento dell'attenzione involontaria quella volontaria; della volont o reazione spontanea quella di scelta; della memoria generale, il ricordo, e via di seguito: attenzione, volont, memoria, anch'essi termini astratti, per designare la potenza di atti che si confrontano sotto questo o quello aspetto.
Cos la percezione non implica un riflettersi della coscienza sopra una sensazione che le giunge, ma la sensazione non  che un carattere della percezione, dato insieme con essa e astrattamente considerato.
Analizzando la percezione vi troviamo dei caratteri primari e altri secondari dovuti all'influenza delle percezioni anteriori. I caratteri primari sono quelli che si dicono comunemente sensitivo, conoscitivo e volontario. I quali non sono tre fatti diversi, ma lo stesso fatto considerato sotto diversi aspetti. Lo stesso fatto concreto  sempre sensazione, conoscenza e volont al tempo stesso, anche quando si chiamano sentimento, intelligenza, attenzione; anche quando si chiamano emozione, ragione, volont di arbitrio; e si considerano per la predominanza di uno dei caratteri, astrattamente dagli altri; ma pur gli altri permangono, come mettiamo nell'emozione permane un certo grado d'intelligenza e fortissima  la reazione volontaria; come, mettiamo, anche nel ragionamento speculativo, permane il sentimento, non foss'altro il piacere di sapere, e pi rispetto a ci che si avvicina alla nostra vita, e anche permane la reazione motoria, non fosse altro della parola parlata, scritta o pensata. Sempre uniti, questi caratteri, in un fatto reale che dico percezione, pi o men complessa di elementi secondari rappresentativi, che dico memoria, ricordo, fantasia, pensiero.
I caratteri primari della percezione sono dunque quelli detti, nella lor condizione pi semplice. Qui la sensazione  il tono di piacere e dolore, in tutte le sue sfumature, dallo stato quasi neutro al dolore acuto e profondo, al piacere soave o di refrigerio.
Piacere e dolore forse si possono ricondurre a un sol tipo, il dolore, negativamente o positivamente sentito: in ogni modo la loro causa occasionale  la presenza di stimoli utili o nocevoli, in senso largo, all'organismo. La loro causa efficiente  l'intensit della eccitazione nervosa. Piacere e dolore, dicevamo, permangono poi come l'elemento affettivo di ogni percezione pi complessa, pi particolarmente di quei fatti che si dicono sentimentali ed emottivi, trasformandosi da piacere e dolore fisico come si suol dire, in piacere e dolore morale dove lo stimolo esterno pu esser, nel modo che diremo, sostituito da stimoli rappresentativi, misurando per sempre l'intensit dell'eccitazione nervosa.
La qualit della eccitazione  ci che psicologicamente si dice conoscenza in senso largo, e, nel suo grado pi semplice, si pu chiamare intuizione, pur di restringere il significato pi consueto di questo termine. Dove si scorge di nuovo che, se il sentimento risponde all'intensit della eccitazione e la conoscenza alla qualit, non sono fatti diversi, ma solo caratteri analiticamente diversi.
In concreto, abbiamo piacere e dolore di stimoli interni ed esterni, viscerali, muscolari, termici, tattili, visivi, ecc.
Ora si ponga mente a un'importante osservazione: le diverse qualit della percezione, qualit organiche, visive uditive, ecc. non si possono riportare a una diversit specifica del sistema nervoso nei suoi organi centrali, per l'omogeneit nervosa. In altri termini, non si pu dire che la percezione, mettiamo, di un colore cominci nei lobi ottici del cervello posteriore, perch non si capirebbe come vi si specializzi; e non ha nessun fondamento, dire che si tratta di un'impressione venuta dalla periferia come movimento nervoso o altro di simile, che diventa nel centro coscienza di quel colore.  nell'organo periferico, ossia nel modo col quale il sistema nervoso viene in rapporto col mondo esterno a lui, che si trovano le condizioni di quelle variet percettive, per cui si ha coscienza di luce dove il nervo  scoperto alla luce e ne subisce l'azione fotochimica, di sapore dove il nervo  in contatto con le sostanze solubili nella saliva e ne subisce l'azione chimica, e via di seguito  (Panizza).
Assurdo pensare, che si tramandi la specificit dell'azione stimolante a traverso le vie nervose prima di essere cosciente. La percezione avviene nell'organo stesso, ed  immediata.  immediata, insisto, la conoscenza dello stimolo, e si specifica come  speciale lo stimolo. Cosicch il mondo  conosciuto direttamente, ossia come ,  la realt. Tutto il sistema nervoso concorre alla funzione di ogni singola parte, per cos dire, dal di dentro, nel senso che porge all'organo l'energia necessaria, e pi direttamente lo fanno i centri pi direttamente connessi: e in questo senso il centro aiuta l'organo periferico, e sminuendo sperimentalmente quello si ottunde la funzione di questo.
La conoscenza  dunque diversa, secondo gli stimoli, e dunque li conosce direttamente. E si localizza immediatamente nell'organo, a questo patto serbando le sue note distintive. Non per una doppia corrente, che prima va su dal piede al cervello allo stato incosciente e poi ritorna dal cervello al piede cosciente  (curiosa aberrazione), io posso localizzare il dolore di un callo. Il callo, purtroppo,  l, perch l  la percezione, l s'inizia l'eccitazione, l si dirige tutto ci che nella mia psiche si riferisce a quel callo. Cos la intuizione dello spazio geometrico a due dimensioni  (quella dello spazio a tre dimensioni  pi complessa per rappresentazioni tattili associate nel modo che diremo; e pi ancora complessa, ossia razionale, quella dello spazio puro)  immediata come quella del colore.
Il carattere conoscitivo poi, dicevamo, permane in ogni percezione per quanto complessa, e prevalentemente, in quei gruppi che diciamo intelligenza e ragione, dove allo stimolo che diciamo fisico, si sostituiscono stimoli rappresentativi, che diciamo idee, concetti. E dove prevale pi il carattere conoscitivo, prevale meno quello affettivo, perch quando l'eccitazione  pi intensa l'energia si riversa per le vie motorie a svantaggio degli organi sensori.
Cos si viene a dire della reazione motoria o volont generale del Wundt. La quale in quanto  contrazione, inibizione o innervazione muscolare,  sempre un fatto organico, e il suo carattere psichico  sempre quel sentimento che la determina, il quale fra le sue qualit conoscitive, ha anche quelle dello sforzo muscolare che si fa, nel caso pi semplice, o la rappresentazione di quello che si vuol fare, nel caso pi complesso, che pi comunemente riceve il nome di volont.
 dunque la stessa percezione, di cui sopra si  detto, che si chiama volont ne' suoi rapporti psico-motori; e, riguardo alla intensit del sentimento nelle percezioni pi complesse, si chiama appettito e poi desiderio e poi volont di secondo grado; e, riguardo alla conoscenza, si chiama attenzione, prima involontaria e poi volontaria, e il Wundt dice anche appercezione. Il legame tra la percezione e il movimento sta nella continuit nervosa, per cui l'eccitazione che appare come coscienza incontra anche i muscoli nelle sue vie motorie; e, in rapporto con la sua qualit ossia con la conoscenza, dirige questa reazione. Nelle percezioni pi complesse, che astrattamente si dicono idee, il movimento  in rapporto sempre col grado sentimentale e con la qualit conoscitiva delle rappresentazioni che vi si complicano, e si produce sempre da un massimo come quel che segue l'idea ricca di sentimento di un maniaco, a un minimo, come l'innervazione dei muscoli oculari nell'attenzione, come il gesto ecc. In questo senso  un'idea-forza.
Vi  un'altra osservazione da fare, rimanendo nell'ambito di una percezione primaria. La percezione  una e pur molteplice: non dico molteplice di sensazioni inconscie; molteplice invece di tutti i percetti reali che nel medesimo tempo sono avvertiti. Ogni organo sensorio ha un campo percettivo pi o meno vasto, come per esempio, la retina, per cui vedo nel medesimo tempo carta, penna, calamaio, lampada e tavolo sul quale scrivo; non solo, ma nel medesimo tempo pi di un senso si esercita, come il vedere la penna che scorre sulla carta e udirne il leggero stridore. I quali percetti varii dell'organo stesso e di diversi organi fra loro formano una sola percezione attuale, o, come dicono, confluenza, ch' un termine analitico, rammentiamolo, e non la realt. La realt  un sol fatto psichico, unico, sebbene rimangano distinte le note molteplici. Uno, per l'unit di coscienza, ch' dovuta alla continuit nervosa, dove l'eccitazione tende a dilagare per tutto. Distinte per le note molteplici, perch i percetti rimangono localizzati, come s' detto, e qualitativamente diversi, secondo le diverse condizioni fatte dall'ambiente all'omogeneit nervosa; ossia perch la eccitazione chiama, per cos dire, l'energia nervosa dov'essa eccitazione  data e come  data.
Un'ultima osservazione: Come ogni fenomeno cessando di essere quel fenomeno, diventa per qualcos'altro, ossia lascia traccia di s influendo sui fenomeni che lo seguono, come, pi particolarmente nel campo fisiologico, ogni atto funzionale influisce sull'organo che lo compie, epper sulla funzione avvenire, come, mettiamo, la contrazione di un arto modifica, sebbene in modo invisibile, l'arto stesso, riattivando la circolazione sanguigna e prepara, nel periodo ascendente della funzione  (prima della stanchezza) una nuova contrazione pi vigorosa, e un numero indefinito di contrazioni ingrossa visibilmente i fasci muscolari; - cos la funzione nervosa influisce in ogni momento su quello che segue, cio in una parola, produce un miglior adattamento degli organi sensori, di quelli motori, delle parti centrali connesse, e di tutto il sistema alle medesime funzioni. Psicologicamente parlando questo adattamento funzionale, si dice, in astratto, memoria.
La memoria di qualcosa si dice rappresentazione. Anche rappresentazione  un termine astratto, ancora peggio quando  preso in senso puramente intellettualista. Ne parliamo prima in astratto anche noi, per non parer troppo rivoluzionarj. La rappresentazione  ci che resta di una percezione, quand' rimosso lo stimolo. Dunque dev'essere analoga alla percezione, nei suoi caratteri affettivi, conoscitivi e motori, pi o treno attenuati, ma pur sempre esistenti, permanendo forse ora pi quelli affettivi e motori, ora pi quelli conoscitivi. Se cos non fosse, non si potrebbe poi riconoscere, quando, illuminandola con l'attenzione  (ricordo), ci appare come rappresentazione di quella tal percezione. La rappresentazione di una percezione dolorosa ha, pi o men chiare, le note medesime conoscitive, e sotto questo aspetto la chiamo idea, e pi o meno intense le note affettive, e la chiamo sentimento, che, almeno virtualmente, con una innervazione, eccitano a movimenti, e chiamano appetito la rappresentazione di essi relativamente al loro fine: termini questi, idea, sentimento, appetito, che potrebbero sostituirsi con altri che pure si adoperano, pur di intendersi, mentre purtroppo il vocabolario psicologico ha mille significati per ogni parola.
Dove ha sede la rappresentazione? Il Binet e i suoi amici della Salpetrire, producendo per suggestione allucinazioni visive  (ossia fenomeni eminentemente rappresentativi) sulle ammalate  (isteriche), dimostrano che l'allucinazione segue in tutto le sorti dell'organo, come nel fatto di vedere per allucinazione un uccello su di un albero lontano, e di credere che si avvicini quando, senza che l'ammalata se ne accorga, lo esperimentatore le pone un binoccolo davanti agli occhi, e che si allontani se il binoccolo  accostato in senso contrario; come nell'altro caso, delle ammalate di acromatopsia  (visione incolore) da un occhio, che da quell'occhio l'allucinazione si produce, s, ma sempre in bianco e nero, e dall'occhio sano si produce colorata. Tanto che il Binet esclama: pare che l'allucinazione abbia sede nell'occhio.
Pare?  cos realmente. Che impedirebbe il difetto retinico se l'immagine allucinatoria si creasse nel cervello? E poi, se la rappresentazione serba i caratteri della percezione, come pu rimaner distinguibile per le sue note qualitative, se non a patto che le sue condizioni siano le medesime della percezione? I tratti ottici dei gangli della base ed i centri ottici del cervello superiore partecipano ed ajutano la funzione, ma non la possono creare.
Lasciamo le astrazioni, e veniamo al concreto. Al concreto la rappresentazione non sta a s, ma  sempre il complemento, per cos dire, di una nuova percezione reale.  un carattere secondario della percezione. Un carattere unito nella percezione per l'unit di coscienza. Un carattere che non si aggiunge, n si richiama, come dicono gli psicologi, dalle percezioni passate alla percezione attuale, ma che si ritrova in questa, come sua nota; come, di sotto, il nuovo eccitamento si ritrova sulla via di quello passato e vi si polarizza meglio. Eccetto che nel caso delle cosiddette immagini consecutive, dovute al proseguire della eccitazione appena cessato lo stimolo, le rappresentazioni sono fatti complicati dal di dentro nelle percezioni; e nella psiche adulta, non v'ha percezione senza carattere rappresentativo.
Ma come? si chiede da chi non si lascia persuadere dai richiami descritti dall'associazionismo inglese, n dai titillamenti e ritmi molecolari della psicologia fisiologica. Per semplificare, solo per poco, il problema, poniamo una percezione che non ne supponga altra prima, e, dopo di questa, sia data un'altra percezione, o del tutto simile per lo stimolo come udire la stessa nota o vedere la stessa figura  (e pur qualcosa cambia intanto nel campo organico interno ed esterno, che ci d il tempo); o del tutto differente, come vedere una figura e poi sentire mal di denti; o in parte simile e in parte diversa, come i diversi quadri, succedentisi nel cinematografo, o come nello stesso campo sensitivo il succedersi normale delle percezioni.
Il primo caso s'illustra con l'esperimento del quadro messo all'oscuro davanti al paziente che non l'ha mai visto prima, e illuminato da brevissime scintille elettriche di ugual durata: dove abbiamo una serie di percezioni dell'identico stimolo; e pure ciascuna percezione  pi chiara e completa della precedente, come se avesse fatto tesoro di quel ch' stato, e trasporti il tesoro, aumentato, alla percezione seguente. Questo tesoro  l'esperienza, in senso largo; in senso fisiologico, l'adattamento o polarizzamento organico, che rende pi perfetta, pi facile, pi celere la funzione; in senso psicologico  la rappresentazione, ossia ci che si ritrova delle percezioni passate in quella presente.
Nel secondo caso, di percezioni affatto dissimili, che si seguono  (in un lasso di tempo maggiore di quello di cui possa profittare l'eccitabilit), la nuova, non potendosi adagiare n in tutto n in parte sull'antica aumentandosi di lei, si scusi il linguaggio metaforico, rimane nuova, e l'altra, se non intervengono condizioni diverse, si oblitera: come nel passare dal sogno allo stato di veglia, che si dimentica il primo.
Nel terzo caso, che  il pi frequente, gli elementi simili si aumentano l'un l'altro, per le ragioni dette nel primo caso, e gli elementi dissimili si riferiscono ai simili, se questi sono preponderanti; se no, ci si accosta al secondo caso. Cos, nel cinematografo si conosce come simile la figurina moventesi per la sovrabbondanza dei caratteri similari, e le si riferiscono gli elementi dissimili, onde l'illusione del movimento.
Riferire gli elementi dissimili ai simili,  linguaggio analitico. Il fatto non implica un confronto voluto che nei casi pi complessi del ricordo; di solito si trovano gi impliciti nella percezione.
Ogni percezione dunque  l'effetto non del solo stimolo attuale, ma insieme di tutti gli elementi rappresentativi che vi si complicano, ossia dell'esperienza passata; e si chiama percezione nel caso normale, quando l'esperienza posteriore non smentisce il percetto attuale, e si chiama illusione quando gli elementi rappresentativi svisano la realt per la poca entit dello stimolo e la molta attitudine rappresentativa; e si chiama allucinazione nel caso estremo, che lo stimolo reale  quasi ridotto a nulla  (quasi, ma c' sempre, e non si smentisce l'attualismo psicologico), e il complesso rappresentativo enorme. E questo complicarsi dinamico produce l'aumento del patrimonio psichico dal percetto fino al ragionamento pi astratto, dove lo stimolo attuale  almeno la parola, parlata, scritta o pensata.
Adunque la corrente del pensiero  (James)  sempre una percezione, se si vuole accettare questa parola nel senso pi concreto che le abbiamo attribuito, per non inventarne una nuova. Percezione coi suoi caratteri primari e secondari, pi o men complessa secondo la complessit di questi, avente colore di intelligenza, emotivit, volont secondo la somma di esperienze rappresentative che si complica sullo stimolo presente e il preponderare dei lor caratteri primari. Cos la coscienza si forma orientandosi secondo le eccitazioni pi frequenti e il preponderare dei lor caratteri, che se si tratta in prevalenza di percezioni e rappresentazioni organiche molto affettive, si va formando ci che si dice coscienza soggettiva; se si tratta invece di percezioni pi o meno rappresentative ricche qualitativamente, si va formando la coscienza oggettiva, e quella motoria rispetto ai movimenti sempre pi automatici fino ai riflessi. E, nella percezione concreta, la coscienza  un tutto nella sua unit, che dico idea o dico sentimento o dico appetito, e pur sempre distinto per l'origine periferica, onde il giudizio, la legge e ogni altro rapporto pensato, sentito o voluto.
Lo sviluppo del pensiero umano  poi dovuto alla parola, termine pi perfetto dell'espressione animale, con caratteri eminentemente conoscitivi, che, tesaurizzando l'esperienza,  lo stimolo su che si sviluppi la percezione, stimolo che porta seco un complesso sempre maggiore di note unite poi in sempre nuovi rapporti.
Con questa breve escursione preliminare, a me basterebbe aver dimostrato che la percezione  un fatto attuale e immediato, e con essa sono attuali i fatti rappresentativi dei quali  complessa pi o meno secondo il grado e la forma delle costruzioni psichiche. Che per le testimonianze dell'anatomia e fisiologia in modo indiretto, e direttamente osservando il fatto concreto, si conclude che nella percezione apprendiamo la stessa realt o modo di energia esterna, e non qualcosa che ne sia una trasformazione; e, riferendosi anche la rappresentazione alla realt, perch sta in una percezione attuale e si deve a percezioni passate, le costruzioni rappresentative ci danno rapporti essenzialmente reali, sebbene in forme sempre pi complesse, che possono produrre una realt illusoria, e, specie con l'intervento della parola, sempre pi lontana dai gruppi di stimoli primitivi. Ma quando di questi, ossia del mondo detto esterno, vogliamo dire qualcosa di concreto, dobbiamo ricordarcene, e non pascersi d'illusioni, quali sono le idee di causalit e di contingenza, prese assolutamente (32).
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CAPITOLO 2.
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Le ricerche psicofisiche.
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1.
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I metodi di ricerca.
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"Osservare e sperimentare, dice il Binet: sperimentare ed osservare, non  solamente un buon metodo, ma l'unico metodo che ci possa far ottenere una particella di verit, nel campo morale come nel campo fisico" (33).
Con questo programma erano sorte l'una dopo l'altra le tre grandi branche della Psicologia sperimentale, che seguono i metodi di ricerca, detti dal Klpe diretti (34): la Psicofisica, la Psicofisiologia e la Psicologia del carattere; le quali oggi si sviluppano sempre pi e fioriscono con una meravigliosa produzione annuale di lavori e di resoconti. E d'accanto si vanno aumentando quelle ricerche, dette dal Klpe indirette ed ausiliari, che studiano comparativamente l'attivit psichica degli animali, dei fanciulli, degli anormali e quella collettiva e sociale (35). Ma bisogna subito notare che, a mano a mano che queste ricerche si sviluppavano, si amplificava il loro contenuto, e i loro metodi non soltanto si perfezionavano e moltiplicavano, ma andavano assumendo atteggiamento e valore assai diverso da quello col quale erano stati applicati da principio. Cos che il programma della Psicologia sperimentale, pur essendo stato sempre formulato con parole analoghe a quelle sopra riferite, varia poi molto per il senso che loro si attribuisce, e l'osservazione e l'esperimento di cui parla il Binet significano ben altro che ci di cui discutevano i Fechner, gli Helmoltz, gli Hering. Per esempio, sotto il nome di Psicofisica oggi non dobbiamo pi comprendere le sole ricerche, per le quali fu istituita dal Fechner, che, paragonando la serie crescente degli stimoli con la serie delle sensazioni nuove e crescenti avvertite, concludeva con la nota legge di Weber, del crescere le sensazioni in proporzione aritmetica mentre gli stimoli crescono in proporzione geometrica (36); e nemmeno dobbiamo pi intendere questa legge a modo di lui n riguardo alla sua esattezza in corrispondenza coi fatti, n riguardo al suo valore di fronte alla Psicologia in genere.
Intendiamoci bene: il nostro intento  di fare della psicologia, per cui ogni ricerca sperimentale, che include sempre, oltre il fattore psichico, anche quello fisico o quello fisiologico, deve per sempre orientarsi verso il primo, servendosi degli altri come di mezzo. Lo psicologo lascia alle altre scienze lo studio dei fatti fisici e fisiologici, e si rivolge al fatto psichico, ch', in astratto, la coscienza. La coscienza, intesa come il carattere comune a tutti i fatti psichici concreti, come si dice affinit il carattere comune a tutti i corpi chimici, che non sta a s, ma si avvera nelle molteplici combinazioni, che esprimiamo con le molteplici formule. Del pari la coscienza si avvera, o, con linguaggio pi scientifico, si ritrova nei fatti psichici concreti d'ogni momento e d'ogni individuo.
Ma che cosa vuol dire, studiar scientificamente la coscienza o l'affinit? Un pezzo di ferro si arrugginisce; questo, in concreto,  un fatto solo, fisico-chimico: fisico, in quanto ferro, ossigeno e ossido di ferro sono gruppi di energie, che dico stato fisico, peso, conduttibilit luminosa, calorifica, elettrica e via; chimico, perch i due primi gruppi diventano  (energia chimica) il terzo. Allora lo scienziato, facendo astrazione dalle propriet fisiche gi note, considera a s l'energia chimica, l'affinit (37): ma appena ne vuole sapere qualcosa di pi, deve tosto rimetterla a contatto con quelle altre energie, con le quali si avvera, ossia deve affermare un rapporto fisico-chimico, determinando il quale determina, ossia misura, l'affinit; e tale studio differisce da quello del fisico in quanto i caratteri fisici sono di mezzo alla determinazione di quelli chimici, e non viceversa.
Allo stesso modo, lo psicologo, avendo sperimentato una forma di energia, che dice coscienza, e che gli appare qualitativamente diversa dalle altre, sebbene apparsa fra esse e per esse in quel complesso che diciamo organismo animale, appunto per la sua peculiarit la pu astrarre da quelle e considerare da per s (38); ma, non appena l'ha cos affermata, per farne il soggetto delle sue proposizioni avvenire, deve rimetterla di bel nuovo, per saperne qualcosa di pi, in quei rapporti, che sono poi i fatti psichici speciali. In altri termini, si pu considerare la coscienza quasi la forma di quel contenuto, ch' il fatto concreto, come si pu considerare l'affinit forma di quel contenuto, ch' il corpo chimico.
Ora, il fatto psichico ci si presenta, vedremo, all'esperienza come il complesso di due rapporti, il rapporto psicofisico, fra lo stimolo e la coscienza di esso, intendendo come stimolo ogni energia esterna ed interna all'organismo, compresa l'eccitabilit nervosa; ed il rapporto psicofisiologico, fra la coscienza e la reazione organica. Questi tre fattori, stimolo-coscienza-reazione, presenti in ogni fatto psichico, come vedremo, si trovano cos a formare un arco, per cui il primo termine condiziona quello di mezzo, che a sua volta condiziona l'ultimo. Lo stimolo d alla coscienza il suo contenuto, la reazione esprime il suo valore (39). Lo studio dei fatti psichici rimarrebbe puramente formale, se non si piegasse all'esame di quei rapporti, che soli ne possono determinare il contenuto ed il valore: onde sorgono la Psicofisica e la Psicofisiologia.
Ma su due punti qui bisogna insistere. Prima di tutto, non si commetta l'errore comune di credere, che, affermare analiticamente l'esistenza di tre fattori, subordinati condizionalmente l'un l'altro e costituenti il fatto complesso, includa l'idea, che sieno tre cose diverse o tre momenti consecutivi. Quando dico che la ruggine  condizionata dal ferro e dall'ossigeno, questa  una legittima analisi scientifica, che per non significa esservi prima l'ossigeno pi il ferro, e poi la ruggine: quando vi  la circostanza ossigeno-ferro, vi  insieme il fatto ruggine (40). Cos lo stimolo e la coscienza di esso non sono due cose, che si trasformano l'una nell'altra, un oggetto colorato nella sensazione, come si dice, di esso, o una disposizione nervosa nella coscienza, che si dice memoria, corrispondente:  un fatto, che analiticamente dico rapporto, perch vi distinguo due caratteri, quello fisico o biologico e quello psichico; e dico che il primo  condizione dell'altro, perch  pi semplice, e supponiamo (41) si presenti anche spoglio dell'altro e in circostanze assai pi numerose e generali.
Inoltre, uno studio di questi rapporti si pu istituire da ciascuna scienza per proprio conto, variando solamente l'orientamento scientifico, secondo che ci si fissa su l'uno o l'altro carattere o fattore che dir si voglia, e ci si giovi dei restanti per misurarlo. Il fisico pu, mettiamo, riferirsi al rapporto psico-fisico per conoscere meglio, data la cosiddetta equazione personale degli astronomi, la verit oggettiva sul passaggio di un astro; per altro esempio, il fisiologo pu riferirsi al rapporto fra eccitazione nervosa e coscienza per definire meglio la funzione della prima: lo psicologo deve invece servirsi del primo e del secondo elemento per misurare la coscienza (42).
Cos ancora, per ripigliare l'esempio della legge di Weber-Fechner sulla sensibilit, essa fu diversamente interpretata, dimostrando in tal modo, come nota il Villa (43), che, anzich spiegare, doveva essere spiegata. La misura della sensibilit pu infatti venire intesa, o nel senso che si misura la intensit di sensazione, come si fece prima e da qualcuno si seguita a fare, e in tal caso la ricerca non illumina il fatto psichico ma solo il parallelismo psico-fisico, ossia un'ipotesi filosofica; o nel senso che si misura l'esattezza del giudizio, ricerca rigorosamente sperimentale (44). "Non bisogna dimenticare, conclude il Binet, che, quando si misura la sensibilit tattile, si fa della psicologia". Ed il Foucault, nel suo studio sulla Psicofisica fechneriana, conclude appunto, che la legge del Weber rimane ancora in piedi, ma con altra veste, significando che gli errori di riconoscimento sono proporzionali ai valori quantitativi degli oggetti percepiti, ossia acquistando un significato prettamente psicologico (45).
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2.
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I metodi della Psicofisica.
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Come il titolo di Psicologia sperimentale serve da prima a nominare soltanto quel gruppo di esperimentazioni, che, puramente descrittive, sono il materiale per una Psicologia sperimentale esplicativa e sintetica, quale vorremmo qui istituire; e rappresenta dunque una fase transitoria della scienza, che dev'essere sorpassata, tal quale la zoologia d'oggi ha sorpassato la zoologia descrittiva, - cos il titolo di Psicofisica ormai non si deve pi riferire alle sole ricerche fechneriane, e nemmeno deve limitarsi al campo ora assai pi vasto delle esperimentazioni di psicometria, tachistoscopia e simili: ricerche le quali rappresentano la fase descrittiva e il punto di vista, direi, fisico o fisiologico della scienza nostra; ma quel titolo deve aprirsi ad ogni possibilit di ricerca sui rapporti fra lo stimolo e la coscienza corrispondente, non solo, ma anche ad un sapere esplicativo e a un indirizzo prettamente psicologico (46). Oggi vediamo moltiplicarsi e pur rimanere sterili esercitazioni di gabinetto, molte di queste ricerche, perch appunto non sono illuminate in un atteggiamento scientifico pi generale. Misurare il tempo di reazione su cento individui, non  ancora fare della psicologia. Concludere, ch'esso rappresenta il tempo necessario perch una eccitazione incosciente diventi sensazione cosciente, e questa diventi eccitazione motoria,  fare della psicologia a rovescio, misurandosi, non il fatto psichico, ma quello fisiologico e introducendo un'ipotesi psicologica ereditata dalla Filosofia. Infine, quando il tale studioso per suo conto istituisce esperimentazioni sul senso della vista, quell'altro sull'udito, un terzo sull'attenzione, un quarto sulle associazioni visive e auditive, ed ognuno conclude per conto proprio, e non si paragonano mai i loro risultati per una ricerca d'assieme, nemmeno ci  ancora far della psicologia. Meglio varrebbe dir subito, che non si vuol parlare del fatto psichico n se ne voglion cercare le leggi generali, ma che si fa una ricerca sui concomitanti di esso, presupposto empiricamente.
Ci di fatti  detto implicitamente, da coloro che si lodano di trascurare ogni dato soggettivo e attenersi al dato oggettivo e matematico. Quanta confusione d'idee in cos poche parole! L'esperimentatore prega il paziente di reagire al cronoscopio appena vegga la scintilla; e si misura il tempo intercedente fra lo scoccare effettivo della scintilla e la risposta dell'individuo: si conclude, che questa  la misura del tempo necessario alla percezione visiva. E di solito, senza accorgersene, si ottiene il contrario di quello che si voleva: si voleva misurare con dati oggettivi il fatto soggettivo, e invece si misura il tempo di reazione con la percezione. La quale ultima, appunto perch supposta solo empiricamente e non oggetto della ricerca, tradisce poi l'esperimentatore, variando di continuo l'agognata misura, cos non mai esatta, secondo individui, e, nell'individuo, secondo altri elementi psichici, che diciamo attenzione, aspettazione, abitudine, esercizio, stanchezza.
Oramai per la questione  stata risolta, sia nel senso che le nostre ricerche devono orientarsi dal fatto fisico verso il fatto psichico e non viceversa, come ho detto nel paragrafo precedente; sia nel senso, che il metodo soggettivo o introspezione che dir si voglia abbia sempre la precedenza e poi si integri col metodo oggettivo, in ogni studio di Psicologia, generale o particolare (47).
Cos il Sully vuole subordinato il metodo oggettivo a quello soggettivo, contrapponendoli alla psicologia evoluzionista dello Spencer, che riduce a una parte della Psicologia (48). Del pari l'Hffding (49) e il James (50) ammettono che l'osservazione introspettiva  quella su cui ci dobbiamo sempre e avanti tutto basare (51): se essa  fallace, se presenta molte difficolt, ci  quanto avviene in ogni altra scienza, dove si riscontrano sempre molte cause di errore e molte difficolt di metodo alle osservazioni di qualsiasi natura. Anche l'esperimento, del resto, come nota l'Hffding,  soggetto ad altrettanta probabilit di fallacia, dovute alle condizioni speciali di ogni sperimentazione, sia per la parte tecnica, sia per l'atteggiamento psichico artificioso dei soggetti, sia per la possibile confusione tra il fatto cosciente e l'espressione voluta di esso, richiesta dallo sperimentatore allo sperimentato.
Prendendo poi la parola obiettiva nell'altro significato, di riferimento a oggetti esterni, lo stesso autore aggiunge alla psicologia soggettiva quella oggettiva, fisiologica e sociologica. Il James invece divide tutta la Psicologia secondo che segue il metodo introspettivo o quello sperimentale  (psicologia microscopica) o quello comparativo. Concetto che mantiene un errore: quello di pensare, che l'introspezione, l'osservazione esterna e l'esperimentazione siano metodi distinti nell'atto e conducenti a parti diverse della scienza. Al contrario, noi pensiamo, che non vi sia divario ma unit di metodo; che ad ogni osservazione e in ogni esperimento deve insinuarsi il metodo introspettivo; che in somma non vi ha una psicologia introspettiva generale e una psicologia particolare oggettiva e sperimentale, ma una sola Psicologia, nella quale l'esperimento prova ed illustra ad ogni passo l'osservazione, l'analisi ad ogni passo porge i suoi elementi alla sintesi, la descrizione alla legge.
Un altro errore  a mio avviso quello in cui cade il Wundt (52), allorquando, dopo aver affermato che la Psicologia si giova tanto dell'osservazione diretta  (interna) quanto dell'osservazione indiretta  (esterna) (53), limita il valore dell'esperimento psicologico, dicendo che i mezzi di esperimentazione si possono applicare soltanto a fatti psichici semplicissimi, perch questi soli posseggono un massimo di valore quantitativo e perci misurabile e un minimo di valore qualitativo. Duplice errore, assai strano nell'autore di un cos poderoso volume di logica.
Le scienze della natura, dice, sono quantitative; le scienze dello spirito, qualitative. In che senso? Quantit vuol dire numero, ossia misura; e misura vuol dire stabilire un elemento come tipo, e paragonarvi gli altri, in modo da formarsi delle idee sopra questi in base a quello. Prendo il metro e misuro la strada: cos ho ridotto la strada a metri, il che non vuol dire che io conosca tutti i caratteri della strada, come di essere polverosa, ombrosa ecc.: la conosco metricamente, ossia rispetto alla lunghezza, n si pretende che si annullino per ci gli altri suoi elementi. Cos, se misuro col movimento aereo il suono, e dico che il suono do entro il rigo musicale  dato da un numero x di vibrazioni, non tolgo la qualit do del suono, n la spiego per altro che per i suoi elementi cinetici. Insomma, la misura quantitativa della strada e del suono non  la realt di esso, ma solo una parte, che ci fa comodo di assumere a simbolo del rimanente, per fare ulteriori confronti con altri oggetti e con altre energie. Ogni scienza ha un contenuto qualitativo ed una misura quantitativa di esso, e le qualit psicologiche  (per es. secondo il Wundt, la volont) non sono qualit meno, direi, naturali di quelle biologiche  (per es. l'adattamento organico), o chimiche o fisiche. Perci, se prendo a unit di misura, mettiamo, l'energia di pressione, l'ago che misura il peso di un corpo o la corrente elettrica o la contrazione muscolare, misura anche, quando questa  dovuta nelle esperienze ergografiche ad una operazione cogitativa, il pensiero superiore e riflesso. E lo spiega per quel tanto che spiega il resto (54). La differenza fra le scienze sta nella maggior insufficienza del confronto con l'unit di misura, dove l'oggetto per essere pi complesso, presenta tanti caratteri, che il considerare solamente quello spaziale e quello temporale o quello cinetico non basta a darcene una cognizione soddisfaciente: onde allo studio quantitativo si unisce lo studio qualitativo, alla causalit matematica la causalit di crescente complessit, al sapere per oggetti il sapere per fatti.
Inoltre il Wundt ha torto, dicendo che in Psicologia l'esperimentazione si deve limitare ai fatti pi semplici. In ogni scienza  il medesimo: il chimico compone sperimentalmente l'ossido di ferro, ma assai pi difficilmente i corpi quaternarj, come l'albumina vivente; il biologo lavora sugli animali inferiori assai meglio che sui pi elevati, e trova assai pi agevole lo studio di organi e funzioni semplici e primitive, mentre gli sfugge ancora in parte la fine struttura e la complessa funzione, mettiamo, del cervello umano. Bisogna poi anche notare, che i fatti pi semplici sono i soli conosciuti dalle scienze, e nessuna di esse, neppure la meccanica pu inoltrarsi fino al sapere complessivo. Anzi, la missione dello scienziato  appunto di ridurre il complesso confusamente intuito al semplice distinto chiaramente, chiamando poi questo l'elemento, la causa, la legge dell'altro. Come l'esperimento, che misura le vibrazioni di un diapason, mi d poi la legge per ogni suono o rumore, per quanto promiscuo, cos l'esperimento, che misura l'intensit di una reazione al dolore fisico, mi d la legge per ogni fatto emotivo.
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3.
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Dati e ricerche psicofisiche.
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I dati della Psicofisica sono dunque le osservazioni scientifiche, interne, delle forme coscienti, esterne degli stimoli fisici e fisiologici; e, poich le osservazioni scientifiche in ci differiscono dalle intuizioni comuni e filosofiche, in quanto si trasformano in vere e proprie analisi riducendo il complesso al semplice, la cosa ai caratteri, il fatto agli elementi, possiamo dire che la Psicofisica poggia su l'analisi fisica e fisiologica da una parte e psicologica dall'altra.
Su questi dati, comparando gli uni con gli altri, ossia istituendo il rapporto psicofisico, essa trae le sue leggi, fin dove pu sperimentali nel senso stretto della parola. E cos giunge a spiegare la forma cosciente col suo contenuto  (stimolo). Spiegare, come spiega ogni scienza, affermando sinteticamente i rapporti costanti pi generali e pi elementari tra i fatti, ossia definendo l'oggetto co' suoi fattori pi semplici, intesi staticamente come caratteri costanti, dinamicamente come elementi e cause.
Come, per esempio, la Fisiologia, comparando i dati analitici chimici, istologici e anatomici dei tessuti e degli organi con le osservazioni istituite sulle lor funzioni, giunge a definire la legge di ogni variazione funzionale secondo quel rapporto - ci che non significa punto negare questa forma di attivit speciale, che si dice funzione, ma sottoporla causalmente e definirla sperimentalmente; mentre poi s'istituiscono altre ricerche, che, comparando l'attivit fisiologica alla sua volta con l'organismo e con l'ambiente, istituisce altre serie causali ed altri fatti, come quei dell'adattamento organico ecc. -: cos la Psicofisica determina il fatto cosciente per mezzo dello stimolo fisico e fisiologico, sottoponendolo causalmente, e spiegando i suoi modi coi modi di questi fattori pi semplici, senza volere con ci abolire l'attivit speciale, che diciamo coscienza, anzi per poterla scientificamente conoscere; e vi sar poi un'altra serie di studi, che determinino il modo col quale questa attivit reagisce su l'organismo e sull'ambiente  (Psicofisiologia) (55).
Il James cos riassume i gruppi di ricerche sperimentali, tentate fino ad oggi dalla Psicofisica:
1. "Ricerche sulle connessioni fra gli stati di coscienza e le loro condizioni fisiche". Questo gruppo a dir vero comprenderebbe gli altri, intendendosi per condizioni fisiche degli stati di coscienza sia gli stimoli sensorj sia l'attivit fisiologica del sistema nervoso. Ma l'autore ne distingue i gruppi seguenti, perch questi non riguardano pi gli stimoli detti sensorj, ma altres fatti psichici pi complessi di ci che fu chiamato sensazione, i quali includono elementi psichici di secondo ordine, e in un certo senso si allontanano dallo stimolo.
Gli si potrebbe per osservare, che il rapporto psico-fisico  incluso anche nei fatti psichici secondarj, e ne rimane la condizione prima. E poi, che anche in queste ricerche sulle sensazioni, i risultati non riguardano la sensazione pura e semplice, ma il giudizio portato su di essa dal soggetto.
In ogni modo il James include nel primo campo di esperimentazione:
Le ricerche della Fisiologia sui rapporti fisio-psichici. Esse muovono dall'esame comparativo delle variazioni psichiche in rapporto con variazioni organiche in genere e nervose in ispecie.
Le ricerche della Psicofisica nel senso antico della parola, che si riferivano alle variazioni della intensit di eccitazione variando l'intensit dello stimolo esterno. Si hanno cos esperimenti sui valori di limite delle sensazioni, per stabilire, con metodo ascendente aumentando l'intensit dello stimolo, o discendente diminuendola, la soglia o punto minimo e la cima o punto massimo della eccitazione sensibile. Altri esperimenti sono diretti a determinare la sensibilit di differenza cercando i rapporti tra le variazioni dello stimolo da una parte e quelle delle sensazioni dall'altra, col metodo delle graduazioni degli eccitamenti e degli errori di apprezzamento sino a formulare una media probabile. Si tratta in somma delle ricerche weberiane aumentate e corrette; e, diciamolo subito, qui si appuntano le maggiori critiche ai resultati psicofisici. Esse hanno ragione, non in quanto biasimano i tentativi e le speranze della Psicofisica, ma solo in quanto trovano errato l'indirizzo e l'interpretazione, che per mancanza di preparazione psicologica, ossia di analisi introspettiva, seguirono spesso gli studiosi di tale materia.
2. "Analisi della percezione di spazio, ne' suoi elementi sensazionali". Di solito questi esperimenti consistono nella ricerca della soglia spaziale, nella determinazione dei campi spaziali tattile e visivo, delle localizzazioni ecc. Vi si aggiungano le ricerche sulle illusioni geometriche, sulla percezione binoculare dello spazio, sulla percezione visiva del movimento ecc.
Ma questo gruppo deve poi allargarsi, arricchendosi di tutte le ricerche sperimentali fatte sopra ogni senso, sia quello della vista, riguardo alle percezioni dei colori semplici e delle loro combinazioni o contrasti, e riguardo poi alle immagini consecutive, unendovi altres lo studio dei movimenti per l'adattamento alla visione; sia quello dell'udito, in cui s'innesta la ricerca sul tempo; siano i sensi pi semplici, cutaneo  (di contatto, temperatura, pressione ecc.), organico  (muscolare, di movimento, di resistenza, d'innervazione ecc.), gustativo e olfattivo; e le ricerche sul piacere e dolore fisico.
3. "Misura della durata dei processi mentali pi semplici". Essa comprende ci che di solito va sotto il nome psicometria, ossia gli esperimenti semplici e composti sul tempo di reazione, ch' quello intercedente fra lo stimolo effettivo e l'avvertimento di esso segnalato dal soggetto.
4. "Misura della fedelt di riproduzione, per parte della memoria, di cose sentite o d'intervalli temporali e spaziali". Vi si aggiungano gli esperimenti sull'atto di conoscimento e di distinzione di due o pi rappresentazioni.
5. "Misura del modo in cui gli stati mentali semplici s'influenzano rispettivamente, si richiamano o inibiscono la riproduzione l'un dell'altro". Si tratta di quegli esperimenti istituiti sulle associazioni rappresentative in presenza di nuovi stimoli, e sui pi semplici atti logici. Vi si connettono le ricerche pi complesse che sono dall'autore enumerate per ultime.
6. "Misura del numero dei fatti discernibili simultaneamente". Sono esperimenti indirizzati a stabilire l'estensione massima della coscienza, ossia la quantit di stimoli che possono venire appercepiti chiaramente nello spazio e nel tempo. A questo gruppo bisogna anche aggiungere tutta la numerosa serie di ricerche sull'attenzione, eseguite con varj metodi; e di quelle su l'atto di scelta fra due o pi movimenti, che per un altro verso appartengono al quarto gruppo.
7. "Misura delle leggi elementari che regolano il ricordo e l'oblo". S'istituiscono cos esperimenti sui processi mnemonici e associativi, che ogni giorno acquistano maggiore importanza, dopo che l'uso dei testi mentali e il permesso di eseguire le esperienze sui fanciulli delle scuole ne aument la portata e l'interesse (56).
Ma la serie delle ricerche sperimentali psicofisiche non dovrebbe limitarsi a quelle rammentate dal James, aumentate di quelle aggiuntevi da noi: vedremo, che il campo  aperto a ben altro. E notiamo subito, che i gruppi di ricerche pi numerose e perseguite anche oggi, purtroppo, con maggiore pertinacia, che sono quelle pi strettamente chiamate psicofisiche e psicometriche, sono le meno feconde di risultati utili alla Psicologia: le giovano solo indirettamente, per mezzo della Fisiologia del sistema nervoso sensorio per loro meglio analizzata e illustrata, oppure in quanto vi si ricollega, non il fatto semplice della sensazione, ma il fatto pi complesso della chiarezza di percezione, del criterio soggettivo sopra di essa e delle variazioni apportate alla percezione dagli stati di aspettazione, di stanchezza e simili. Invece assai pi utili e pi feconde per la Psicologia sono le ricerche moderne sulle confluenze  (associazioni) e inibizioni mentali, sull'attenzione, e via. I metodi pi numerosi, varj, facili, aumentabili da qualsiasi studioso, dalla eccitazione visiva al formulario e all'esercizio grafico, che vi si impiegano, e il campo di osservazione sempre pi vasto, dal soggetto scelto di laboratorio al fanciullo e allo alienato (57), fanno di questa la sorgente pi ricca di risultati per la nuova Psicofisica.
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4.
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Fisiopsicologia.
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Lo studio del rapporto psico-fisico dovrebbe sempre incominciare con quello del rapporto fisio-psichico, tra l'eccitazione nervosa e la coscienza di questa (58). Mai come qui l'idea di rapporto, che include due fattori,  affatto analitica ed astrattiva, perch la realt ci porge un solo fatto e non due; un fatto, che fisiologicamente diciamo eccitazione e psicologicamente coscienza (59).  un rapporto reversibile (60), come quello che si pu istituire, quando si dice che l'acqua bolle a 100: i 100 e il bollore dell'acqua son poi lo stesso fenomeno, che diversifichiamo noi solo in quanto possiamo raggruppare quel carattere ora con certi altri caratteri fisici  (l'acqua), che si ritrovano anche senza di esso, e in questo senso lo diciamo bollore dell'acqua; ora con altri diversi dai primi che pur lo presentano  (calore dei corpi in genere), e lo diciamo temperatura. Come il movimento molecolare e la temperatura sono una funzione, nel senso matematico, dei corpi fisici, cos l'eccitabilit e la coscienza sono una funzione, nel senso biologico, del sistema nerveo. La Psicologia , in certo modo, un capitolo della Fisiologia (61).
Non per nel senso, col quale questo concetto fu difeso da alcuni rappresentanti della cosiddetta psicologia fisiologica, che la Psicologia venga assorbita nelle pure ricerche fisiologiche. Al contrario, queste non sono che un mezzo  (invero il pi importante se la fisiologia nervosa fosse pi avanzata) della ricerca psicologica. In vece nella maggior parte degli studi sulle funzioni del sistema nervoso, appunto perch furono fisiologi e non psicologi quelli che li compirono, essi hanno seguto il cammino inverso, servendosi di dati psicologici per determinare la funzione degli organi nervosi: e quei dati li hanno presi a prestito da una psicologia molto ipotetica, che poi ha spinto loro per una strada assai dubbia e malagevole (62). Cos quando i filosofi-psicologi parlavano di anima, i fisiologi l'andarono a cercare nella ghiandola pineale e nell'arbore vitae; quando poi i primi parlarono di coscienza centrale che raccoglie le sensazioni elementari venute dagli organi di senso, i secondi avviarono le sensazioni su per le fibre e le fecero raccoglier dalle cellule; quando i primi discorrevano di intelligenza, di sentimento e di volont come facolt o, almeno, funzioni diverse, i secondi le collocarono diversamente per i centri, e poi ciascuna a sua volta divisa com'era divisa dagli psicologi, un centro per l'ideazione, uno per il linguaggio, altri per la memoria, e, quando fu in voga l'associazionismo, altri per le associazioni, e cos via. Onde poi il gran lavoro della Fisiologia nervosa pi recente  di correggere quegli errori. Essa pu ben correggerli, e quindi anche, cambiando le veci, pu modificare la Psicologia, perch ha su questa un enorme vantaggio: il cucchiajo. Il cucchiajo degli Hitzig, Ferrier, Munk, Bianchi, Franz, che asporta i lobi frontali delle scimmie, e non riuscendo a produrre che lievi disturbi motori  (Ferrier, Munk) o di coordinazione sensitivo motoria  (Bianchi), si deve concludere, che il pensiero, messo l a parte dalla Filosofia, non  poi tutto l, n in gran parte, ma per tanta parte, quanta  la sostanza di quei lobi in rapporto con tutta la massa restante. E lo stesso si dica per le altre attivit psichiche, che non si considerano pi peculiari di un centro, se non perch pi direttamente le esercita; ma, tolto questo, possono venir assunte dai pi vicini, rimanendo disturbi dovuti, com' naturale, all'abbassamento funzionale correlativo alla diminuzione anatomica della massa nervosa. Di pari passo si riconosce, che i centri cerebrali intesi a questo modo, ossia a mo' di parti centrali che sono in rapporti funzionali pi stretti con quelle parti periferiche, con le quali sono pi strettamente connesse: quelli visivi posteriormente comunicanti pi direttamente coi tratti ottici, quelli uditivi, per ragioni analoghe, nei lobi temporali, e cos quelli olfattivi nella faccia interna degli emisferi, quelli tattili e organici nelle circonvoluzioni corticali mediane - sono in pari tempo centri sensorj e motori  (Flechsig). Il quale autore poi (63), quando fa dei territorj restanti - i lobi frontali  (e in ci si accorda col Bianchi), l'Insula del Reil, parte del temporale, parte dell'occipitale - quattro grandi centri d'associazione, dimostra appunto che centri, nel senso antico, non sono, perch associare vuol dir poi riunire le altre funzioni, e non isolarsi in una nuova specifica.
Non basta. La psicologia ipotetica aveva spinto i fisiologi a distinguere istologicamente cellula da fibra, come, anatomicamente, centro da fascio, quasi organi di funzioni diverse: onde la teoria del neurone, come individualit separata, dove la cellula domina, centro trofico e centro psichico, e da una parte riceve, dall'altra rinvia; dai prolungamenti protoplasmatici riceve qualcosa, che ora  l'impressione sensoria, ora la sensazione minima, ora la sensazione cosciente, ora la rappresentazione, e via; e fa diventare l'impressione, sensazione; la sensazione, rappresentazione; la rappresentazione, percezione; la percezione, movimento, e via, rinviando coi prolungamenti cilindrassili, sempre per contatto, la coscienza o il movimento ad altre cellule o ai muscoli. Ma anche qui l'esame microscopico dei preparati istologici su elementi colorati o degenerati port a poco a poco alla riforma di quella teoria, a svantaggio sia della individualit del neurone, riponendolo in contatto costante e non periodico  (ameboidismo) con gli altri, fino all'idea di un reticolato nervoso, parziale o totale; sia del dominio della cellula, che non appare pi se non come la continuazione, funzionalmente meno attiva e men pronta, della fibra di cui rappresenta soltanto, per cos dire, la retroguardia e il bagaglio. Per non dire di conclusioni pi recenti, che, se fossero provate da altri ancora, abolirebbero a dirittura la cellula come elemento istologico, intendendo invece che si tratti di una specie di cemento, proveniente da leucociti, che riunisce le fibrille nervose intersecantesi: allora tutto il sistema nervoso diventa un reticolato intra od extra cellulare  (Apathy e Bethe), dove non si tratta pi di cilindrasse  (Durante), ma di una struttura di neuroblasti segmentarj sviluppantesi a catena (64), per cui n esiste pi il neurone quale unit embriologica, n il corpo cellulare  pi il centro unico dello sviluppo embrionario.
L'insufficienza di dati certi in fisiologia del sistema nervoso, lamentata dal Mingazzini (65),  dunque un'insufficienza, o meglio un'esuberanza psicologica, che obbligava i fisiologi a cercare nel cervello ci che non vi pu essere. Sar dunque meglio invertire le posizioni, e, invece di fare della fisiologia sui dati psicologici, fare della psicologia su dati fisiologici sperimentali.
Noi dobbiamo avanti tutto basarci su dati fisiologici, che non implichino alcuna interpretazione psicologica, per non mettere il carro avanti ai buoi. E dobbiamo quindi confrontare quelli coi dati della osservazione introspettiva, guardandoci anche qui da ogni ipotesi filosofica, che, se mai, deve seguire e non precedere i risultati fisiopsichici. Ora,  possibile ottenere i primi, pur di misurare l'eccitazione, che direttamente non  percepibile, come direttamente non  percepibile, mettiamo, la corrente elettrica, con la reazione motoria, ch' il suo effetto costante, come si misura la corrente elettrica da' suoi effetti fisici e chimici. Reazione motoria all'eccitazione nervosa  tanto quella che segue l'eccitamento elettrico esercitato sullo sciatico di una rana morta, quanto la parola del soggetto esperimentato che annuncia la percezione, quanto poi la modificazione vasomotoria che accompagna, come vedremo a suo tempo, ogni nuovo eccitamento. Ma intanto bisogna considerare la parola e qualunque altra reazione di carattere psichico all'infuori di questo elemento, o in altri termini disinteressarsi della qualit soggettiva della reazione medesima.
Perch uno stimolo ecciti il sistema nerveo sono necessarie due condizioni: la prima , che ci sia contatto fra lo stimolo e la sostanza nervea; la seconda , che la sostanza nervea abbia una struttura tale, che si presti a quel rapporto  (organi nervosi). Posso impiegare uno stimolo luminoso per eccitare la retina, e misuro poi l'eccitazione dalla reazione organica, sia quella del guardare l'oggetto luminoso  (movimenti di adattamento, attenzione passiva), sia quella che annuncia la visione  (premere il tasto del cronoscopio o avvertire oralmente), sia ogni altra, sino alle reazioni pi complesse, della meraviglia, della paura e via. Ma non mi gioverebbe quel medesimo stimolo per eccitare, a occhi bendati, il restante sistema nervoso; e nemmeno in modo apprezzabile, mettendo allo scoperto sotto i raggi luminosi un altro organo nervoso, perch qui manca la delicata struttura retinica (66). Se invece adopero la corrente elettrica, questa posso applicarla con effetto sia su la retina, sia sul decorso di un nervo, sia sugli organi centrali, producendo ogni volta reazioni di vario genere. Se infine lo stimolo , mettiamo, una forte scarica elettrica, esso pu interessare al tempo stesso l'occhio come bagliore, l'orecchio come suono, l'organo olfattivo per l'odore di ozono che si produce, gli organi tattili per la ripercussione dei mezzi ambienti, tutto il sistema per la scossa medesima, quando lo raggiunga. Le parti pi differenziate del sistema nervoso sono eccitabili per mezzo di stimoli speciali, oltre che per mezzo di altri comuni a pi organi. Ma non vi ha parte dell'intero sistema, che non sia in qualche modo, non solo, come vedremo, indirettamente ma anche direttamente eccitabile. Dire che la corteccia cerebrale in pi luoghi  insensibile,  fare della psicologia, riferendosi alla sensibilit soggettiva degli altri organi; ma, astrazion fatta dalla qualit psichica della eccitazione, questa si produce, in quanto ad una eccitazione prodotta per mezzo di pressioni, punture, correnti elettriche ecc. segue, pi o meno rapida, una reazione motoria, il che fece concludere che tutti i centri cerebrali, anche dove direttamente insensibili, sono direttamente motorj.
L'eccitazione nervosa si pu anche suscitare indirettamente, dimostrandosi che, se all'eccitamento di un organo nervoso qualsiasi, mettiamo la retina, segue una reazione da parte di muscoli innervati da organi nervosi diversi e lontani, come il fuggire, il ridere, il secernere succhi ghiandolari ecc., l'eccitazione si  dovuta produrre, almeno, in tutti quei distretti nervosi che intercedono, collegati o interessati da una parte con la retina e dall'altra coi nervi motori degli arti, se si vuol restringere a ci l'azione di fuggire: distretti formati ora di nervi, ora di fasci, ora di nuclei cellulari intercalati, sia nel cervello inferiore, sia in quello superiore, sia nel bulbo, sia nel midollo. Ma un'altra serie di esperienze, che illustreremo meglio nel capitolo quarto, dimostra ancora, che all'eccitazione di una parte qualsiasi del sistema  concomitante, in proporzione, l'eccitazione di ogni altra; che un'eccitazione, mettiamo, visiva  segnata, oltre che dalla reazione pi diretta sopra descritta, da un aumento della innervazione di ogni altro muscolo, misurabile con l'ergografo e col dinamometro, come da una pi pronta disposizione alla eccitabilit di ogni altro organo nervoso, misurabile nelle esperienze psicometriche che interessano due o pi organi sensorj.
Si potrebbe cos stabilire una doppia graduazione metrica rispetto ad ogni singola eccitazione: prima di tutto, in quanto, aumentando l'intensit dell'eccitante, si ottiene un aumento nella intensit della reazione, sia di quella diretta, sia di quella complessiva; poi in quanto la reazione  pi intensa da parte dei tratti nervosi pi direttamente connessi con l'organo eccitato e sempre meno a mano a mano che si tratta di parti men direttamente connesse o interessate.
Un'altra serie di esperienze pu dimostrare, che l'eccitazione si propaga pi celeremente nei tratti fibrosi che nei distretti cellulari  (esperienze puramente fisiologiche, da non confondersi con quelle sul tempo di reazione); ma che d'altra parte la reazione  pi viva secondo che una maggior parte di sistema nervoso vi prende parte, come si dimostra, per esempio, applicando una corrente elettrica lungo il decorso di un nervo motorio a differente distanza del muscolo  (l'eccitazione si somma ne' suoi effetti, M. Panizza), il che varia l'intensit della contrazione; o confrontando la reazione a uno stimolo che interessi un solo organo sensorio con quella doppia simultanea di due organi  (pi pronta, salvo i casi d'inibizione, che confermano il principio); o col metodo delle ablazioni di parti nervose o di sperimentazioni su deficienti, producendosi un indebolimento sempre maggiore e una sempre maggiore imperfezione funzionale a mano a mano che si diminuisce la sostanza nervosa direttamente interessata alla funzione dell'organo eccitato.
Queste osservazioni sperimentali, per quanto ovvie e volgari possano sembrare, cos spoglie di ogni significato psicologico, bastano per ad offrirci tutti i dati utilizzabili per il nostro intento. Ce ne gioveremo a mano a mano che si presenter l'occasione.
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5.
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Piacere e dolore.
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Il dato introspettivo  la coscienza di uno stimolo, che gl'inglesi dicono malamente stato di coscienza.
I medesimi stimoli che provocano l'eccitazione nervosa, provocano la coscienza, ch' la forma soggettiva del fatto fisio-psichico. Non vi  analisi introspettiva, compiuta all'infuori d'ogni preconcetto filosofico, che possa mettere in evidenza un fatto cosciente, che non sia anche la coscienza di uno stimolo capace di affettare il sistema nervoso  (ossia di uno stimolo esterno, fisico). Ecco alcuni esempi, tanto per illustrare tutti i casi possibili; lasciando le conclusioni a pi tardi:
1. Uno spasimo viscerale acutissimo, mai prima provato. Nel primo momento, esso occupa tutta la coscienza: non vi  ancora la coscienza di me che soffro, n quella del mio organismo ch' ammalato, n tanto meno quella delle cause oggettive del mio stato, degli organi affetti, dei rimedj possibili, ecc. No: soffro e basta. Urlo dal dolore, e non capisco altro.  ci che di solito si dice sensazione (67). Nell'uomo adulto si avvera soltanto in casi di questo genere, quando l'eccitamento sia nuovo ed intensissimo. Analoga per dev'essere la coscienza degli organismi meno evoluti; quella di ogni animale, l'uomo compreso, su la soglia della vita; quella poi, per esempio, del cieco nato, dopo l'operazione, che per la prima volta vede, non oggetti esterni a s, ma, per cos dire, la visione stessa, o, come malamente dicono alcuni, la propria retina (68).
2. Veggo quel libro. Qui non  soltanto l'avvertire un oggetto di forma e colore determinato:  conoscerlo come oggetto. Inoltre  conoscerlo come quell'oggetto, che dico libro; conoscimento preparato da un numero grandissimo di esperienze anteriori, per cui so che a toccarlo  consistente; che  divisibile in pagine; che  di carta; che vi si legge; che vi s'impara, e via. Per, si noti, tutto questo sapere forma ancora, per mo' di dire, un sol fascio; in linguaggio psicologico,  memoria ma non ricordo, oggettivazione ma non riflessione. Si tratta in somma di una percezione (69).
3. Dopo qualche anno di assenza mi ritrovo in un paese, nel quale dimorai a lungo.  un continuo confronto tra il presente e il passato; un rievocare mille circostanze, mille persone, che nel frattempo non si erano pi riaffacciate alla mia memoria. Un ripensare anche a me stesso, alla mia vita d'allora, alla mia stessa personalit, che mi appare assai cangiata. Quello che allor mi agitava, ora  un dolce oppur mesto fantasticare. Il ricordo insomma, nel suo aspetto caratteristico, ch' il discriminare, non foss'altro rispetto al tempo, lo stimolo presente dalle rappresentazioni di stimoli, in parte simili, passati.
4. Mi giunge un telegramma: "L'amico nostro muore; accorri". Su questo debole stimolo visivo, delle parole allineate sulla carta giallognola, s'innesta una violenta emozione. Ogni altro affetto si tace, ogni altro bisogno cede il posto all'emozione, che mi spinge, disperato, alla stazione ferroviaria.
5. In fine ragiono. Ragiono parlando o pensando le parole. Faccio confronti fra le parole, che sono giudizj; confronti fra i giudizj, che mi portano ad altri giudizj, analitici o sintetici, nuovi rispetto ai primi.
Questi e altrettali sono gli esempj offertimi dalla osservazione introspettiva, portata a grado a grado dai fatti psichici pi semplici e pi comuni a quelli pi complessi e pi rari.
Fermiamoci per ora al primo caso, della sensazione, ch' un fatto psichico primario, dove non intervengono, se non in grado trascurabile, gli elementi rappresentativi  (memoria) (70), a modificare il rapporto psicofisico. E, dopo aver mutato l'osservazione in analisi introspettiva, comparando i dati di questa con quelli fisiologici, istituiamo l'analisi psico-fisica sperimentale delle sensazioni, che rimane il fondamento di ogni Psicologia.
In ogni sensazione ci appare uno stimolo esterno, che diventa l'oggetto quando si consideri astrattamente dalla coscienza e sotto pi numerosi aspetti (71); ma che intanto  il contenuto cosciente. Contenuto qualitativo, ch' quel tale stato organico, quel tale colore, suono ecc., differenti da ogni altro della stessa specie e da quelli di specie diversa. Contenuto qualitativo, che si chiama dagli psicologi conoscenza. Qui tanto  qualitativamente lo stimolo, tanta  la conoscenza di esso. Il rapporto psicofisico  evidente e diretto, ossia la psiche, qualitativamente, non  nulla pi che lo stimolo. Se vogliamo adottare un termine per mettere in evidenza l'elemento conoscitivo della sensazione, possiamo chiamarlo una intuizione. Non si trova sensazione che non sia intuitiva, sebbene le sensazioni dovute agli organi meno differenziati, come quelli del tatto e della temperatura, quelli muscolari e viscerali, assai pi ricche di sentimenti, offrano intuizioni meno numerose e men chiare, ma sempre intuizioni, in quanto queste sensazioni sono, sia pur vagamente, localizzate, e in quanto differiscono anch'esse per qualit l'una dall'altra, quella del dolore viscerale, mettiamo, di quella di un dolore intercostale (72).
L'analisi introspettiva rileva eziandio il carattere o elemento che dir si voglia chiamato tono di sentimento della sensazione. Si dice anche piacere e dolore, e, nel caso della sensazione, dove non si presuppongono fatti rappresentativi, idee o fantasmi, che intervengano ad aumentare il dato cosciente, il piacere o dolore si dice fisico, ossia tanto quanto ne d lo stimolo.
Di solito a questo punto il metodo introspettivo della psicologia anche scientifica commette tre gravissimi errori, che un esame pi rigoroso deve ormai riparare.
Il primo deriva dall'assumere le parole piacere e dolore in senso diverso, secondo che se ne parla come coefficienti della psiche in genere, o della sensazione in ispecie. E mentre nel primo caso si ammette che piacere e dolore sono il carattere pi importante di ogni momento psicologico, perch si trova fra mezzo allo stimolo e alla reazione motoria, come il fulcro dell'attivit psichica, che vale, non in quanto conosce, ma in quanto, conoscendo, sente e agisce di conseguenza - nel secondo caso si nega la presenza di questo carattere, nella sua forma elementare, che sar base di ogni altra, a proposito di tutte le sensazioni che si abbiano per mezzo degli organi pi differenziati, e a proposito della maggior parte delle altre, intendendosi che si avveri solo in circostanze eccezionali. Quando pure non si faccia del piacere e dolore una categoria speciale di sensazioni.
Questa ultima opinione si  fatto strada nella Psicologia sperimentale, dove si sono istituite delle esperimentazioni, per dimostrarne il fondamento oggettivo: giova dunque confutarla per prima. Alcune recenti ricerche algesimetriche, eseguite nel laboratorio di Psicologia delle universit di Bruxelles, da J. Joteyko, che vi  preposto, in collaborazione con M. Stefanowska (73), i quali cercarono con l'algesimetro di Chron la soglia del dolore cutaneo, sia allo stato normale, sia dopo fatica, e fecero inoltre determinazioni estetiche e dolorifiche comparate per mezzo dei soliti anestetici - condussero questi autori a concludere in favore della tesi del Marshall e de' suoi predecessori, che vi siano nervi e centri speciali per il dolore.
Le prove addotte sono le seguenti:
1. Si pu trovare analgesia in persone di sensibilit tattile normale. - Questo era gi stato l'argomento pi poderoso portato da molti altri, ma esso poggia sopra un equivoco. Si dice senso del tatto quello relativo a pressioni, a vellicamenti, al liscio, allo scabro, agli urti e via. Il dolore tattile consiste dunque in una pressione, vellicamento, scabrosit dispiacevole. Se invece pianto l'ago di qualche millimetro nello spessore del derma, fino a che incontro gli elementi nervosi, non interesso pi il tatto, ma un altro senso che si potrebbe chiamare senso nervoso, se bene esercitato, si capisce, dagli stessi organi: proprio come scrutando con l'ago la retina non interesserei pi la vista, se bene agendo sullo stesso organo.  dunque possibile che, per ragioni fisio-patologiche ignote, si abolisca l'eccitabilit sensoria a uno stimolo, rimanendo quella ad un altro. E, abolendosi la eccitabilit sensoria a uno stimolo, si abolisce non solo il dolore corrispondente, ma tutta la sensazione: non c' pi nulla. Di fatti i casi di siringomielia portati da altri autori, nei quali si vede sussistere il dolore tattile  (suscettibilit ai vellicamenti ecc.) mentre vi  anestesia a eccitazioni termiche, sensi esercitati certamente dai medesimi organi (74), anzi che provare la tesi avversaria, dimostrano vera la nostra, vedendosi abolire la sensazione termica sia come dolore sia come qualit. In somma, anestesia e analgesia non vanno mai disunite rispetto ad ogni funzione per s.
2. Il mentolo eccita energicamente i nervi della temperatura, deprime energicamente i nervi dolorifici, leggermente i nervi tattili. - Questo intanto  un sofisma di parlare gi di nervi diversi per dimostrare che ci sia tale diversit. Parliamo dunque di sensi. Quando si dice, che il mentolo eccita energicamente il senso termico, ci vuol dire appunto che, sotto l'influenza, forse chimica, del mentolo si agevola la sensazione piacevole di freddo; e quando si parla di depressione dolorifica o tattile, s'intende per la prima, l'ottundersi del senso dolorifico per eccellenza  (ma non esclusivamente), che abbiamo chiamato senso nervoso, e poi in minor grado quello tattile, alla sua volta piacevole o doloroso che sia.
3. La fatica moderata produce ipoestesia e iperalgia. - Sebbene le esperienze degli autori sieno errate, per l'equivoco chiarito al n. 1, altre ricerche potrebbero confermare il fatto, che in un organismo affaticato, se bene non troppo, le nuove sensazioni sieno qualitativamente men chiare e pi ricche in vece di sentimento. Il che poi si riduce alla obiezione pi comune, che aumentando il dolore si annulli la conoscenza, dovendosi quel fatto particolare ricondurre alle medesime cause di questo generale. Ma qui bisogna intendere che il dolore o piacere proprio dei sensi pi fondamentali, e per s meno conoscitivi, che sono il senso nervoso e poi gli altri sensi organici  (viscerale, muscolare ecc., ossia della circolazione, respirazione ecc.) abolisce la funzione dei sensi pi differenziati e pi conoscitivi, com' naturale; e che il dolore o piacere che interessa una parte maggiore del sistema nervoso, si esercita a svantaggio delle funzioni pi particolari.
Se si versa una caldaja d'acqua bollente sopra un disgraziato passante, questi, che essendo indifferenti gli altri sensi avrebbe osservato la strada, le case, gli uomini, non vede pi nulla. E la scottatura, che non  soltanto un dolore termico, ma un dolore organico, abolisce, per cos dire, la vista, non solo qualitativamente  (conoscenza), ma anche ne' suoi caratteri sentimentali (75).
Questo in generale. Nel caso poi della ipoestesia e iperalgia sotto l'influenza della fatica moderata, fatica moderata vuol dire appunto, in concomitanza di tanti altri fenomeni organici, un aumento nella eccitabilit di tutto il tono nervoso preso nel suo assieme  (onde la maggiore facilit all'automatismo), ma gi, preso organo per organo, pi depresso (76): onde la funzione conoscitiva, che dipende dalla struttura particolare e dalla ubicazione degli organi nervei, si ottunde, mentre si rialza l'eccitabilit dolorifica, che, come diremo,  generica. Ci non significa punto, n che questa eccitabilit dolorifica si avveri in mezzi diversi da quelli della funzione conoscitiva, n che soggettivamente sia un fatto diverso.
4. Infine gli autori citati portano un'ultima e per loro principale ragione, basandosi sulle loro esperienze, durante le quali, mentre cercavano la soglia dolorifica, trovandola pi vicina  (in proporzione di 10 a 9) dal lato sinistro pi sensibile che dal lato destro meno sensibile, si accorsero, che la medesima proporzione in favore del medesimo lato si otteneva anche negli individui mancini, i quali rovesciano in vece la proporzione negli esperimenti sulla sensibilit. Destri e mancini sono parimenti pi sensibili al dolore dalla sinistra: non cos per il tatto, ecc. - Se io esperimento al dinamometro la forza muscolare di un mancino, la trovo poi pi intensa e pi resistente dalla sinistra, perch quei muscoli sono pi esercitati degli omologhi di destra. Del pari, se esperimento sopra un senso, il quale sia esercitato di pi da un lato e di meno dall'altro, come il tatto sui polpastrelli, posso prevedere fin da prima, che trover nell'uomo normale una sensibilit pi squisita dalla destra, e viceversa nel mancino. Ma quando sprofondo l'algesimetro di Chron nei tegumento del braccio, scruto una sensibilit, che l'esercizio prevalente di una parte non pu variare. Siamo in somma nella critica fatta al n. 1. E se poi si volesse anche intendere come dolore tattile quello prodotto dall'algesimetro (77), non si riuscirebbe a provare altro, se non che la qualit della sensazione, dipendendo dalla qualit dello stimolo, ossia dalla specialit dell'energia ambiente, e dalla specialit dell'organo nervoso, si modifica per ragioni diverse da quelle, che modificano il tono di sentimento, il quale  condizionato anch'esso esternamente dallo stimolo, ma internamente, come illustreremo, non dal solo organo eccitato, ma da tutto il sistema.
La maggior parte di quelli, che adottarono la tesi della specificit dei nervi per il dolore  (del piacere si evita di parlare, perch sarebbe ancora pi difficile supporlo), o si spinsero, logicamente, all'eccesso, dicendo, senza alcuna base anatomica, che ci devono essere nervi speciali per il dolore tattile, di calore, e via (78), o vi rinunciarono in parte, ammettendo che i nervi siano quelli della sensibilit, ma, o vi siano soltanto punti di dolore (79), o la corrente nervea segua via diversa (80), o si abbiano centri speciali (81). Ma  poi una incongruenza bella e buona quella di egregi psicologi come il Wundt e l'Hffding, i quali, mentre in psicologia intendono il dolore come una modalit dei fatti psichici, dei quali rappresenterebbero l'intensit, in fisiologia li considerano come l'eccitazione di elementi a parte dagli altri.
Ritornando all'opinione pi comune,  comune l'errore d'intendere il piacere e dolore come quello ch' proprio dei sensi organici, escludendo in tal modo il tono di sentimento dagli altri sensi. Per esempio, la vista e l'udito, si dice, sono sensi freddi: dnno conoscenza ma non dnno sentimento. Ma poi si  costretti a parlare di sentimento, anche a proposito di questi sensi, trattandosi dei fatti superiori, o, come dicono, associativi. Cos la vista pu dare sentimenti morali. I quali ultimi restano cos campati in aria, senza il sostrato dei fatti pi semplici e fondamentali, oppure soltanto ricollegati ai sentimenti organici nella teoria Lange-James-Ribot sulle emozioni. Si  padronissimi di chiamare piacere e dolore sensitivo soltanto quello dei sensi organici, come fa spesso anche il volgo; e si potrebbe specializzare ancora il significato di quelle parole; ma non si pu negare un colorito d'ogni senso, che si potrebbe per ora chiamare psicologicamente interesse (82), o eccitazione psichica. Assurdo dire, che la vista di un oggetto , come sensazione, puramente conoscitiva, spoglia di ogni tono sentimentale. Un oggetto, che non desti proprio nessun interesse, non si vede, ossia non  sensibile psicologicamente, anche se  presente agli organi sensori.
Quando il Wundt dice, che il tono di sentimento si pu abbassare fino allo zero, include, che la coscienza pu diventare incoscienza e la sensazione annullarsi: ma dove c' sensazione, c' interesse, bench minimo, ossia sentimento, bench di gran lunga meno intenso di quello che accompagna le sensazioni organiche acute. Naturalmente, poi che le sensazioni di un uomo adulto sono percezioni, l'interesse o sentimento che le accompagna  di solito dovuto a fattori pi complessi ed a coordinazioni sensorie che studieremo a suo tempo. Ma pur nella sensazione speciale di un organo ce n' sempre, ch' poi il piacevole o dispiacevole delle sensazioni termiche, tattili, gustative, olfattive, uditive e visive. Un animale non si accorge di quello che non sia per lui piacevole o dispiacevole anche nella sola sfera sensoria: onde, dove non  sentimento, non  neppur conoscenza.
Un secondo errore  quello, di considerare il sentimento come intensit della sensazione. La conoscenza , si dice, la qualit, e il sentimento  l'intensit o quantit sensitiva. L'introspezione ci mostra che, per esempio, il dolore di denti  pi o meno intenso esso medesimo; ossia varia la quantit del male, ma per il male non appare la quantit dell'elemento qualitativo  (che qui diciamo mal di denti distinto per esempio dal male di testa); il quale ultimo, ch' il conoscere, lo vediamo variare alla sua volta di quantit  (conoscer poco o molto, bene o male, chiaramente o confusamente) (83). Il rapporto psicofisico ci mostra, che il variare quantitativo di uno stimolo, mettiamo il suono do a mano a mano pi intenso, produce una variazione proporzionale della sensazione, che, come conoscenza,  sempre pi conoscitiva  (pi uno stimolo  intenso pi chiaramente  distinto) e come sentimento,  sempre pi sentita  (se  dolorosa,  vie pi dolorosa) (84); ma non si prova punto, che il suono do d'intensit n, come do sia conoscenza e come n sia sentimento. Appare, s, che la puntura di un ago sia dolore in tanto, in quanto ha una certa forza, e pi si sente quanto pi  profonda (85); ma qui, dove l'argomentazione pare pi seria, perch si parla di sensazioni organiche pi ricche di sentimento, trascurando il carattere conoscitivo, non si argomenta poi altro, che la possibilit d'intendere l'intensit dello stimolo come misura della intensit del dolore, null'altro. Rivolgendosi in fine al rapporto tra eccitazione nervosa e coscienza, si pu intendere che il sentimento corrisponda alla intensit della eccitazione, come la conoscenza alla qualit  (meccanica, termica, chimica, fotochimica). Ma anche qui, l'intensit di eccitazione appare, soggettivamente, come intensit di sentimento, non gi come sentimento pi o meno intenso. Diciamolo subito, e lo ripeteremo fra breve: il sentimento non  l'intensit della sensazione, ma il suo colorito soggettivo; non  l'intensit dello stimolo, ma la forma cosciente in che si viene a trovare la qualit stimolante; non  l'intensit dell'eccitazione nervosa, ma l'eccitazione stessa dal punto di vista psicologico.
E finalmente confutiamo un terzo errore ed una terza ipotesi (86). Quella di considerare il sentimento e la conoscenza come i due caratteri ultimi e irreducibili l'uno all'altro, dati dall'introspezione. Allora questi due caratteri si accostano, ma non si fondono; e si fa strada l'idea di un parallelismo fra sentimento e conoscenza per la stessa ragione onde si gener l'idea di un parallelismo psicofisico (87). Ma ogni concetto di questo genere  una soluzione transitoria del problema che si era posto. L'introspezione non offre punto questi due caratteri diversi, ricordiamolo:  l'analisi che li scinde e poi li mantiene divisi, col nome di elementi, fattori, caratteri, aspetti e via.
Si noti ancora, che, quando si fa un'analisi, per quanto empirica e pedestre, come se per esempio dicessi che questa carta ha una forma rettangolare ed un colore bianco-giallognolo, si scindono i caratteri dell'oggetto esaminato, ma solo nel senso, che si distinguono, non assolutamente, ma relativamente al nostro bisogno di sapere: in altre parole, quando si mette in evidenza un carattere, si sottintende l'altro e viceversa; tanto vero, che l'uno e l'altro carattere  (qui la forma e il colore) si riferiscono al soggetto comune che li abbraccia  (la carta). Se no, non sarebbe un'analisi, ma sarebbero due osservazioni diverse e indipendenti. L'analisi della carta in carta-forma e carta-colore, caratteri che non potrebbero esistere indipendentemente, non ci porta poi a due concetti, rispetto alla carta, diversi, ma ad un solo di comprensione pi ricco (88). E mentre qui i due caratteri, della forma geometrica e del colore, sono riversibili, ossia si possono pensare reciprocamente l'uno su l'altro, trattandosi di un unico punto di vista, l'analisi introspettiva pi profonda, che giunge ai caratteri, non pi particolari, ma generali  (gi astratti), della conoscenza e del sentimento, che includono soggetto ed oggetto, prima di tutto non li pu dare, psicologicamente, come divisi, ma sol come distinti relativamente l'uno dall'altro, riunendoli nel soggetto comune, la psiche; e poi non li pu dare reversibili, ma,  tempo di dirlo, l'uno su l'altro, la conoscenza sul sentimento, il quale diviene la forma di quel contenuto, il soggetto di quell'oggetto (89).
Mi spiego praticamente, confrontando due casi delle percezioni ordinarie: il primo, la percezione di un suono, prevalentemente conoscitiva e cos povera di sentimento, che questo non appar chiaramente, sebbene ci sia (90); il secondo, la percezione di una scottatura, prevalentemente dolorifica, se bene vi s'innesti un conoscere (91). Ebbene nel primo caso la percezione , sopratutto, il suono, ossia l'oggetto esterno (92). Nel secondo caso la percezione , sopratutto, la sofferenza, ossia il soggetto (93). L'introspezione rigorosa non rivela dunque una conoscenza ed un sentimento come due forme o elementi o caratteri irreducibili della coscienza, ma come oggetto, ossia stimolo, e soggetto ossia eccitabilit allo stimolo (94).
Espressione quest'ultima, che ci riconduce, spero maturi, al confronto fisio-psichico, sui dati fisiologici e introspettivi pi generali.
Il sistema nervoso  un tessuto eccitabile: tale cio, che in presenza delle energie ambienti si modifica in modo, da produrre una reazione organica che sar la contrazione di un muscolo, la secrezione di una ghiandola, o uno stato d'innervazione, o, almeno, una nuova eccitazione, divenendo cos stimolo a s stesso. Le energie ambienti, esterne od interne all'organismo, capaci di eccitare il sistema nervoso, non possono essere altre  (bench se ne possano supporre in numero indefinito, oltre di quelle), se non quelle appunto, con le quali il sistema viene a trovarsi in rapporto. Se il nostro sistema nerveo fosse tutto racchiuso in una scatola ossea, senza alcun rapporto col mondo esterno e con gli altri organi, non avrebbe altre cause eccitanti, se non la pressione sanguigna, i fenomeni di ricambio, il contatto con le meningi, il contatto di parte su parte. Se s'immagina che questa sostanza si prolunghi fino ad un occhio esposto alla luce, la luce diventa un nuovo stimolo. E cos via. Per cui, non si deve intendere l'eccitabilit alla luce come una funzione intrinsecamente diversa da quella di una eccitabilit alla pressione, perch la diversit  nello stimolo e non gi nel nervo, che si differenzia soltanto morfologicamente, ossia come ubicazione e come disposizione di parti, istologicamente simili.
Allo stesso modo la psiche ci appare come un'affettivit capace di reagire organicamente, e possiamo togliere ad una ad una tutte le qualit  (conoscenza) degli stimoli che ne sono il contenuto, meno una qualsiasi, perch rimanga la coscienza. La quale acquista poi un contenuto conoscitivo altrettanto ricco ed altrettanto vario, quanto sono numerose e varie le qualit degli stimoli che possono eccitare il sistema nervoso. E come un'eccitazione nervosa pi intensa e pi varia, da stimoli pi energici e pi numerosi, si traduce in una reazione pi pronta e pi abbondante, cos un fatto sentimentale pi violento o pi complesso tende ad una reazione proporzionale (95). Come si vede, eccitazione e affettivit, soggette alle medesime condizioni ed ai medesimi effetti, non si possono considerare come due fatti paralleli, ma come un sol fatto.
C' parallelismo, per chi intenda invece la coscienza come conoscenza, perch ad ogni variazione dello stimolo corrisponde una variazione della conoscenza, senza che l'oggetto sia il soggetto (96). Ma l'eccitazione nervosa, termine fisiologico,  in termini psicologici l'affettivit; il sistema nervoso  la persona, individuo che agisce secondo che sente. Il soggetto  dato immediatamente col sistema nervoso, come, vedremo,  dato immediatamente l'oggetto con lo stimolo.
Un ultimo confronto. L'eccitazione nervosa  una energia che tende a propagarsi per tutto il sistema, sommandosi negli effetti, come reazione motoria, la quale  tanto maggiore quanto maggiore  la parte di sistema eccitato e quanto pi intensa  l'eccitazione. Ma non si pu intendere, che l'eccitazione, per esempio quella da uno stimolo tattile, sia una modificazione successiva di parti, che smuovendo dal punto eccitato vada gradualmente conquistando, nel caso pi semplice, il nervo, e poi il corno midollare posteriore, e poi quello anteriore, e poi il nervo motorio; e nel caso pi complesso, un numero maggiore di parti midollari e cerebrali, a traverso i fasci fibrosi. Se cos fosse, il caso pi semplice avrebbe sempre la precedenza anche dove si sovrappone il pi complesso, ossia noi risponderemmo sempre coi movimenti riflessi prima di rispondere coi movimenti volontarj, perch l'escursione dell'eccitazione, pur propagandosi per le vie lunghe, insieme, ma pi presto, si propagherebbe per le vie brevi. Si deve intendere, che tutto il sistema, e prima e pi direttamente le parti pi direttamente connesse  (centri), vada incontro, per cos dire, allo stimolo, formandosi degli archi a mano a mano pi estesi, secondo l'esponente eccitatorio di quello.
Non  un'azione dall'esterno all'interno, che porterebbe a reazioni successive ed incoordinate,  un'azione dall'interno all'esterno, che porta a reazioni coordinate per tutto il sistema. Soltanto in questo senso si pu comprendere anche la funzione dei centri come parti cellullari poste internamente a disposizione degli organi tutti, e, pi specialmente, di quelli coi quali hanno pi strette e dirette connessioni, e verso cui sono, direi, orientate.
Di pari passo la coscienza non ci si rivela come affezione particolare di organi e come un avvicinarsi successivo di stati psichici, ma come unit soggettiva, una in ogni momento e sempre abbracciante ogni molteplicit oggettiva e soggettiva in un solo fatto, che esprime, non gi questo o quello stimolo aggiunto per contiguit ad altro presente o passato, ma un'attivit sola, attuale, fuori dello stimolo appunto per la sua unicit ed attualit. La coscienza  affetto, ossia persona, e non  il contenuto conoscitivo di questa, la cosa, divisibile e molteplice. Piacere e dolore non sono il risultato a parte di uno stimolo, ma il risultato di tutto il sistema nervoso in rapporto con quello. In questo senso  vero, che ogni sensazione esprime in termini di coscienza il corpo intiero (97).
Ma se il confronto fisio-psichico ci permette d'identificare la coscienza sensitiva nel piacere e dolore, l'intuizione, ch' la conoscenza del contenuto oggettivo di una sensazione, in che modo si pone in questo rapporto prima, e poi nel rapporto psicofisico (98)?
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6.
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La conoscenza sensibile.
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Lo Spencer divideva gli stati di coscienza in emozioni, che vengono dal centro, e sensazioni, che vengono dalla periferia fuori e dentro l'organismo (99). Questo  vero nel senso, che il sentimento trova la sua ragione nella eccitabilit nervosa, la quale, come dicemmo,  centrifuga, riversandosi dalla massa eccitabile sul punto eccitato, mentre la conoscenza sensibile trova la sua ragione nella forma di energia eccitante, ch' periferica, e non in altro: con parole diverse, il sentimento  l'eccitazione nervosa cosciente, la conoscenza  lo stimolo sentito.
Perci, mentre le modificazioni affettive si riducono a modificazioni fisiologiche  (rapporto fisiopsichico), le modificazioni conoscitive, ossia tutta la serie dei fatti intellettivi, si riducono a modificazioni fisiche  (rapporto psicofisico).
"La struttura degli organi dei sensi spiega perch le sensazioni, che si distinguono per la sede diversa, siano diverse anche per la qualit del loro contenuto rappresentativo", dice M. Panizza (100); e riassume
"E, infatti, si comprende come pel tatto le estremit nervose non possano essere modificate che da urti, pressioni, vibrazioni, ecc., perch protette da organi, capsule, corpuscoli, strati cornei, i quali permettono queste modificazioni, in forma rude o delicatissima, ma non altre di qualsiasi specie. Cos, per l'odorato, le particelle di materia attenuata e sospesa nell'aria ossigenata che fanno da stimolo, non potrebbero indurre modificazioni che nelle ciglia finissime e ondeggianti liberamente alla superficie della mucosa, delle cellule nervose olfattive. Nella mucosa gustativa, le gemme gustative impiantate in gran numero sull'orlo delle papille, includono l'estremit di fibre nervose in forma di bastoncelli, che possono essere modificati da sostanze sapide in soluzione, ci che non potrebbe accadere a qualsiasi estremit nervosa in qualunque altra parte del sistema nervoso. La struttura dell'organo dell'udito , infine, la pi assoluta conferma di queste vedute, poich si tratta di estremit nervose distese sopra lamine interposte fra due liquidi e suscettibili di vibrare, rispondendo alle vibrazioni prodotte nell'aria dai corpi sonori. Le sensazioni muscolari e viscerali ricevono modificazioni speciali per il particolare modo di terminare, nei muscoli e nei visceri, delle estremit nervose. Si sono considerati, perci i muscoli ed i visceri come organi dei sensi non diversi da quelli che si sogliono pi comunemente indicare con questo nome. Dipende, adunque, dalla diversa struttura degli organi dei sensi, se le sensazioni, nelle diverse sedi, hanno modalit diverse, vale a dire, specifiche particolarit nel loro contenuto rappresentativo" (101).
Il citoplasma nervoso, che ha per sua funzione l'eccitabilit,  da per tutto il medesimo: perci le differenze fra le varie eccitazioni sono quantitative, secondo che le parti ed il tutto rispondono pi o meno intensamente all'eccitante; le differenze qualitative in vece, non essendo inerenti alla funzione nervea, sono inerenti solo allo stimolo, oppur sono differenze locali, in quanto la parte eccitata chiama a s, come s' detto, l'energia delle parti pi direttamente connesse  (centri) e poi a mano a mano quella di tutto il sistema. Di pari passo la coscienza dell'eccitazione  un'affettivit pi o men generale, che si localizza come coscienza del luogo eccitato, e si differenzia per contenuto secondo la qualit dello stimolo, come coscienza conoscitiva.
L'esame fisiopsichico, anche a proposito del carattere conoscitivo, abbatte la teoria, dovuta alla filosofia sostanzialista, che la coscienza sia centrale, e rappresenti l'anello di congiunzione fra un'eccitazione sensoria ed una motoria. Tutt'altro. La coscienza  l'eccitazione sentita e l'eccitante conosciuto.
Intanto si era ammesso gi da un pezzo, che la coscienza non sia una entit passiva, in cui vadano a metter capo le eccitazioni fisiologiche centripete, ma una energia attiva, una volont, che non riceve, ma va incontro  (l'attenzione del Wundt) agli stimoli. E la teoria eccletica, di sensazioni elementari periferiche, che poi si unifichino nel centro in una coscienza chiara, pur non avendo alcuna base anatomica e fisiologica, perch mancano nel centro le condizioni per cui si distingua, mettiamo, la luce dal suono, mentre le sensazioni elementari sono poi le eccitazioni omogenee dei singoli elementi nervosi, - denota il bisogno di ricondurre verso la periferia il carattere psichico, per metterlo in contatto con lo stimolo, che deve abbracciare, e con la realt reale, che deve affermare.
Dal canto loro, i fisiologi gi ammisero che centri di sensibilit veri e proprj non ci siano, ma, sempre riguardo alla conoscenza sensibile, si tratti di un'azione nervosa periferica col concorso delle parti centrali: concorso del quale l'organo periferico pu in certi limiti fare a meno, dal momento che, asportando la parte centrale, non si abolisce la funzione di quello. Nello stesso tempo, il buon senso lasciava capire che, per la sensibilit meno differenziata, come quella degli organi interni e cutanei, erano a bastanza infondate le ipotesi, che la coscienza corrispondente s'iniziasse nei centri, riferendosi poi, chi sa come, alla periferia; pi comune era invece la convinzione, quando si trattava degli organi sensorj pi differenziati, e specialmente di quelli della vista e dell'udito, i pi intellettivi fra tutti. Per, rimanendo nella sfera sensibile, l'analisi delle sensazioni portava alla conseguenza, che la conoscenza sensibile non potesse aver luogo altro che nell'organo eccitato, fin che permangono le condizioni caratteristiche della eccitazione; che non si pu spiegare la vista e l'udito, se non per mezzo dell'occhio e dell'orecchio; e cos si fece, concludendosi, che gli organi centrali operino da innervatori: concetto giustissimo. "Per me, conclude l'Hitzig, la visione comincia col prodursi dell'immagine retinica" (102). Analogamente l'Hermann (103) per l'udito, affermando che si debba ammettere, che siano percepibili gli stessi organi finali, viene a dire che nella funzione loro consiste l'audizione. In fine la Fisiologia mantiene l'idea di veri centri cerebrali come sede dei processi psichici solamente per i fatti psichici secondarj  (rappresentativi) (104), con quanta consistenza vedremo a suo tempo.
A me sembra intanto, che dall'esame del rapporto fisio-psichico questo emerga limpidamente: che, se l'eccitazione si specifica secondo lo stimolo (105) e s'inizia nel luogo eccitato, concorrendovi per pi o men direttamente le parti centrali, la coscienza di essa, o affettivit, o soggetto, o stato organico sentito che dir si voglia, si orienta ugualmente verso lo stimolo, come provano i movimenti di attenzione, iniziandosi e localizzandosi nell'organo periferico, acquistando cos il suo contenuto da un rapporto psicofisico immediato, ossia conoscendo direttamente lo stimolo, ossia la realt parziale e sempre pi conoscibile col numero delle esperienze.
In altri termini, la coscienza affettiva  centrale in quanto  una disposizione dello stato organico presente verso i nuovi eccitanti, ma la conoscenza, suo contenuto immediato,  periferica, nel senso ch' lo stimolo medesimo direttamente ed in quel luogo sentito (106).
Siamo cos riportati dal rapporto fisio-psichico, tra eccitazione e coscienza affettiva, al rapporto psicofisico, fra questa  (soggetto) e la conoscenza  (oggetto). Ma prima di passare all'esame delle nostre sensazioni, considerate sotto l'aspetto conoscitivo, fissiamo due corollari dalle precedenti vedute, riguardo a due fatti che la Psicologia doveva prima spiegare a forza d'ipotesi.
Ogni stimolo, e in ci hanno ragione i difensori delle sensazioni elementari,  poi l'insieme di un numero indefinito di elementi stimolanti, come per la vista un oggetto  l'insieme d'innumerevoli punti colorati, e tutto il campo visivo  l'insieme di pi oggetti. Inoltre pi stimoli non solo nel medesimo campo sensorio ma eziandio in due o pi campi sensorj, come il campo retinico e quello tattile, possono simultaneamente o in tempi immediatamente successivi affacciarsi alla nostra eccitabilit. La coscienza unifica tutti gli stimoli  (non le sensazioni elementari intese come sensazioni centripete) in uno, ossia c' un'unica coscienza: non per un meccanismo associazionista centrale ipoteticamente supposto, ma perch il soggetto, l'affettivit, la persona, si dica come si vuole,  uno com' una, ossia continua, la sostanza nervosa, e simultaneamente sente le eccitazioni, conosciute perci assieme.
Ma nello stesso tempo rimangono distinte sia la sede sia le note differenziali degli stimoli, ossia gli oggetti, ci che non pu spiegare la teoria centralista, se non per l'ipotesi delle proiezioni. La conoscenza una come soggetto o affetto, come contenuto oggettivo rimane molteplice, perch molteplice  in realt l'oggetto e diversa la sede dell'eccitazione iniziale.
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7.
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L'esteso.
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Da quanto si  detto fin qui emerge chiaramente, che il soggetto non , n una sostanza a priori irriducibile al mondo restante e quindi causa di questo, n una coscienza dell'io svoltasi geneticamente per associazioni di alcuni dati conoscitivi pi costanti  (quelli provenienti dal nostro organismo) in confronto di altri meno costanti  (gli stimoli esterni); n l'operazione centrale, incompatibile con la fisiologia, del trasmutare le eccitazioni sensorie in qualcos'altro ch' la coscienza, e nel projettarle poi all'esterno, negandosi cos che l'oggetto sia realmente tale: ma il soggetto  l'affettivit, riducibile allo stato nervoso, di forma corrispondente alla forma nervosa, di valore corrispondente al valore dell'eccitazione, ossia l'esponente fisio-psichico dello stato organico, ch' gi il prodotto dell'esperienza passata (107), in presenza dei nuovi stimoli. L'oggetto  poi il dato empirico immediato, che diventa conoscenza, ossia si mette in rapporto psico-fisico col soggetto, in quanto lo alletta o interessa; e la conoscenza si modifica integrandosi vie pi come sapere, non perch modifica l'oggetto, ma perch vie pi lo conosce; oppure aberra, per le ragioni opposte dall'affettivit che si sovrappone ed oscura lo stimolo.
Adunque la ricerca psicofisica  errata, ogni volta che si propone: 1. di spiegare l'oggetto con ipotesi fisiologiche, partendo dall'ipotesi, che l'oggetto sia una trasformazione soggettiva della realt. Cos non approdarono a nulla le ricerche sulla sensibilit, che cercarono di ridurre il colore, il suono ecc. a processi fisiologici periferici e centrali, come se il fatto fisico fosse spiegabile con quello biologico e non viceversa. Quelle ricerche valgono invece a spiegare la disposizione nervosa, e perci anche la disposizione soggettiva  (coscienza), verso gli stimoli fisici (108), ed in questo senso devono essere orientate per l'avvenire; 2. di spiegare la sensibilit con lo stimolo, mentre il rapporto psicofisico fra lo stimolo e la sensazione corrispondente non riesce a misurare la coscienza di quello stimolo come tale, ch' un dato empirico puro e semplice, ma, rispetto a quello stimolo come nuovo, tutta la coscienza come attivit affettiva capace di abbracciarlo. In altre parole, il rapporto psicofisico non riguarda la sensazione pura, ma la psiche complessivamente; non attinge mai il dato primitivo, che  quello che , ma mette capo all'analisi di un processo, dove, anche quando si tace o s'ignora l'esponente soggettivo e organico del rapporto, quello appunto si dimostra o riduce o misura analiticamente, e non altro.
Se vi ha una ricerca psicofisica, che sembri riferibile alla sensazione pura, oggettivamente considerata, ossia facendo astrazione dalla disposizione affettiva del soggetto-organismo, questa  la ricerca sulla soglia della localizzazione tattile o sulla soglia differenziale dello spazio tattile. Eppure l'illusione durata fino al 1885, che, mettiamo, posando a pi riprese e con intervallo crescente o decrescente il compasso sulla pelle si giunga a fissare un valore medio, che indichi semplicemente quale intervallo minimo sia necessario per la sensazione di due punte distinte (109), riducendosi il soggetto ad un automa affatto passivo rispetto allo stimolo, ha poi ceduto il posto al concetto, ancora fisiologico e parziale, che quel valore denoti il grado di esercizio e di educazione fisiologica, ch' gi la determinazione di un fatto pi complesso della pura sensibilit, includendo l'esperienza passata; fin che ci si accorge che le variazioni della soglia spaziale dipendono dalle condizioni psichiche del soggetto, da ci che l'individuo sperimentato conosce sui risultati che si aspettano dalle sue risposte, da ci che gli si dice dello stimolo, e, in ultima analisi, dal modo col quale dirige l'attenzione sopra le sue sensazioni: ci che fece dire, trattarsi di una vera e propria autosuggestione (110). Ma l'attenzione, lo vedremo a suo tempo, non  che l'affettivit nel suo aspetto motorio in rapporto con gli stimoli esterni.
Insomma, l'esperinaentazione psico-fisica  (dalla quale abbiamo distinto quella fisio-psichica) non misura la sensibilit primitiva, e tanto meno l'aspetto conoscitivo astrazion fatta dalla coscienza affettiva, ma deve ormai ripromettersi di fissare, comparando le cifre ottenute, i rapporti tra i fatti psichici secondarj e pi complessi.
Sulla fine del paragrafo precedente si  detto, che gi la sensazione, intesa come un fatto primario, dove non ci sia o non si tenga conto di ci che vi s'innesta dalle sensazioni in qualche cosa simili che l'abbiano preceduta, , se considerata analiticamente, il complesso di molti stimoli, sia nel medesimo campo sensorio, sia contemporaneamente o per immediata successione nei diversi campi, corrispondenti agli organi diversi e alle diverse energie ambienti che li affettano. E dicemmo anche, che l'unit di coscienza, ossia il soggetto, raccoglie i molteplici stimoli dai quali  insieme affetto in una sola sensazione: processo che dagli associazionisti fu detto associazione di contiguit nello spazio e nel tempo e dai pi moderni, fusione o coalescenza delle sensazioni. In altri termini, gli stimoli contemporanei o immediatamente successivi si pongono in relazione fra loro. Ma le parole tradiscono, e nei concetti di fusione, coalescenza, relazione, come gi in quella di associazione possono insinuarsi tanti elementi ipotetici, da mutar completamente il punto di vista di chi si voglia fermare su questo primo rapporto psicofisico. Prima di tutto si pu intendere, che gli stimoli sian prima elementi sensazionali e poi sensazioni (111), per cui la conoscenza nostra sarebbe una sintesi soggettiva di fatti oggettivi diversi.
Ma la sintesi conoscitiva consistente nel fatto, che la sensazione della forma visiva e del colore di questo calamaio e la sensazione tattile, muscolare e articolare del suo volume e della sua consistenza non sono due sensazioni, ma una sola complessiva, non implica punto, anzi empiricamente rifiuta, che forma, colore, consistenza siano parvenze soggettive e mediate di una realt, apparendo invece come soggettiva soltanto l'unificazione stessa, non il suo contenuto. Il quale, se fosse da vero soggettivo, non sarebbe pi un esteso, n si distinguerebbe pi come molteplice nell'unit della coscienza. E l'altra ipotesi, complementare della prima, che il contenuto conoscitivo di una sensazione sia gi una rappresentazione della realt, ci obbligherebbe, per spiegare come la realt appaia esterna ed oggettiva, ad una terza ipotesi, ancora pi lontana dall'esperienza, ammettendo una proiezione all'esterno del fatto psichico interno. Allora la sensazione apparirebbe come un processo di diversi momenti consecutivi e di molteplici anzi infiniti elementi, e la relazione sintetica fra questi sarebbe un'operazione dovuta ad una virt aprioristica, che assocerebbe quello che prima, non si sa in che modo, le giungerebbe separato, e poi lo proietterebbe, non si sa perch, al di fuori, dove del resto anche il di fuori e l'oggetto diverrebbero invece affatto simili e sullo stesso piano di ci che resta di dentro e soggetto.
Le relazioni, dice bene il James, sono fatti dello stesso ordine di quelli fra cui sussistono. Le relazioni fra le sensazioni sono sensazioni: parliamo, nel nostro caso, di confluenza, o fusione, o coalescenza quando, in un'operazione riflessiva assai pi complessa della sensazione, in questa discerniamo gli stimoli presi a parte astraendo dalla coscienza di essi e questa coscienza presa a parte anch'essa e confrontata con quelli.
Gli psicologi dicono, che unificare e discriminare sono operazioni primarie dello spirito: che  come dire, che sono due facolt contraddittorie, ipoteticamente affermate a priori. Al contrario, l'unificare si spiega con l'eccitazione continua e con l'unit di coscienza affettiva, riportandosi cio al soggetto; il discriminare si spiega con l'oggetto, che  una realt immediatamente conosciuta, e serba dunque le sue note distinte fin che dura lo stimolo, imponendosi come distinto alla conoscenza, che non lo pu cangiare di certo. Il mondo e l'io si vanno cos formando, non dal soggetto solamente, ma dalla realt oggettiva in rapporto immediato con esso, rapporto che si dice poi conoscenza.
Il mondo e l'io si vanno formando e poi si vanno integrando in nuove unificazioni e discriminazioni, sempre per la stessa ragione. Al cieco nato operato recentemente, gli stimoli visivi e quelli tattili appariscono come incongruenti, come due mondi a parte, e per esempio la forma visiva di un cono non si fonde con la forma tattile gi nota del medesimo oggetto, apparendo l'una e l'altra come due cose: l'unificazione resta quella soltanto dell'affettivit generale, sentendo il cieco operato, che quelle due cose sono suoi stimoli. Ma poi per il coincidere continuo e infallante di quelle due serie di stimoli, le due cose diventano una sola, ossia vi  una nuova forma di confluenza o fusione o relazione che dir si voglia, dovuta sempre all'affettivit o attenzione o interesse soggettivo, che si sente affetto da quegli stimoli. E cos si formano le cose in gruppi pi o meno coalescenti, ossia in relazioni, che perci rimangono sempre pi distinti l'uno dall'altro, formando cos, sopra tutto, due grandi gruppi, l'uno, che diciamo il mondo esterno; l'altro, che diciamo il nostro organismo, assai pi affettivo, ossia soggettivo, perch, le sensazioni organiche sono le pi ricche di sentimento, onde poi anche il soggetto diventa idea dell'io, come l'oggetto diventa idea del mondo, alla sua volta distinto in mondo minerale, animale, vegetale e via.
Ma di ci a suo tempo. Rimanendo nel regno delle sensazioni, vorrei che ormai fosse chiaro, come sieno fuori strada le ricerche sperimentali, fatte all'intento di dimostrare, che le relazioni fra le sensazioni, per le quali gli stimoli di un senso si sovrappongono a formare un oggetto solo, e cos si sovrappongono gli stimoli contemporanei e immediatamente successivi di pi sensi, - siano vere e proprie genesi associative.
Le ricerche sulla conoscenza spaziale sono assai istruttive, e meritano che se ne parli, perch, illuminando la relazione spaziale, che  la pi ricca di prove sperimentali, si chiariscono anche tutte le altre relazioni fra le altre qualit oggettive, relazioni chiamate di contiguit dalla scuola associazionista (112).
In termini fisici, le cose sono energie di una certa quantit ed estensione. In termini psicofisici gli stimoli, quelli organici compresi, sono qualit di una certa intensit e in un certo spazio. Come si ha una conoscenza dello stimolo in quanto affetta in un modo speciale l'organo nervoso, cos si ha una conoscenza di quel medesimo stimolo secondo che invade una parte maggiore o minore del medesimo organo. E come la conoscenza della qualit speciale di stimolo  immediata, perch non pu avvenire  (sebbene col concorso fisiologico e l'interesse psicologico di tutto il sistema nervoso e di tutto il soggetto) se non dove si avvera l'eccitazione speciale, cos  immediata la conoscenza spaziale, che oggettivamente diciamo estensione e soggettivamente localizzazione dell'oggetto, essendovi localizzazione appunto dove l'oggetto si colloca. Lo spazio  dunque percepito originariamente come la quantit (113), come vuole il nativismo pretto;  un apriori, ma nel senso opposto all'antico apriori del kantismo, che faceva dello spazio una forma soggettiva in cui si pone l'oggetto a posteriori, mentre  appunto l'oggetto che  a priori rispetto alla conoscenza di esso; e del pari opposto all'apriorismo del Lipps (114), che non d come innati il tempo e lo spazio, ma come creazioni successive e continue del nostro spirito atte ad ordinare i contenuti rappresentativi, dove invece vediamo sperimentalmente, che l'estensione dello stimolo e poi le relazioni estensive fra gli stimoli sono affatto indipendenti dal soggetto, che non le pu modificare; infine, l'immediatezza della sensazione estesa  in opposizione col nativismo medesimo, quando la intende come un dato soggettivo interno per sintesi di eccitazioni centripete e perci una proiezione all'esterno.
Lo spazio  una propriet delle sensazioni  (Klpe) (115); pur di intendere lo spazio sensitivo nel senso di una conoscenza immediata, che non  ancora per la costruzione dello spazio rammemorativa e riflessiva, n l'idea di spazio vuoto. Ma il Klpe poi crede, che le propriet spaziali siano solamente di alcune sensazioni, di quelle tattili e visive, riferibili poi, secondo il Wundt, ad ogni altro senso, come relazioni spaziali (116); ed il James concede, che sieno spaziali anche le sensazioni articolari. Ora, o si vuole intendere con la parola spazio la sola estensione, visiva e tattile, e noi l'abbandoneremo parlando degli altri sensi, o spazio  sinonimo di estensione, come pare che s'intenda anche da quegli autori, e dobbiamo riconoscere, che ogni stimolo ha un suo carattere estensivo, anche senza prenderlo a prestito, come vuole la teoria wundtiana, dagli stimoli visivi e tattili, nelle fusioni associative per cui vi si trovi connesso.
Di fatto lo stesso James incomincia il suo capitolo sullo spazio parlando del senso di un'estensione bruta, ossia di una voluminosit  (altri dicono corporeit) propria anche delle sensazioni uditive, termiche e dolorose  (vuol dire forse del senso viscerale, nerveo ecc.), oltre quella delle sensazioni visive, tattili ed articolari. Ma quando poi aggiunge che questo senso dell'estensione bruta non  in relazione con la grandezza dell'organo, mettiamo il rimbombo del cannone che appare vastissimo mentre la membrana timpanica  piccolissima (117), e che non possiamo perci ben determinare le condizioni fisiologiche di quel senso troppo vago, cade in un duplice errore.
Il primo  di riferire la conoscenza estensiva dell'udito, che dico vastit del rimbombo, alla conoscenza spaziale visiva, che dico picciolezza della membrana timpanica. Ma come non vi  alcuna somiglianza fra le qualit conoscitive dei vari sensi, essendo il colore tutt'altra cosa dell'odore e cos via per tutte le energie stimolanti diverse (118), del pari non vi  alcuna somiglianza fra le conoscenze estensive che vi corrispondono. Come giustamente osserva il Dunan (119), anche gli spazi tattili sono irreducibili a quelli visivi; lo spazio dei ciechi nati  tutt'altra cosa di quello dei veggenti. La questione di uno spazio visivo-tattile  diversa, e non implica una somiglianza fra i vari ordini spaziali; come ci che si dice associazione fra il suono della campana e il movimento del batocchio non implica che gli elementi sensibili somiglino.
L'altro errore, comune alle teorie psicofisiologiche in genere,  quello di volere spiegare meccanicamente la conoscenza degli stimoli e quindi della estensione, supponendo che, per aversi una coscienza dello stimolo, ci debba esser sotto un rapporto meccanico fra stimolo e sistema nervoso, per cui la coscienza stessa sia dovuta all'apparire soggettivamente del meccanismo nervoso. Il che dipende dalla solita ipotesi, che l'oggetto conosciuto sia sempre un dato fisio-psichico e perci soggettivo, e non la realt psicofisica effettivamente oggettiva. Ma no: quello che vi ha di meccanico nella conoscenza  l'energia meccanica dell'oggetto, che rimane tale, oggettiva, e nel sistema nervoso non determina un uguale stato meccanico, ma un processo biologico, ch' l'eccitazione, e soggettivamente l'affettivit abbracciante direttamente lo stimolo. N su ci si dovrebbe tanto insistere, se non fosse difficile modificare un ordine d'idee gi da lunga pezza accettato senza critica, da chi ne ignora di solito i precedenti spiritualistici.
Dobbiamo ammettere, anche se l'esperienza dell'adulto renda difficile identificarla separatamente, una conoscenza estensiva per ogni campo sensorio, che si manifesta come una localizzazione pura e semplice dello stimolo. Se ben guardiamo, tra quel genere di conoscenza che diciamo localizzazione e quell'altro che diciamo estensione e spazio c' questa differenza appunto: che la prima  un sapere primitivo, pi soggettivo e pi concreto, ossia pi organico, rispetto alla seconda, che, disinteressandosi per cos dire dall'oggetto, lo conosce come a s e contrapposto al soggetto, come avviene d'ogni altro ordine di cognizioni (120).
Si pu chiamare segno locale il carattere estensivo di ogni sensazione primitiva, adottando questo termine del Lotze (121), ma con altro valore, perch il Lotze lo intendeva gi come una sensazione secondaria e riflettentesi su quella primaria, ed altri lo intendono gi come un rapporto di qualit  (Lipps). Ma se il segno locale di una sensazione primaria, mettiamo quella del tatto, fosse gi un rapporto di qualit, non si potrebbe ugualmente intendere come un processo dinamico associativo, come vogliono le teorie empiriche e genetiche, ma piuttosto secondo il nativismo, per cui la localizzazione tattile riposa su una differenza qualitativa incosciente delle sensazioni di contatto  (Klpe), riducendo il segno locale a un fatto immediato puramente fisiologico. Il che poi non  neppure esatto.
Al nativismo si pu difatti obiettare, che, se la nozione di spazio  un'energia specifica innata, come dice il Panum, e dunque propria di ogni elemento nervoso, ogni elemento della retina, per esempio, ci darebbe uno spazio per suo conto, mentre la forma e la distanza lineare  dovuta al rapporto fra i diversi punti, il punto stesso intendendosi tale come limitato da altro; ed ogni retina vedrebbe le forme per suo conto, mentre la corporeit visiva  data dal parallasse binoculare, che alla sua volta non pu essere primitivo, come non  nel neonato. Giusta obiezione al nativismo antico fisiologico. Ma per noi l'estensione non  una energia soggettiva innata, ma  l'energia oggettiva che appare, alla coscienza, estesa appunto perch al rapporto, se cos si vuole chiamare, tra i suoi elementi  (meglio sarebbe dire alla sua continuit) corrisponde l'eccitabilit nervosa, non a questi elementi  (che sono poi nostre astrazioni) ma al rapporto stesso o continuit energetica, e l'affettivit cosciente dell'intiero complesso. E dove per il rapporto oggettivo, che dico corporeit visiva degli stimoli, corrisponde una condizione organica, non a riprodurlo  (teoria fisiologica), ma a sentirlo, come la possibilit di un'eccitazione retinica binoculare parallassica, esso  immediatamente conosciuto. Cos l'obiezione si ritorce contro le teorie genetiche, se queste impongono, che si tratti di un rapporto soggettivo creato fra le cose. Il rapporto  un fatto, che ora dico estensione, ora dico cosa; il soggetto lo sente, e nei limiti del sentimento lo conosce, unificando gli stimoli o parti, astrattamente considerate, di quello in una sensazione che lo accoglie. Ma l'unificazione degli stimoli non  un momento diverso dal presentarsi assieme di quelli. E la condizione non  un'operazione associativa centrale e mediata, ma la semplice continuit nervosa.
L'estensione  allora un fatto cosciente allo stesso titolo di ogni altro elemento conoscitivo delle sensazioni, ossia in quanto la coscienza dell'esteso  un esteso sentito (122).
Al concetto della immediatezza dei segni locali si potrebbe anche obiettare, che, se per esempio il contatto di una punta sulla parte dorsale dell'avambraccio fosse immediatamente localizzato, e non mediatamente, con una operazione di riferimento o di rapporto, la localizzazione di quella sensazione non dovrebbe esser mai errata, come invece dimostra l'esperimento su individui ad occhi bendati. Ma qui si confonde l'esistenza di una sensazione con la sua chiarezza e con la perfezione di essa in rapporto all'esperienza di altri sensi, e nel nostro caso della vista, alla quale crediamo pi che al tatto. Ogni stimolo pu dare una conoscenza vie pi chiara a mano a mano che l'esperienza di esso si ripete pi volte e si rende sempre pi complessiva. Per cui l'esercizio pi frequente dei polpastrelli li rende pi esatti nella nozione tattile che la cute del dorso meno esercitata. Ma chi direbbe ch' un errore di giudizio quello del neonato che imperfettamente vede senza guardare n distinguere gli oggetti che gli sono attorno? Cos non  un errore di riferimento la localizzazione tattile meno perfetta rispetto a quella complessiva di pi sensi o del medesimo pi esercitato, ma un conoscer men bene, appunto perch pi immediatamente.
Un'ultima osservazione. Quando si dice, che ogni senso ha i segni locali suoi proprj, si viene a dire, tanto che l'esteso cos conosciuto  oggettivamente una energia specifica e che perci  specifica la sua azione di posizione, quanto che la localizzazione di quello stimolo  peculiare all'organo stimolato, nel senso che i limiti della conoscenza spaziale sono i limiti dell'organo. Avremo allora due ordini di localizzazione bene distinti in rapporto coi due ordini distinti degli stimoli, gli uni propriamente esterni anche all'organismo, gli altri organici, esterni sol rispetto al sistema nervoso, o, se nervei, rispetto alla massa restante. Uno stimolo organico, come quello dovuto alla funzione dei nostri visceri, ci d una localizzazione corporea, mentre uno stimolo esterno, come la luce, ci d una localizzazione nello spazio esterno, che non  punto un riferimento od una proiezione, ma  quel che dev'essere essendo esterno da vero lo stimolo.
Ripeto, ogni stimolo immediatamente organico ci d una localizzazione puramente organica, ed ogni stimolo immediatamente esterno all'organismo ci d una localizzazione, dir cos, d'ambiente. Ma poi che le energie ambienti non eccitano in un sol modo il sistema nerveo, ma contemporaneamente in pi modi, il medesimo stimolo, come quello tattile, si localizza in una parte del nostro organismo, per la modificazione meccanica che apporta negli strati dermici e si localizza nell'ambiente, per le qualit di liscio o di scabro, di aguzzo o di rotondo ecc., che non sono organiche ma dello stimolo esterno  (perci, anche senza il concorso della vista, il cieco nato sente gli oggetti toccati come esterni a s); e al tempo stesso acquista altri valori locali per le altre qualit stimolanti che possiede, come quelle visive, che sono le pi adatte, com' naturale, alla localizzazione nell'ambiente esterno, e quelle dette dolorifiche, ossia modificanti direttamente il nervo, o quella termiche, che sono le pi adatte a localizzazioni organiche. Dunque la puntura dell'algesimetro avr la sua localizzazione tattile e quella che si dice dolorifica e quella visiva al tempo stesso, per cui al tempo stesso si localizza la puntura in noi, nel tal posto della cute, fuori di noi, come quel tale oggetto grosso o sottile che punge, e come quel tale strumento, che vediamo; ma se manca un elemento di questa localizzazione complessiva, quando manchi la possibilit organica di eccitarsi allo stimolo  (come nei ciechi nati per la visione), resta la localizzazione pi semplice corrispondente alla pi semplice sensazione.
Possiamo dunque ammettere dei segni locali veramente primitivi per ogni senso (123), difficili a sperimentarsi nell'adulto, dove si  gi formata una conoscenza spaziale complessa, nella quale appare ogni nuova sensazione; ma pure, in certo grado, ancora possibili nelle eccitazioni nuove e in tutto diverse dalle comuni: cos l'insorgere di un dolore viscerale mai prima provato d all'uomo che non conosca per altra via il proprio organismo interno una localizzazione interna, che da principio non si riconnette con le altre, tanto che pare che invada tutto l'organismo; cos, per altro esempio, il guardare le cose da una posizione nuova, come guardando supini ci che si alza dietro la testa, d una una localizzazione esterna  (spazio visivo concreto) che per un momento pare irreducibile allo spazio ordinario.
Questi segni locali primitivi son gi dei rapporti, nel senso che esprimono l'energia di posizione, sia degli oggetti periferici, come la contiguit spaziale visiva; il di qua e di l, il vicino o lontano, sebben vagamente, dell'udito; la figura plastica e la massa tattile; la resistenza e il peso muscolare; la larghezza e lunghezza secondo le modificazioni delle superfici articolari ecc.; - sia delle parti del nostro organismo, come la superficie toccata, calda o fredda, la direzione dello sforzo muscolare, l'estensione ora incerta e generica, ora pi precisa e specifica di uno stato viscerale, ora fisiologico, ora patologico, ecc. Rapporti li diciamo noi, analiticamente, mentre in concreto sono la sensazione stessa estesa, e non gi elementi di sensazione radunati dal nostro spirito secondo una unit di misura gi stabilita, che invece si costruisce posteriormente ed astrattamente; n conoscenze collocantisi ciascuna nello spazio di ciascun'altra, come avviene poi, ed in modo diverso da quello pensato dagli psicologi dell'empirismo e del geneticismo. Per esempio, lo spazio visivo, sul quale pi che sugli altri si  discusso, non ha bisogno, perch si avveri, conoscitivamente, che ci sia un'associazione col senso di direzione muscolare, perch movendo gli occhi con le palpebre chiuse, non abbiamo proprio nulla che assomigli allo spazio visivo. Esso  dato immediatamente coi colori, per la medesima ragione, della diretta affezione dell'organo per parte di stimoli realmente estesi e realmente contigui (124).
E, gi che siamo a parlare dello spazio visivo,  bene chiarire un altro punto molto dibattuto. L'Hffding ammette, che il nativismo abbia ragione di credere che lo spazio visivo sia dato immediatamente con la sensazione, fin che si tratta dello spazio a due dimensioni; mentre lo spazio a tre dimensioni sarebbe, giusta la teoria genetica, che si concilia cos con quella opposta, il risultato di una evoluzione psichica associativa. In psicologia, parlando dello spazio visivo,  meglio chiamare superficie quello che in geometria si chiama spazio a due dimensioni, dove le due dimensioni sono distinte soltanto come idee astratte, basate appunto sul senso muscolare di divisione  (destra e sinistra, alto e basso), non avendosi nella realt visiva un'altezza che non sia in pari tempo larghezza; ed  meglio chiamare profondit (125) la terza dimensione, costruita geometricamente sul senso muscolare dell'avanti e indietro. Ora  appunto sul senso di profondit che le teorie genetiche  (Bain, Berkeley ecc.) insistono per dimostrare ch'essa  dovuta ad un riferimento della superficie visiva alla estensione tattile e allo sforzo muscolare. Ma dai pi moderni (126) gi si conviene che la sola esperienza visiva pu generare il senso di profondit; per nell'esperienza visiva si comprendono, come coefficienti necessarj a produrlo, oltre la sensibilit retinica, anche la sensibilit delle palpebre e quella dei muscoli oculari. Cos James corregge la soluzione del Berkeley solamente in quanto restringe il problema nei limiti dell'organo visivo, ma ne conserva l'ipotesi genetica.
Il Wundt, pur ammettendo in genere che i segni locali-visivi, detti perci complessi, sono determinati insieme da sensazioni retiniche e tattili muscolari (127), toglie valore ai movimenti di accomodazione per la visione stereoscopica della profondit, e ne fa il risultato dei movimenti di convergenza e della diversit binoculare.
"Se si dice parallasse binoculare la differenza di posizione di un punto dell'immagine in un occhio dalla posizione dello stesso punto nell'altro occhio, essa  uguale a zero soltanto per il punto fissato, e per quei punti che al pari di quello stanno ad eguale distanza sulla linea di orientazione; ma per tutti gli altri punti essa ha un determinato valore o positivo o negativo, a seconda che sono pi vicini o pi lontani dal punto di fissazione. Se noi fissiamo binocularmente oggetti corporei, soltanto il punto fissato, insieme coi punti che sono con lui situati ad eguale distanza e a lui vicini nel campo visivo, proietta sui due occhi immagini aventi identica posizione. Tutte le altre parti dell'oggetto, non situate ad eguale distanza, dnno sui due occhi immagini aventi posizione e grandezza diverse. Sono appunto queste differenze delle immagini che producono, quando sono date le linee corrispondenti di fissazione, la rappresentazione  (?) della natura corporea dell'oggetto" (128).
Ma riferire la sensazione di superficie  (posizione in un piano frontale) alla sensibilit delle palpebre, che ci dnno sensazioni delicatissime di a destra, a sinistra, in alto e in basso; e riferire la sensazione di profondit alle sensazioni parimenti delicate di tensione e di sforzo muscolare nella convergenza binoculare, onde poi si produce la parallasse, come fa anche il Bourdon (129), non ci conduce punto a credere, che la sensibilit tattile e muscolare sia un elemento del segno locale visivo. Di fatti lo stesso autore, in una memoria precedente, aveva logicamente concluso: "Poich le sensazioni di convergenza sono sensazioni muscolari e possono venir percepite come tali,  probabile che le sensazioni specifiche di profondit siano semplicemente associate con esse, e da esse dunque non sono costituite" (130).
A me par chiaro, che per la sensazione di superficie e di profondit non siano necessarie le sensazioni tattili o di tensione e sforzo, prodotte dai movimenti muscolari, pcrch nell'un caso la superficie  gi data con l'occhio immobile, mentre le sensazioni palpebrali ad occhi chiusi hanno caratteri estensivi, che sono i proprj del tatto e del senso muscolare  (e articolare, direzione, la quale ultima non  data dalle palpebre ma dai muscoli oculari contemporaneamente sentiti), ma che non porgono nulla di paragonabile ad una superficie visiva; nell'altro caso la profondit non  sentita n come tensione n come sforzo, sensazioni concomitanti e non coefficienti, le quali anzi decrescono con l'aumentare della profondit, diminuendo in proporzione la convergenza binoculare. Quello che vi ha di necessario alla sensazione spaziale visiva, ripeto, non  la sensazione dovuta ai movimenti, ma sono i movimenti stessi, che appariscono allora come la condizione organica, non psicologica, della sensibilit medesima. Condizione questa comune a tutti gli organi sensori, i quali si adattano agli stimoli mediante dei movimenti, da quelli di portare, mettiamo, il cibo alla bocca, per gustarlo, a quelli puramente attentivi, mettiamo del tendere l'orecchio  (volger la testa in certo modo) a un rumore. E come nessuno si sogna di dire, che la sensazione di un rumore  anche la sensazione dei movimenti attentivi concomitanti, che pur l'hanno fino a un certo punto condizionata; cos  illogico dire, che la visione della profondit consti di sensazioni visive e muscolari, sol perch i movimenti di convergenza sono la condizione perch si avveri.
Come pi note qualitative abbracciate dall'unit di coscienza sono in essa una sola conoscenza di tutte quelle note, cos i corrispondenti segni locali unitamente sentiti sono un segno locale complesso (131) di tutti. L'estensione visiva, tattile, articolare  (direzione) e muscolare  (sforzo e, come si dice, senso d'innervazione o tensione, pi o meno voluminosi), sono sempre, nell'uomo adulto normale, elementi analiticamente distinguibili di un segno locale complesso per ogni oggetto esterno. E agli psicologi si pone il quesito, se tutti gli elementi di una sensazione spaziale complessa vi abbiano la medesima importanza, ossia, considerandola come un rapporto, ne siano termini reversibili; o se al contrario i segni locali di un senso abbiano il predominio su quelli degli altri, e ne diventino, per cos dire, la cornice, o la misura, ossia il rapporto consista in un riferimento dei segni locali di uno o pi sensi a quelli di un altro pi fondamentale.
La scuola empirica, e con essa la maggior parte degli associazionisti, anche considerando che lo spazio tridimensionale  conoscibile dai ciechi nati per il solo tatto, dettero la preferenza a questo senso; altri in vece, come il Dunan, ritenendo che  la vista quella che rivela lo spazio al veggente, contrariamente alla scuola inglese ritennero, che non le sensazioni visive richiamano quelle tattili e muscolari, ponendosi con loro nel rapporto di segno a cosa significata, ma le sensazioni tattili e muscolari richiamano le sensazioni visive, pi fondamentali.  da notarsi, che nel concetto di senso tattile s'includeva gi, e poi si mise meglio in luce dai pi moderni come il Wundt, il senso muscolare, detto senso tattile interno; ed il Goldscheider, seguito dal James, mise poi in rilievo il senso articolare, come pi importante per le nozioni di direzione del movimento e di forma corporea degli oggetti tastati. E l'importanza attribuita alla sensibilit di sforzo o d'innervazione, di direzione o di orientamento, nella coscienza spaziale complessiva, crebbe ancor pi presso alcuni autori come il Riehl e il Mach, quegli elementi passando dall'ufficio di coadiutori secondarj a quello di fattori principali. Tanto che il Cyon trattando del senso di spazio (132), afferma che le sensazioni di direzione e di spazio sono dovute a eccitazioni dei canali semicircolari: sopra questa nozione di spazio dovuta al labirinto, centro primario dell'equilibrio ed unico per l'orientamento nei tre piani dello spazio, si proietterebbe lo spazio visivo e tattile.
Dobbiamo lasciar la questione ancora aperta, quantunque a priori ci sembri evidente, che, quando lo stimolo si ponga nello spazio visivo, sia preponderante il segno locale visivo, pur gi complesso della sensibilit dovuta ai movimenti sinergici degli occhi; e quando lo stimolo si ponga nel campo tattile, prevalga la localizzazione tattile esterna; e quando si intuisca come luogo non visto, prevalga il senso della direzione, e cos via; e, per gli stimoli organici prevalentemente dolorosi, prevalga la localizzazione che dicemmo interna, nella quale la vista si pone per ultima, come un riferimento a parti assai oscuramente immaginate.
Ma, coi segni locali complessi, siamo gi in un campo non pi sensorio, ma percettivo. E pi ci avanziamo sul terreno dei fatti psichici rappresentativi, anzich intuitivi, quando si parla delle costruzioni spaziali geometriche e del concetto di spazio vuoto (133). Su questo terreno dovrebbero trionfare le teorie genetiche. Esse per includono tutti gli errori dell'associazionismo; eliminando i quali, ritorneremo ad un concetto, se non nativistico, per l'altro errore del nativismo che consiste nell'esser semplicisti e nel credere che la conoscenza spaziale sia di origine psichica; almeno, come si suol dire, attualistico.
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8.
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Il tempo.
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Gli psicologi trattano spesso dello spazio e del tempo, come di due ordini di conoscenza secondo gli uni parallele e sul medesimo piano l'una dell'altra, come date tutt'e due a priori dagli aprioristi o immediatamente dai nativisti, o come formazioni psichiche dagli associazionisti; secondo gli altri, come riducibili, lo spazio al tempo o viceversa.
M. Guyau (134) ha combattuto una bella battaglia contro l'idea spenceriana, oggi mantenuta ancora dall'Hffding e da altri, che il tempo sia primitivo rispetto allo spazio, perch  la forma propria	 dei fatti interni, che si succedono nel tempo, e le percezioni di coesistenza, essendo intuite come rapporti anche fra stimoli contemporanei, sono sempre tradotte in termini temporali, ossia sono percezioni di sequenza. Ma se noi possiamo tradurre un rapporto spaziale in termini temporali, separandone gli elementi e pensandone prima uno e poi l'altro, e se possiamo pensare che, per esempio, una retta sia il prodotto di un punto moventesi  (nel tempo), secondo la direzione del minimo sforzo visivo del percepirlo, ci non implica punto che il rapporto spaziale in concreto, come sensazione primitiva  (non quello analitico istituito da noi e chiamato perci rapporto), sia immediato ed istantaneo, e sia immediata la percezione di una retta come gi data tutta quanta.
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Il Guyau dal suo canto vuol provare, che il tempo  un'idea formatasi evolutivamente dall'esperienza, e che non precede, ma  preceduta dal senso spaziale, prima di tutto perch questo  legato alle percezioni e quello alle rappresentazioni  (egli vuol dire agli elementi non attuali anzich agli stimoli presenti, che dnno lo spazio e, per s soli, non dnno il tempo); in secondo luogo, perch lo spazio  percepito come un insieme, mentre il tempo ha bisogno di un riconoscimento o distinzione delle rappresentazioni. Nella coscienza tutto  presente: l'attivit psichica genera il passato ed il futuro per mezzo dell'idea di spazio: il futuro  il davanti, il passato  il di dietro, e le immagini nella memoria si schierano, quelle del passato associandosi a un'idea di luogo, quelle del futuro, a un'intenzione.
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Ipotesi errata anche questa, perch il tempo percepito quando, al battere di un corpo sonoro successivamente ad un altro, apprezzo come tempo l'intervallo, non  alcuna sensazione o rappresentazione spaziale; n, per quell'apprezzamento, ho bisogno di una misura spaziale, bastandomi la respirazione, o la rappresentazione sonora del tic-tac della pendola, ecc. D'altra parte l'idea di tempo, astratta, ossia riferita a una misura temporale, per esempio l'anno,  altra cosa dalla sensazione temporale primitiva. Ora, una sensazione puramente temporale non l'abbiamo, ossia non sentiamo il solo tempo, ma sempre qualcosa  (qualche stimolo) nel tempo. Si tratti di durata temporale  (tempo pieno) o di intervallo temporale  (tempo vuoto) l'elemento conoscitivo, che si dice tempo,  inserito negli altri, che si dicono suoni, movimenti ecc. Inoltre, le esperienze psicofisiche sul tempo, o tendono a misurare la durata temporale dei nostri fatti psichici, e in tal caso non ispiegano il tempo ma lo presuppongono; o tendono a misurare l'apprezzamento del tempo, e le risposte spiegano sempre, non la sensazione temporale, ma il giudizio sul tempo, astrazion fatta dalla qualit dello stimolo: per ci esse giovano a spiegare la formazione dei giudizj comparativi, e non il fatto pi semplice.
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Se chiamiamo col Lipps e col Ward, segno temporale l'apparirci come successivo di uno stimolo, non per questo possiamo credere che il segno temporale stia a parte dalla sensazione di stimolo come una sensazione a s. Perci la spiegazione scientifica del segno temporale non pu consistere nel riportarlo al tempo astrattamente considerato, come vuole l'apriorismo; ma nel riportarlo a ci che vi ha nella successione delle sensazioni oggettivamente considerate che possa apparire soggettivamente come quella successione medesima. Ora - ed ecco in che si distingue precipuamente il segno temporale dal segno locale - se consideriamo gli stimoli indipendentemente dalla coscienza di essi, nulla vi troviamo, che sia tempo: oggi l'albero  verde e fra un mese sar ingiallito; oggi vuol dire la concomitanza di certi altri stimoli, che sono il sole a una certa altezza ecc.; fra un mese vuol dire la concomitanza di altri stimoli: ma n l'albero n quegli altri stimoli sono il tempo allo stesso modo che sono qualit visive e spaziali. L'oggetto  il cangiamento che il soggetto conosce anche come tempo.
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Ascolto una nota tenuta sul diapason con tale fermezza, che non appaja nessuna, bench minima, interruzione o tremolio; oppure guardo fissamente lo stesso oggetto, un muro liscio: nell'uno e nell'altro caso mi accorgo del tempo, o in altre parole sento la durata della sensazione, perch qualcos'altro cambia, ossia per la sequenza di stimoli distinti, come il battito cardiaco, la respirazione, l'apparire cosciente del consumo fisiologico nervoso, il fluttuare dell'innervazione attentiva, ecc. Oppure una serie di note diverse o per intervalli stimolano il mio orecchio, ed allora sono gli stimoli esterni che cambiano mentre gli stimoli interni, relativamente, sono monotoni e costanti. La sensazione temporale non  dovuta ai soli stimoli esterni all'organismo, n ai soli interni, ma alla sinergia degli stimoli, o esterni fra loro o interni fra loro o gli uni con gli altri, quando eccitando la coscienza si pongono in un rapporto, che poi diciamo tempo. Mi pare che a questa conclusione si potrebbe giungere dai pi moderni, come il Ward, il Mach, il Wundt, che me ne porgono le riprove sperimentali.
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Ma, come si vede, se il tempo  una sensibilit dovuta agli effetti sinergici e dinamici degli stimoli, le sue leggi rientrano in quelle dei processi rappresentativi, secondarj rispetto alla sensazione immediata primordiale, fin qui analizzata. In questo senso, il tempo  secondario anche rispetto allo spazio.
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CAPITOLO 3.
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Seguono le ricerche psicofisiche.
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1.
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I fatti rappresentativi.
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Passiamo a considerare il secondo degli esempi, portati a pagina 110, [Cap. II, 5] offerti dalla introspezione: ch'era l'esempio di una percezione. A dir vero, l'analisi introspettiva non ci distingue la percezione dalla sensazione, che per una differenza di grado, apparendoci la sensazione in quei pochi casi che ci  ancor dato osservarla, come una percezione pi povera; e apparendo poi quello che di solito si dice sensazione in Psicologia, come un'astrazione nostra, quando si considerano i percetti spogli da ogni valore rappresentativo.
La psicologia antica, come quella dello Spencer, distingueva la sensazione dalla percezione, per una maggiore soggettivit o affettivit che dir si voglia della prima e una maggiore oggettivit e freddezza della seconda: per cui la prima sarebbe il piacere e dolore di uno stimolo esterno e la seconda ne sarebbe la fase pi conoscitiva e disinteressata. A questo modo di vedere si accostano pure alcuni dei pi moderni, come leggo presso il Payot, il quale, dopo aver detto che ogni sensazione  anche percezione, ne mostra la genesi. Ogni sensazione provocherebbe la prima volta uno stato emotivo; queste reazioni emotive, pesanti e lente, si eliminerebbero poi da s per l'associazione dei loro elementi in un sistema suscettibile di spiegarsi istantaneamente, e d'allora, sfuggendo alla coscienza sensitiva, diverrebbero percezioni, ossia rapporti, dove l'elemento dato non avrebbe pi altro ufficio che di svegliare ricordi; lo spirito  (?), organizzate le sue percezioni, si sbarazzerebbe in fine delle immagini multiple di ogni oggetto, sostituendovi un'immagine-tipo, e poi una parola che vi si riferisca; e potendo cos indefinitamente creare nuove immagini tipiche e nuove parole sui gruppi gi costruiti (135). A parte il meccanicismo associazionista, vi ha qualcosa di conforme nei fatti concreti che risalter meglio in seguito.
Ma i pi moderni, che rivolgevano gli esperimenti psicofisici all'analisi delle sensazioni, dovevano trascurare l'elemento affettivo, e riuscivano cos a considerarle come fatti conoscitivi semplicissimi, ossia le semplici nozioni generiche degli stimoli; e siccome la percezione  poi considerata come la conoscenza concreta integrale dello stimolo, le sensazioni non sono la conoscenza, ma i suoi materiali  (Sully), ossia delle mere astrazioni, alle quali soltanto ci si accosta, in realt, nei fatti conoscitivi estremamente semplici  (Wundt, James).
La percezione , secondo i moderni, una sensazione conoscitivamente integrata (136). Portai l'esempio del vedere quel libro: la sensazione sarebbe, se ci fosse, la sola conoscenza della forma visiva e del colore di quell'oggetto, spoglia di qualsiasi altro valore; la percezione sarebbe, il vedere forma e colore come propriet, ora sperimentate, di altre, come la consistenza, l'esser fatto di pagine, l'essere stampato ecc., propriet queste gi note per l'esperienza passata, e che ora formano corpo con la presente. La percezione  "un processo mentale che implica elementi presentativi  (sensazionali) e rappresentativi, . . . un processo per cui lo spirito  (ma che cosa  lo spirito, se non, qui, la percezione stessa?), dopo aver distinto e identificato una impressione semplice o complessa dei sensi, la completa accompagnandola o scortandola con sensazioni risorte, essendo cos l'aggregato totale di sensazioni attuali e riprodotte, solidificato o integrato sotto la forma di un percetto, ossia di un apprendimento o conoscenza che sembra  (?) immediata di un oggetto attualmente presente in un luogo o in una particolare regione dello spazio." (137)
 il trionfo del meccanicismo associazionista degli Herbart e degli inglesi, che va a finire nei Wundt e negli Hffding, producendo uno stridente contrasto, di quella danza intellettualistica di rappresentazioni con l'attualismo ed il volontarismo fisiologico. Ma la rappresentazione dev'essere in Psicologia quello che l'atomo dev'essere nelle scienze fisiche: non una realt oggettiva, ma un comodo mezzo d'indagine scientifica, fin che non se ne presenti uno migliore e pi vicino alla realt concreta. Come  assai comodo per il chimico immaginare i corpi composti di atomi, per determinare in base a questi le leggi dell'affinit e le valenze dei diversi corpi,  del pari comodo, mettiamo, per citare uno psicologo scienziato, al Binet, nel suo aureo volumetto (138), ch', per cos dire, la conclusione dell'intellettualismo positivista d'Ippolito Taine, considerare la percezione di un'arancia come un aggregato di elementi attuali, dati dallo stimolo visivo, della forma sferoidale e del colore rosso giallastro, e di elementi rappresentativi, che sono le nozioni tattili, gustative, olfattive ecc. altra volta sperimentate contiguamente a quella forma e a quel colore, ed ora richiamate in una conoscenza sintetica del frutto, non appena sia scorto. E come al chimico la supposizione astratta di atomi corporei serve ad unificare tutti i corpi, da quelli detti semplici, come i gaz primitivi, a quelli pi complessi, come i corpi organici, in un solo concetto evolutivo, formandone una serie di crescente complessit e di progressiva differenziazione, dove per ogni elemento  sol di grado, ma non intrinsecamente diverso dai precedenti; cos al Binet l'associazionismo delle rappresentazioni serve per dimostrare, che il fatto della percezione di una arancia  sol di grado diverso, ossia pi semplice, di quello di un ragionamento, appartenente al pensiero superiore, senza che si possa ammettere l'intervento di facolt o virt nuove: come nella percezione lo stimolo presente richiama le rappresentazioni similari degli stimoli passati  (il colore e la forma di un'arancia presente quelli di tutte le arancie gi vedute); e queste rappresentazioni similari, trovandosi unite ad altre  (come quelle del sapore) le portano seco, unendole cos allo stimolo presente e facendole con esso rivivere; cos nel ragionamento il termine comune di un giudizio associandosi a quello simile dell'altro  (il termine "uomo" del giudizio "Socrate  un uomo" con lo stesso termine del giudizio "Gli uomini sono mortali") richiama anche l'altro termine che vi era contiguamente associato e l'unisce a ci che si trova nella sua propria contiguit  (formando la conclusione "Socrate  mortale"); cos ancora la funzione della parola strumento del pensiero umano, si riduce alla medesima associazione di somiglianza  (la parola presente con la rappresentazione di essa altra volta appresa ed usata) che porta ad un'analoga associazione di contiguit  (l'oggetto o idea con la quale la parola si era unita apprendendola e poi usandola si riaffacciano evocati dalla parola presentemente udita, parlata, letta, pensata).
Ritorneremo anche su questo. Intanto mi pare evidente, che l'associazionismo - ed in fatto di conoscenza esso impera tuttora quasi senza opposizione - considera la percezione, prima di tutto, come un fatto puramente conoscitivo; in secondo luogo, poi che si parla d'identificare, integrare, collocare lo stimolo con e fra le rappresentazioni di quelli simili passati, quel conoscere percettivo diventa un vero e proprio riconoscere. Ma siccome poi, come osserva giustamente A. Allin (139), l'introspezione non ci offre nulla di simile ad un atto di riconoscimento, perch, quando veggo quel libro, mi appare immediatamente con tutti i suoi caratteri come attuali, e non ho punto la coscienza di un confronto fra le sensazioni visive e presenti e le rappresentazioni di tutti i libri gi visti, toccati, letti ecc., l'associazionismo  obbligato a fare delle ipotesi, uscendo dalla Psicologia, ed ammettendo che il confronto si faccia in forma incosciente, ipotesi per lo meno inutile, oppure, entrando nel regno della pura Fisiologia, vi cerca dei processi fisiologici in accordo con la teoria, dei quali la percezione sia la forma soggettiva. Allora le ipotesi fisiologiche sulla percezione si riconnettono a quelle pi generali sulla memoria; alle quali si aggiunge spesso un'altra ipotesi, secondo cui le rappresentazioni associate nella memoria si proiettano all'esterno, apparendo poi come realt oggettiva.
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2.
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La memoria.
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Memoria  un termine generale, per indicare la propriet dei fatti psichici, di lasciare, come si suol dire, traccia di s  (rappresentazioni), o meglio d'influire successivamente l'uno su l'altro. Il ricordo o rimembranza  un caso speciale della memoria, consistente nell'avere coscienza della rappresentazione come distinta, ossia collocata nel tempo (140).
Memoria e ricordo sono ricondotti dagli psicologi alle associazioni o coalescenze psichiche: le une dette di contiguit nello spazio e nel tempo, ovvero esterne; le altre dette di somiglianza, ovvero interne. La sensazione stessa, per quanto semplice,  gi un'associazione o fusione di tutti gli dementi dello stimolo; l'associazionista coerente deve porre nella prima sensazione possibile, mettiamo una sensazione di color rosso senza precedenti visivi n altri concomitanti sensorj, la prima fusione associativa di tutti i punti rossi che formano il corpo cos intuito come un assieme. E siccome l'associazionista crede, che la fusione di elementi rossi sia una fusione di elementi psichici o protopsichici, quantunque incoscienti, esso pu cominciare di qui la sua teoria fisiologica dell'associazionismo, dicendo che gli elementi della realt esteriore determinano modificazioni in altrettanti elementi nervosi, prima periferici e poi centrali, e che la coscienza complessiva del rosso sia determinata dall'associazione degli elementi nervosi, cio dalla escursione eccitatoria che li riunisce.
La sensazione di rosso pu essere accompagnata da un'altra sensazione, per esempio olfattiva, di quello stimolo, ed ecco la fusione si estende ad una contiguit eterogenea, formandosi due gruppi di elementi nervosi eccitantisi assieme e quindi, per le vie associative, riuniti in un'onda d'eccitazione pi vasta. E cos via.
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Al sopravvenire di una nuova eccitazione, che abbia in parte elementi simili a quelli della prima, essa trova, per quegli elementi, le vie nervose pi pervie, l'eccitabilit pi facile, meglio diretta; perci essa ridesta, cos dicono, l'eccitazione passata, apparendo alla coscienza come una fusione di somiglianza. Ma ridestando gli elementi nervosi gi eccitati dallo stimolo simile, l'eccitazione di questi tende a dilagare anche per le vie associative percorse la prima volta dalla fusione degli stimoli contigui, come del rosso e del profumo di garofano, onde il rivedere il rosso non solo ridesta l'immagine visiva di prima, ma altres quella olfattiva. E se anche lo stimolo presente apporta per suo conto una fusione contigua estrinseca, oltre quella dei protoestemi intrinsechi dello stesso senso, la nuova contiguit, mettiamo del rosso e del morbido dei petali, si unifica con l'antica. E le associazioni si vanno cos formando l'una su l'altra, oramai su percezioni anzich su dati semplicemente sensibili, sino ai processi percettivi e appercettivi pi evoluti.
La percezione di quel libro sarebbe dunque una reintegrazione degli elementi sensibili visivi attuali con quelli simili rappresentativi e con tutte le rappresentazioni contiguamente associatevi per le esperienze passate (141). Al di sotto vi sarebbe la corrente nervosa, che, indirizzata per una via gi battuta, vi ravviva l'eccitazione passata, rimastavi, secondo i migliori, come una disposizione; non solo, ma con questa, ravviva l'eccitazione di altri elementi che altra volta si eccitarono insieme, nei quali la nuova riecheggia, riproducendo nel tutto un ritmo o una coordinazione fisiologica, ch' soggettivamente la memoria.
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Siccome per non ci sono nel sistema nervoso, n nelle vie dette afferenti, n nei centri, elementi bastevoli a eccitarsi distintamente per ogni elemento stimolante e sia pure per ogni singolo stimolo (142), n gruppi bastevoli singolarmente ad ogni aggruppamento, n centri bastevoli uno per ciascuna ad ogni serie di aggruppamenti, n vie associative bastevoli ad ogni singola serie di associazioni fra gli elementi, fra i gruppi, fra i centri, la teoria fisiologica dell'associazionismo dovrebbe concludere, che si tratta in ogni caso non di vere e proprie associazioni, ma di orientamenti associativi diversi fra elementi e gruppi predisposti a diversi ritmi eccitatorj. E siccome la percezione introspettivamente considerata ci appare come semplice e immediata, dove fisiologicamente si suppone un processo cos complesso, che nessuna mente umana potrebbe poi farsene un'idea analitica a bastanza chiara; siccome introspettivamente la percezione di quel libro  un vederlo, senza distinzione di elementi presenti e passati, dove fisiologicamente si suppone un richiamare e un riecheggiare di eccitazioni; siccome in fine la percezione stessa  un conoscere quel libro, dove si suppone un riconoscere fisiologico incosciente, e appunto cos si concilia la teoria con l'analisi introspettiva e si suole rispondere all'obiezione mossa alla fine del precedente paragrafo, - bisognerebbe poi concludere, che, almeno per la memoria generale o percettiva, la rappresentazione  un fatto fisiologico e non psicologico, e cos l'associazione rappresentativa: ma la coscienza dell'associazione fisiologica sarebbe coscienza, non del processo, che non appare distinto, ma dell'effetto ossia del ritmo complessivo.
Avvertiamo subito, che, pur intendendo cos l'associazionismo, enormi difficolt ci si affacciano, che mettono in luce l'insufficienza dell'ipotesi. La prima, ch' la solita,  di comprendere come un ritmo cerebrale, ossia un'eccitazione complessiva possa dare la coscienza di qualit oggettive affatto eterogenee fra loro, mentre le diversit di eccitazione sono diversit di gradi, e, nel ritmo complessivo, chiaroscuri; secondo, come sia ammissibile che un ritmo, il quale  sempre un succedersi, appaja alla coscienza percettiva come un assieme sincrono; terzo, come avvenga che, mentre nell'associazionismo fisiologico il centro eccitato dal nuovo stimolo si deve intendere come pi vivamente commosso di quelli contiguamente associati che solo mediatamente e secondariamente pi o meno alla sua volta commuove, mentre in somma il richiamare  pi vivo del riecheggiare, la coscienza che vi corrisponde non  un'immagine dell'oggetto sformata, come logicamente dovrebbe, nel senso dello stimolo attuale, ossia, per esempio, i caratteri visivi del libro visto non appajono enormemente preponderanti sugli altri sol rappresentativi, n, toccando poi il libro, la percezione mi si deforma nel nuovo senso.
Le ipotesi fisiologiche sopra ricordate non si basano, come ognun sa, sopra dati ed esperimenti fisiologici, ma furono concepite per adattare l'associazionismo della Psicologia alle esigenze del materialismo e trovare la ragione fisiologica di quelle teorie. Ora  curioso osservare che l'associazionismo  poi decaduto in Psicologia, e si  rifugiato nella Fisiologia, venendo meno cos alla sua ragion d'essere primitiva. Ma chi sia convinto, che le ragioni del fatto psichico si trovino nel sistema nervoso, segue un metodo errato, se studia questo, ch' il fatto pi semplice, basandosi gi su quello, ch' il pi complesso. Anche qui, come a proposito della sensibilit, s'invertono le parti, studiando psicologicamente la fisiologia nervosa, anzich fisiologicamente la Psicologia. Ora, non vi  dubbio che la memoria psichica abbia sotto di s una memoria fisiologica; ma  da questa che deve iniziarsi lo studio di quella.
Lo studio della memoria organica - fu cos chiamata - si  difatti iniziato; intendendo come memoria la modificazione fisiologica dovuta all'esercizio degli organi. Lo stomaco del bambino si abitua sempre meglio a digerire; ogni atto di digestione predispone l'organo ad un atto successivo:  in somma la legge dell'adattamento nella sua forma pi elementare.
Ogni contrazione muscolare, fin che il muscolo  adeguatamente nutrito e fin che le sostanze residuali non apportano stanchezza, predispone ad una contrazione migliore, ossia pi energica, che alla sua volta si far causa di un maggiore sviluppo morfologico. E i gruppi di contrazioni ripetendosi continuano nella serie l'opera di ciascuna contrazione in ciascun gruppo. La memoria di un muscolo  dunque il miglioramento morfologico e funzionale di esso, conseguente all'esercizio. Ma sarebbe assurdo pensare che, in ogni nuovo atto, l'attivit presente sia una somma di energia presente con quella passata, rimasta virtualmente nell'organo: l'organo  rimasto, non la funzione; la predisposizione morfologica a funzionare, non la causa dinamica che l'ha prodotta.
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Se si tratta, anzich di un muscolo, di diversi connessi in un organo, come nel primo esempio citato, ovvero di pi organi connessi in un organismo, la memoria organica dovuta all'esercizio, o in altri termini l'influenza dell'attivit loro in ciascun momento sui momenti successivi, consiste, non solo nel miglioramento funzionale di ogni muscolo e di ogni organo per s, ma anche nel miglioramento della loro funzione d'assieme, ossia nell'associazione sinergica sempre pi coordinata dei loro atti. I vari organi, per cos dire, si polarizzano nella medesima direzione, e morfologicamente si accrescono e differenziano, non pi per ragioni soltanto specifiche, ma altres per ragioni di rapporto e di reciproca coordinazione.
Rivolgiamo lo sguardo al sistema nervoso. Se per un momento lo consideriamo, non pi nella sua funzione sensoria  (onde il rapporto psicofisico) ma in quella motoria  (onde il rapporto psicofisiologico, biologicamente pi importante), astrazion fatta dalla prima (143), la memoria nervosa consiste in una maggiore facilit, prontezza, energia, ad eccitare quelle contrazioni, che gi furono eccitate  (per cause sensorie qui trascurate). Gli effetti nervosi di ogni eccitazione, a parte le cause deprimenti, non sono residui immagazzinati dell'eccitazione avvenuta, ma una disposizione nervosa a ripeterla, con la quale va di pari passo l'accrescimento della massa nervosa centrale a disposizione dell'organo motorio innervato (144). Di pari passo l'adattamento nervoso motorio procede verso una coordinazione crescente dei movimenti, nel senso che si va orientando vie pi in certe direzioni sinergiche, a mano a mano che queste sinergie motorie si formano per le ragioni della vita vegetativa e di quella di relazione. Ma anche qui, la memoria fisiologica consiste in un progresso funzionale, non in un rapporto intrinseco stabile, che svolgerebbe a tempo e luogo un'azione simile a s. Un operajo di un opificio pone i coperchi a delle scatole di latta e quell'altro li salda; nel primo si stabilisce una perfetta coordinazione motoria per una serie di movimenti, e nell'altro per un'altra serie, interessandosi per tutti e due quei medesimi fasci muscolari e quei medesimi nervi e parti nervose centrali. La coordinazione o memoria fisiologica non  diversa per una diversit di coefficienti nervosi speciali formatisi nei nervi A, B, C, e nelle parti centrali a cui mettono capo, e nemmeno per connessioni centrali diverse nei due individui; ciascun atto complessivo non si  virtualmente localizzato in qualche parte; la funzione  un atto d'assieme; il meglio della funzione d'oggi rispetto a quella d'ieri non c'era ieri, c' oggi; non  una somma di fattori x + 1,  un prodotto x1; la disposizione, l'orientamento, la memoria che dir si voglia, non  in nessun modo uno stato, ma un dinamismo, un andarsi facendo e non un essersi fatto.
Dopo cento inutili tentativi per apprendere a montare in bicicletta, una bella volta ci riesco e cammino: da quest'ultimo agli atti precedenti par che ci sia un abisso; questo  un fatto nuovo (145); un atto solo, ripeto, non un assieme degli altri fisiologicamente rammemorati ossia presenti ossia contiguamente associati come tanti piccoli sforzi uniti all'ultimo: tutt'altro.
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Volgiamoci all'eccitabilit sensoria. Essa non pu differire per qualit da quella motoria, perch  tutt'uno: tanto vero che noi la misuriamo ora con la coscienza, studiata introspettivamente, ora con la reazione motoria, studiata oggettivamente: e del pari possiamo misurare la coscienza con la reazione motoria medesima, come faremo a suo tempo, perch non v' l'una senza l'altra, mai. Se immaginiamo un sistema nervoso schematicamente ridotto a un elemento terminale sensorio che si continui internamente con un elemento motorio, come avviene nelle cellule neuroepiteliari delle specie inferiori di celenterati, le quali sono in comunicazione semplice e diretta con l'elemento muscolare  (e tanto pi nell'ipotesi di un solo elemento neuromuscolare primitivo), - bisogna credere, che la stessa onda nervosa provocata dallo stimolo esterno , non diventa, lo stimolo motorio. L'eccitazione nervosa  senso nel rapporto psicofisico e moto nel rapporto psicofisiologico, ma, tolti i due termini esterni dei due rapporti, rimane una sola qualit, fisiologicamente detta eccitazione, psicologicamente detta coscienza o, come vorremmo, affettivit. Questo stato di cose non pu mutare essenzialmente, ma solo per una maggiore complessit funzionale, quando fra l'elemento terminale sensorio e quello motorio s'intercalano altri elementi gangliari, o gruppi cellulari centralizzati, come nell'arco diastaltico, o altri gruppi ancor meno direttamente riuniti, che, per cos dire, allungano le vie di connessione a vantaggio del potenziale di energia disponibile per la funzione complessiva.
La memoria fisiologica sensoria non  dunque diversa da quella motoria: l'una  un adattamento allo stimolo come l'altra  un adattamento alla contrazione muscolare o alla secrezione ghiandolare. Per citare un esempio, le otocisti, o vesciche auditive, dei gasteropodi, suscettibili di esser affette per via delle loro setole dalle vibrazioni del mezzo ambiente, si abituano, col concorso degli elementi nervosi pi interni connessi, alle vibrazioni; ma niuno potrebbe affermare, n che le vibrazioni esterne producano qualcosa di simile nel plesso sottoepiteliare, ossia vi determinino una eccitazione specifica, dir cos, vibratoria anzi che altro, n che ciascuna vibrazione vada a immagazzinarvisi in una forma residuale che le assomigli. L'abitudine  un miglioramento, una suscettibilit pi facile, pi differenziata agli stimoli, non altro. Lo stimolo resta dov', dove ci sono le condizioni perch sia eccitante, alla periferia, in un rapporto biofisico. Il plesso interno non riceve lo stimolo, ma, unito com' all'organo, si fa incontro ad esso, per eccitarsene, non per imbeversene. Le modificazioni relative sono modificazioni morfologiche, come quelle di ogni altro organo, che si riducono a una differenziazione nell'organo periferico e a un accrescimento  (non altro) delle parti interne connesse. Modificazioni di cui le otocisti dei gasteropodi rappresentano una fase, che ha i suoi precedenti in organi tattili-uditivi pi rudimentali ancora e i suoi successivi in organi pi evoluti fino all'orecchio dei mammiferi superiori.
Lo stesso si dica per gli organi ottici, che nei gasteropodi sono omatidie. E la memoria complessiva poi dei due organi  anch'essa, non una forma specifica di associazione fra le vie comunicanti del plesso sottoposto, ma una disposizione complessiva degli organi comunicanti per le vie interne, e, in questo senso soltanto, col loro ajuto, verso i gruppi di stimoli ottico-uditivi: un miglioramento di coordinazione funzionale.
Come si scorge, la teoria della memoria fisiologica, come gi quella dei centri cerebrali, riveduta ed epurata delle ipotesi psicologiche, si riforma in guisa da trovarsi pienamente d'accordo con l'esperienza oggettiva. E analogamente le teorie psicologiche, le quali vengono a sovrapporvisi, devono venir epurate da tutte le ipotesi animistiche  (anche dei materialisti, loro malgrado), per trovarsi in pieno accordo, sia coi dati fisiologici, sia con l'esperienza introspettiva. Allora la memoria psichica non apparir pi come l'aggregarsi di rappresentazioni residuali di percezioni passate sopra un nuovo stimolo: ma come nella coscienza sensitiva lo stimolo ha ripreso il suo posto di oggetto, e la conoscenza di esso  l'affettivit entro cui si colloca per quel tanto che essa  (ossia l'eccitabilit) concede, o in altri termini  la conoscenza di un reale limitato; cos nella coscienza percettiva o memoria, le rappresentazioni conoscitive riprendono il loro posto, di qualit oggettive e non soggettive, esterne e non interne, e la conoscenza rappresentativa si riduce alla miglior disposizione nostra affettiva a conoscer lo stimolo, ossia ad eccitarsene.
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3.
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La percezione di primo grado.
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Un colpo improvviso di gong, come se ne adoperavano alla Salptrire, sotto lo Charcot, per ipnotizzare, , per chi non ne abbia mai uditi, una sensazione, nel significato sopra detto di una percezione semplicissima, perch, almeno rispetto al timbro ed alla risonanza complessiva, lo stimolo  nuovo. Il colpo di gong  uno stimolo in quanto interessa, producendo un'eccitazione complessiva del sistema nervoso ed una coscienza affettiva corrispondente, che, nel caso si tratti di un'isterica, pu essere molto intensa.
La coscienza conoscitiva di quel suono  un sapere relativo da una parte allo stimolo, dall'altra alle condizioni organiche che lo limitano, ossia all'organo periferico sensorio. Adunque essa non  un dato di contenuto psichico e nemmeno cerebrale: il contenente  l'organo, il contenuto  lo stimolo oggettivo; la coscienza conoscitiva  dunque l'affettivit organica dell'oggetto, e, come affettivit esprime tutto il sistema eccitato, e quindi pi le parti pi direttamente connesse con l'organo, come oggetto esprime l'oggetto medesimo reale, com' intuito, ossia nelle condizioni fisiologiche che gli son fatte, per cui non pu avverarsi che nel luogo dov'esse si fanno.
Se altri colpi di gong tengono dietro al primo, essi rappresentano altrettanti stimoli sensitivi, ma la coscienza di ciascuno non  la stessa, perch ogni volta , almeno, un conoscer meglio, pi distintamente, quel timbro e quella risonanza, un familiarizzarsi o abituarsi che dir si voglia allo stimolo, lasciando a parte le altre connessioni con gli altri elementi sensorj. Questa  una percezione.
Intanto, dire che la percezione  solamente conoscitiva e non ha tono sentimentale,  un errore dell'intellettualismo, dovuto al fatto, che di solito si sono studiate le percezioni prevalentemente conoscitive, come quelle della vista e dell'udito, trascurando le altre. Il Wundt  costretto dall'osservazione positiva ad ammettere dei sentimenti ottici, ritmici e via anche per queste percezioni; e poi a formulare il principio dell'unit dello stato sentimentale in ogni momento della vita psichica; e poi a concludere che la percezione  tanto pi conoscitiva, quanto pi  appercettiva, dove appercezione significa attenzione, ossia interesse, ossia affettivit. E noi ripetiamo qui come a proposito delle sensazioni, che una percezione assolutamente indifferente, o, come dice il Bain, neutra, non  nulla, perch non vi ha stimolo dove non vi ha eccitabilit e, soggettivamente, interesse.
Il primo colpo di gong era, soggettivamente, uno stato affettivo, che traduce in termini psicologici la eccitazione nervosa, quella medesima che in pari tempo reagisce anche sui muscoli. Il secondo colpo  uno stato affettivo diverso, che traduce la diversa disposizione nervosa a quell'eccitazione. Disposizione vuol dire adattamento: un adattamento a quello stimolo , soggettivamente, una coscienza migliore.
Si conosce meglio. S'impara. L'elemento conoscitivo, si badi, non  tutto nella coscienza: dove lo troverebbe? Nella coscienza  la disposizione a conoscere, ma il conosciuto, il contenuto,  la realt oggettiva medesima, come nel primo caso. Nel primo caso, la realt oggettiva era meno conosciuta per una men facile disposizione organica, non perch in s fosse meno. In s l'oggetto non  solo quel tale stimolo, ma la possibilit di mille altri; e a mano a mano appare di pi, ripeto, non perch prima fosse meno, ma perch meno ne sapevamo, per una inferiore disposizione a percepirne l'energia.
Se chiamo rappresentazione il di pi conoscitivo della seconda sensazione  (percezione) rispetto alla prima, dico che uno stimolo simile al precedente s'integra fondendosi con la sua rappresentazione: ma  un linguaggio affatto metaforico.
Sarebbe vero (146) se la conoscenza del primo stimolo fosse una creazione dell'anima e non un rapporto periferico sentito, o, in altri termini, se il primo stimolo fosse un che soggettivo; il quale poi rimanesse in qualche modo, sempre soggettivamente, come un'entit duratura nel tempo; e poi si ammucchiasse col nuovo stimolo in un'associazione anch'essa centrale, per virt intima non ispiegabile con l'oggetto, che non ci sarebbe pi. Allora l'oggetto di prima e l'oggetto di ora sarebbero due e non uno; e, pur ammettendo, per incongruenza, che l'oggetto di prima fosse reale, ossia esterno, l'oggetto di ora solo in parte sarebbe reale, ossia nella parte simile di stimolo, ma il di pi resterebbe una nostra creazione.
Si pu, dicevo, per metafora, e come strumento di studio e soggetto di discorso analitico, andare a cercare nella percezione del gong la sensazione numero due pi la rappresentazione di quella numero uno; per si osservi: 1. che l'esperienza ci d un apprendimento unico, come si  gi visto, senza tale distinzione di parti che le une sembrino oggettive, le altre soggettive (147); 2. che se la rappresentazione fosse soggettiva e centrale, sarebbe anche arbitraria la percezione, mentre l'esperienza dimostra che in ogni percezione per quanto rappresentativa, come un'allucinazione (148), gli elementi detti rappresentativi seguono le sorti della condizione organica periferica e non quelle della condizione centrale. Se l'allucinazione di un'isterica, alla quale si suggerisca di vedere un albero dove di alberi non ce ne sono, consistesse in una rappresentazione centrale proiettata all'esterno, non vi sarebbe ragion alcuna, perch, quando a sua insaputa le si pone un binoccolo davanti agli occhi, essa vegga avvicinarsi l'albero fantastico, e allontanarsi quando si volge lo istrumento in senso contrario. E, rimanendo nel nostro campo, della semplice percezione del colpo di gong, il di pi della seconda sensazione, detta perci percettiva, sulla prima,  sottomesso completamente alle condizioni dell'organo uditivo, che se nel frattempo si menomasse, udrebbe peggio e non meglio, ossia conoscerebbe meno e non di pi.
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Per ora possiamo dire, che nelle percezioni similari il contenuto rappresentativo  reale come quello sensitivo, e parimenti esterno; la forma di esso  come quella della sensibilit, una disposizione affettiva, che si migliora con l'esperienza; la conoscenza percettiva  un rapporto psicofisico come quella sensitiva, il sapere correlativo  un dato reale pi integralmente intuito; la somiglianza  il ripetersi del rapporto in condizioni esterne uguali, per cui non si deve riportare ad una facolt soggettiva; come non si deve riportare ad una facolt soggettiva la differenza, che  una differenza di stimoli, conosciuta come discriminazione, per la novit delle disposizioni affettive che si verificano nel rapporto psicofisico.
Inutile avvertire, che ogni campo sensorio  anche percettivo, ossia, che le rappresentazioni considerate astrattamente non sono soltanto, come qualcuno vorrebbe, immagini visive oppur uditive oppure spaziali, ma di tante specie, quante sono le qualit sentite, trattandosi appunto di qualit oggettive sempre meglio sentite. La sensazione tattile diventa una percezione non appena lo stimolo si ripete: lo stesso si dica di ogni altra, anche astrazion fatta dalle cosiddette associazioni di contiguit con le rappresentazioni degli altri sensi.
Per, mentre risuona il primo colpo di gong, sonvi altri stimoli, o di quello, che poi diremo gong, come una cosa sola, per la simultaneit costante di certi gruppi di stimoli, o di altro, che poi diremo diverso, perch ricompajono come energie non simultanee alle prime e in aggruppamenti nuovi rispetto al primo casualmente formatosi. Il gong  una cosa, che, come stimolo, al tempo stesso  forma visiva e colore, forma tattile e resistenza, e via, oltre che sonorit. Per ci l'eccitazione simultanea e l'unit di coscienza che ne risentono, abbracciano tutti gli stimoli presenti in una sola forma di affettivit: l'affettivit conoscitiva, ripetiamo,  una sola, esprimendo il sistema nervoso continuo; non il contenuto oggettivo, che infatti rimane diverso come sono diverse le energie stimolanti. Al tempo stesso altri oggetti ne stimolano; non solo esterni, che possono mancare, ma altres organici, che non mancano mai, perch mai s'interrompono completamente tutte le funzioni organiche, alcune delle quali, come il battito cardiaco e il processo respiratorio, s'impongono come stimoli, se bene debolissimi allo stato normale, dal primo all'ultimo istante della vita, di cui, per cos dire, battono il tempo. Ora la coscienza abbraccia in una sola forma affettiva sia gli stimoli, che sempre sono in contiguit, della cosa, che diciamo il gong, sia gli altri, come quelli organici, che vi si accompagnano.
Se invece che di colpi sonori l'esperimento fosse di un suono continuo ininterrotto, o del permanere davanti agli occhi di un oggetto, il processo percettivo consisterebbe nell'accrescersi di momento in momento  (fino alla stanchezza psichica, ch' il disinteresse, e quindi un conoscere sempre minore in proporzione) della conoscenza: imparo la nota sonora, veggo sempre meglio quanto pi la fisso questa carta, distinguendo le righe prima indistinte, le irregolarit, le scabrosit ecc. Accrescimento che non  l'emanare di rappresentazioni da ogni singolo istante sensitivo, ma dal divenire l'oggetto, suono o forma visiva, un gruppo di stimoli sempre pi numerosi, perch si rende possibile un'eccitazione sempre pi varia. La conoscenza temporale  aggiunta, non dallo spirito soggettivamente, ma dallo imporsi successivo di stimoli, come quelli organici, che variano mentre gli altri, il suono o la forma, rimangono costanti. Nel caso dei colpi di gong, il tempo  dato anche con l'intervallo, che non  un vuoto se non per contrasto e rispetto al suono, ma, rispetto agli altri sensi,  esso medesimo pieno di contenuto diverso.
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Nelle successive esperienze, nell'esempio nostro di colpi sonori, si trovano sempre simultaneamente presenti, ogni volta che vi  la possibilit organica di percepirli, alcuni stimoli, come la forma ed il suono dello strumento: rimaniamo cos nel caso prima analizzato, ma di grado pi complesso; qui per la memoria non  pi soltanto la disposizione sempre pi fina a ciascuno stimolo, ma anche la disposizione soggettiva alla loro concordanza, che diciamo poi la cosa, il gong, disposizione analoga a quella per la sinergia di movimenti di consueto accoppiati. Lo stesso si dica per gli stimoli che sono stati sempre contigui successivamente invece che simultaneamente, come il precedere costante del lampo al tuono; la memoria complessiva  l'orientamento soggettivo a percepire i due stimoli in quella concordanza o rapporto, che diciamo poi fatto o causalit. La memoria complessiva non  il creare quel rapporto, ma l'aspettarlo.
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Quando siasi formata la memoria della cosa o del fatto, - non prima -, se l'oggetto manca di uno dei suoi stimoli, come il suono udito senza che si vegga lo strumento che lo produce, si suol dire che il suono richiama la rappresentazione visiva dello strumento. Ora, il suono e il richiamo rappresentativo non sono due azioni diverse: il suono trae a s l'eccitabilit nervosa e l'interesse soggettivo  (poi diremo l'attenzione) non come stimolo unicamente sonoro, ma, essendosi formata una disposizione soggettiva simultaneamente diretta anche in quel senso visivo, eccita complessivamente tutta la disposizione affettiva com', chiamandola dunque anche per le vie visive. La rappresentazione visiva dell'oggetto  dunque mossa dallo stimolo sonoro, non da una facolt soggettiva; e consiste nella conoscenza di ci che rimpiazza, nella disposizione conoscitiva complessa, o stimolo assente: ch' la coscienza dell'eccitazione di quelle vie medesime che si solevano eccitare contemporaneamente alle vie sonore, ossia la coscienza di una innervazione (149) visiva.
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Qui cade un'importante osservazione. Gli psicologi parlano allo stesso modo delle rappresentazioni, sia di quelle associate, come dicono, per somiglianza, sia di quelle associate contiguamente. Ma per noi appare gi una differenza essenziale tra i due casi, perch le rappresentazioni similari non sono poi altro che la realt fisica pi perfettamente intuita, mentre le rappresentazioni contigue sono la realt fisica sostituita con una realt fisiologica, che  l'eccitazione stessa che avverrebbe se ci fosse lo stimolo, quando non c' lo stimolo, ma la disposizione o aspettazione di esso, per la memoria complessiva suscitata da un altro a lui connesso nella esperienza passata.
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Si noti ancora, che gli psicologi chiamano indifferentemente associazione (150), cos quella che si avvererebbe nella percezione comune, per esempio in quanto il suono ora udito si aumenta delle esperienze simili del passato in modo inavvertito, come quella che si svolgerebbe nel ricordo, dove uno stimolo si pone accanto nella coscienza a qualche rappresentazione similare, facendosi un confronto fra il presente e il passato, o tra il vicino e il lontano, per esempio in quanto il suono ora udito mi fa rimembrare un suono simile, udito altra volta, e contrapposto al nuovo almeno come passato rispetto ad un presente. Ma un'osservazione pi acuta dimostra, a chi vi ponga mente, che nel caso del ricordo il rapporto associativo  caratterizzato non dalle somiglianze, ma dalle differenze contigue dello stimolo presente rispetto a quelle dello stimolo rappresentato; tanto vero, che questo si percepisce passato o lontano, ossia in altre condizioni ambienti. La questione rientra nell'argomento di ogni rappresentazione contigua.
Adunque le energie esterne ed interne al nostro organismo producono gruppi di stimoli in rapporti reali di simultaneit e successione, i quali determinano una coscienza conoscitiva di questi rapporti, nel senso di una disposizione affettiva a stimolarsi di tutto il rapporto medesimo. Se la coscienza  orientata verso tutto il gruppo A B C..., quando poi manchi lo stimolo C, la conoscenza  nondimeno dell'insieme  (A B C...), perch l'eccitazione corrispondente a C si effettua ugualmente, se bene non si rinforzi del nuovo stimolo reale.
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In tal caso, C  una innervazione, ossia, psicologicamente, uno stato affettivo; il quale, per le ragioni della continuit affettiva e dell'unit cosciente, non  isolato, ma congiunto a quelli corrispondenti agli eccitamenti reali A e B. Allora A e B appajono anche come C, ossia in termini astratti, se ne fanno il segno.
Se diciamo C una rappresentazione contigua, essa non  pertanto isolata dalla sensazione reale; n potrebbe esservi, dove non apparisse in uno stimolo reale attuale. A e B da una parte e C dall'altra non sono due processi, ma uno solo; nel tempo stesso, l'innervazione sensitiva C non  una percezione interna, soggettiva, ma esterna oggettiva perch  un esponente di A B, a cui deve la sua esistenza.
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Ogni percezione  un fatto attuale di contenuto oggettivo, ossia un immediato rapporto psicofisico  (e poi vedremo ch' anche un rapporto psicofisiologico) fra fino stimolo oggettivo sempre esistente ed una coscienza affettiva che lo incontra in quella disposizione gi stabilita dallo stimolo nell'esperienza precedente.
Poich il medesimo stimolo  nella realt oggettiva congiunto nei soliti rapporti con altri diversi fra loro, per esempio A B trovandosi congiunto spesso con C e altre volte con D, avviene che A B appaja poi alla coscienza A B C quando realmente  A B D; e l'illusione si corregge verificando col senso corrispondente a C o con quello corrispondente a D. Ma non si pu dire che l'illusione sia dovuta a un processo centrale, se non nel senso, che l'affettivit tutta quanta si rovescia sullo stimolo A B con una innervazione periferica  (non centrale) A B C anzich A B D (151).
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Le connessioni del genere A B C possono anche essere contiguit meno strette, ossia meno costanti, come sarebbe il suono e l'aspetto del gong, in rapporto con la stanza in cui s'ode e si vede. La memoria complessiva si forma nondimeno, in modo per pi labile. Inoltre ogni stimolo essendo pi o meno eccitante ossia affettivo  (i pi affettivi essendo gli stimoli organici interni, come dicemmo, e poi di meno in meno gli altri, fino a quelli visivi e uditivi)  ovvio che gli stimoli pi affettivi abbiano una reviviscenza maggiore, e nel gruppo si facciano per cos dire centro degli altri.  ovvio che dopo formata una volta sola la connessione reale tra la sensazione visiva della fiamma e la sensazione organica del suo bruciare, ci basti a produrre la memoria di quel rapporto. La maggiore certezza delle percezioni visive e tattili deriva poi dalla maggior esperienza di questi sensi, che sono i pi esercitati nella nostra vita.
Se diciamo percezione di primo grado quella che si avvera in condizioni pi semplici, com' la percezione delle cose e dei fatti conosciuti immediatamente come tali, ossia fuori ancora di quella sfera che si suol dire del pensiero riflessivo da una parte e delle emozioni dall'altra, essa non  che la sensazione (152) integrata nella memoria generica, che ha per contenuto la realt immediata, percetto, limitata dalla disposizione affettiva, dove lo stimolo presente  anche segno delle sue contiguit ora non esperimentate, ed ha per sua qualit psichica specifica un colorito sentimentale, soggetto, ch' l'intiera attivit personale, atta a conoscere secondo la "sua effettiva disposizione in ciascun momento (153).
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Le percezioni secondarie.
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Le conclusioni strettamente sperimentali a cui siamo giunti parlando delle percezioni semplici, potrebbero venire poi combattute a proposito di quei fatti conoscitivi, nei quali la rappresentazione appare isolata e indipendente dagli stimoli esterni attuali  (immaginazione), oppure di quegli altri fatti, di rimembranza e simili, dove la rappresentazione si disgiunge e quasi si oppone allo stimolo che, per usare il linguaggio comune, la richiama: ai quali poi si riconnettono tutti i fenomeni d'ideazione o intelligenza e ragione che dir si voglia, basati sul giudizio. Qui e l si  tentati di credere, che la rappresentazione sia un che di autonomo, libero o disgiungibile dallo stimolo e altra cosa dalla percezione ordinaria: e si ritornerebbe a rafforzare anche la teoria fisiologica corrispondente, che le rappresentazioni sieno create ed abbiano sede nella corteccia cerebrale ab initio; anzich individuarsi anche esse, come a noi pare pi scientifico, in una percezione immediata, periferica, di contenuto oggettivo, alla quale i centri prendano parte per dare aiuto alla funzione periferica tanto sensoria come motoria, non per supplirla, ma per rafforzarla secondo il carattere gi rammentato della memoria fisiologica e affettiva (154). Parliamone brevemente.
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Il caso pi semplice e pi schietto di una rappresentazione apparentemente libera dallo stimolo attuale,  quello delle immagini consecutive (155). Se fisso la solita striscia di carta rossa posta sopra una superficie bianca, e poi la tolgo, veggo sul bianco una striscia verdastra, ch' l'immagine, se bene in forma complementare  (perch dirla negativa, implicando ben altro concetto?), dello stimolo, che non c' pi, n  richiamato da altro simile. Gli autori sono d'accordo nel dichiarare, ch' la eccitazione che perdura, anche cessato lo stimolo. E allo stesso modo, che la sensazione era coscienza centrale dell'eccitazione retinica, cos qui c' coscienza centrale della immagine retinica. Perch non c' dubbio che l'immagine si formi nella retina e da un seguitare dell'eccitazione retinica  (anzi che da un seguitare della eccitazione centrale), dal momento che si pu formare un'immagine di colore complementare, cosa che sarebbe assurda nei centri, che dovrebbero, nel nostro esempio, rimanere eccitati di rosso e non di verde.
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S'impara dunque, che l'immagine  almeno di origine periferica. Allo stesso risultato si giunge osservando come si formano le allucinazioni, che sono le immagini e rappresentazioni pi autonome e pi staccate dagli stimoli reali, dopo quelle consecutive. Oltre i casi di allucinazione a cui alludiamo a pag. 195, lo dimostra la legge generale, che le isteriche le quali hanno perduto un senso non possono esser allucinate in esso, n ricordano  (si noti fin d'ora) le immagini corrispondenti (156); lo dimostra lo studio sulle allucinazioni della vita normale e morbosa che si debbono riportare quasi sempre (157) a disordini delle regioni periferiche (158).
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Per d'altra parte sembra sperimentalmente dimostrato, che guardando un colore con un solo occhio, e poi, tolto lo stimolo e chiuso l'occhio, fissando con l'altro aperto una superficie, si scorga ugualmente l'immagine consecutiva; e, di pi, si possa creare una simile immagine in una isterica, alla quale si sia prima imposto per suggestione di pensare ad un colore (159). N si pu pensare che sia di origine periferica il discorso interno del monomane, che pur non lo crede suo proprio e l'oggettiva senza proiettarlo all'esterno  (iperfasia vesanica del Morselli). Il che farebbe credere pi vera la teoria classica non sperimentale, che l'origine delle immagini sia centrale, e periferico ne sia soltanto il riferimento; o, in altri termini, sia l'eccitazione centrale che provoca la modificazione dell'organo periferico. Come conciliare queste opposte prove?
Giusto evitando i presupposti ipotetici della teoria classica, e rimanendo fermi alla pura esperienza. Quando si dice, che l'immagine  di origine periferica, non si vuol dire, che un'onda eccitatoria centripeta la faccia passare alla coscienza centrale: si vuol dire, che la coscienza  gi periferica, ed  esercitata da tutto l'organo con le parti centrali connesse, prima, e poi con tutto il sistema, che, come dicemmo, si rovescia alla periferia. Non  un riferimento qui, come non era nella sensazione della realt esterna:  un'azione immediata. Il contenuto, ch' qui l'immagine consecutiva o allucinatoria,  certamente periferico, ossia, almeno, una modificazione retinica o una innervazione uditiva o motoria  (vedremo ch' di pi), ma l'eccitazione nervosa ha la stessa limitazione del contenuto soltanto nelle teorie animistiche, mentre pare evidente, ch'essa abbraccia le parti centrali, che, secondo la loro potenzialit, condizionano l'eccitazione stessa.
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In questo senso  pi vicina al vero la teoria del Sergi (160), accettata poi dal Lombroso, di un'onda riflessa dall'interno all'esterno, che spieghi l'allucinazione vera e l'immagine consecutiva riprodotta nell'occhio non stimolato, teoria da molti altezzosamente rifiutata: purch si tolga a quell'onda la prima parte, quella afferente, riducendola a un'onda eccitatoria reflua, esprimente la condizione di eccitabilit di tutto l'organismo. L'immagine consecutiva riprodotta nell'occhio sano non  poi un caso diverso da quello dell'immagine che si produce quando si guarda con un occhio dentro l'oculare del microscopio e con l'altro sulla carta a lato; sulla quale, a chi ci sia avvezzo, appare l'oggetto osservato dall'altro occhio nel microscopio, tanto che si pu disegnarlo seguendo i contorni. E l'uno e l'altro non sono casi diversi dalla percezione solita, dove si sostituisce agli elementi altra volta complessi ed ora mancanti dello stimolo reale l'innervazione che vi corrisponde per integrarlo, o, come s' visto, quando si sente lo stimolo reale come se fosse tutto. Cos l'abitudine di vedere lo stesso oggetto coi due occhi, lo fa vedere coi due occhi anche quando non  cos effettivamente.
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Ma si pu obbiettare, che invece una grande differenza intercede fra la percezione e i casi d'immagini consecutive e allucinatorie in questione. Perch l c' pur sempre uno stimolo reale esterno, che richiama le rappresentazioni contigue; mentre qui ogni stimolo esterno manca. Qui, se mai, il sistema nervoso percepisce s stesso, non una cosa. Siamo cos ritornati al punto di partenza. Ma quest'ultima osservazione non  esatta che sotto un aspetto diverso da quello di consueto intuito piuttosto che chiaramente approfondito. Se cerchiamo in che consistano le rappresentazioni consecutive dei sensi pi organici, come lo strascico che lascia un vivo dolore interno, la sensazione lasciata da un filo stretto intorno al dito, e simili, non sapremmo dividere nettamente ci che appartiene alla sensazione da ci che  rappresentazione; ed appare evidente che si tratti, non soltanto di una condizione nervosa che si prolunga, ma altres di un residuo effettuale dello stimolo che continua pi debolmente ad agire, in quanto la parte dolente resta lesa e il dito rimane compresso, come ne fa fede la stimmata lasciatavi dal filo. .
Del pari, cessata la vibrazione sonora o l'irradiazione luminosa esterna, non  detto che la membrana basilare cessi di vibrare e la luce manchi del tutto alla retina: anzi  lecito supporre, che vi si fermi, per le propriet note comuni a tanti altri corpi, e si manifesti ancora sotto la forma che si suoi chiamare luce entottica, fatto ormai acquisito alla scienza.
Uno stimolo esterno reale, se cos fosse, ci sarebbe dunque sempre; lo stesso si dica a maggior ragione delle allucinazioni, per le quali  dimostrato, che sono interpretazioni errate di qualche stimolo reale, come le illusioni, ma pi esageratamente, si tratti poi di uno stimolo esterno oppure organico.
Lo stesso poi si dica delle immagini ipnagogiche, a occhi chiusi e nel dormiveglia, studiate prima dal Maury (161), il quale dimostr ch'esse si foggiano giovandosi della luminosit entottica, come si dimostra per il seguirsi dei fantasmi che si trasformano d'uno in altro sempre su leggerissimi stimoli reali; come si dimostra delle rappresentazioni sognate, che non sono mai di origine assolutamente psichica, ma sono provocate da una sensazione iniziale  (solamente?), e differiscono poi sol per grado le une dalle altre nei sogni fisiologici, in quelli sonnambolici ed in quelli ipnotici (162).
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Alla fantasmagoria si riconnettono le forme deboli della rimembranza, come il ricordare una cosa o persona assente, non ancora per confronti o per memoria discorsiva, ma perch sembra vi sorga davanti gli occhi dal nulla, o sembra nel silenzio udiate la voce dei lontani, e sembra che debolmente si rinnovi il dolore di un'antica ferita localizzato lungo la cicatrice, o vi par di sentire, come altra volta, il leggiero posarsi di una mano amica sulla vostra spalla mentre siete intenti al lavoro. L'analisi introspettiva, come nel terzo esempio della pagina 110 (163), pu cogliere a ogni momento di queste rappresentazioni, stimolate, ognuno ne conviene, dalla realt presente  (perch cercando si trova quasi sempre il termine di richiamo), ma apparentemente distinte e spontanee.
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E si dice: pare quasi certo  (l'espressione  del James) che il processo immaginativo non differisca per la sede da quello sensitivo; ma ne differisce per intensit. Dalla minore intensit noi distinguiamo una rappresentazione da una percezione reale.
Intanto si  visto, che nella percezione ordinaria il processo rappresentativo  tutt'uno con quello sensitivo; n di solito gli elementi analiticamente detti rappresentativi appajono pi deboli di quelli sensitivi. Se veggo l'ormai famoso arancio dell'associazionismo, non mi par meno consistente o saporito o profumato che visibile, se non allorquando ci penso, considerando non pi l'arancio, ma i suoi elementi, che diventano altrettanti oggetti. Cos vedo il ghiaccio come freddo tutt'insieme. Cos a occhi chiusi vedo delle vaghe figure fluttuare davanti gli occhi, e non le macchie colorate entottiche a parte e la figura che vi si costruisce, a parte. Cos nel sogno credo che un laccio mi stringa, e non distinguo a parte la causa reale e quella immaginativa del mio incomodo. Cos infine nel ricordo spontaneo non distinguo a parte la via che me l'ha richiamato e la rappresentazione dell'amico che mi appare, passando per dove ero solito passare con lui. Ecco l'amico, e basta.
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La differenza fra tutti questi casi sta nella maggiore o minore importanza degli elementi rappresentativi in rapporto con quelli stimolati. Dove importanza significa capacit di eccitazione e interesse soggettivo. Chi eccita, si ricordi,  sempre lo stimolo reale, ma  il modo complessivo di eccitazione che varia, producendosi un'innervazione sensoria pi o meno intensa corrispondentemente alle vie periferiche sensitive di solito eccitate contiguamente a quello stimolo. Io veggo il ghiaccio freddo, pesante, duro, liscio ecc. oltre che lucente e cristallino;  una percezione ordinaria visiva poco interessante; ma se di piena estate, accaldato e assetato, veggo il ghiaccio lo veggo sopratutto freddo, per cui analiticamente dico, che l'elemento rappresentativo del senso termico prepondera, per ragioni di disposizione affettiva, sugli altri, e l'elemento stimolante reale diventa il segno di quello rappresentativo. Ma in concreto si dovrebbe dire, che lo stimolo appare come la rappresentazione pi eccitante  (164). Lo stimolo che dico la strada, oggi dopo lunga assenza ricalcata, appare come l'amico.
L'amico  un processo percettivo questa volta come la volta che lo vidi realmente per questa via. Ora, la questione diventa la seguente: la differenza fra la percezione-reale e la percezione-segno  (mi si permetta questo linguaggio in mancanza di meglio), non essendo n una differenza di sede, n una differenza di processo (165),  una differenza d'intensit? Di solito si parla promiscuamente ora dell'intensit dell'eccitazione e dell'affettivit che vi corrisponde, ora della intensit dello stimolo. L'intensit della eccitazione pu essere mille volte maggiore nel ricordo che nella percezione primitiva, avendosi cos le emozioni, che incontreremo fra breve. L'intensit dello stimolo no, non pu essere maggiore nella percezione segno, dove una innervazione sensoria supplisce l'eccitazione dello stimolo completo.
Ma altro  dirlo noi psicologi, in termini simbolici, che mettere l davanti un individuo  stimolo visivo pi intenso che mettervi poi il suo cappello e il suo bastone che ve lo ricordano, altro  ammettere, come si suole, che nel fatto lo stimolo, bastone e cappello, percepito come quell'uomo-ricordo, sia appunto un uomo-ricordo piuttosto che un uomo perch appare pi vago e indistinto della prima percezione. Dicendo cos, si cade in un giro vizioso. Perch si percepisca una cosa meno intensa di un'altra, bisogna che siano tutte e due presenti. Se la percezione-reale  gi ricordo, non  pi reale; il confronto si fa tra percezione-segno  (ricordo) e percezione-segno della percezione-reale, che alla sua volta indefinitamente  un ricordo, ossia riappare in un segno.
E d'altra parte, non  vero che il ricordo sia sempre un confronto. Nella sua forma nascente,  un fantasma. Non , che di solito io veda il cappello-uomo e istituisca un paragone di questo immediato fantasma con tanti altri, in fondo dello stesso genere, che, facendomi passar l'uomo in rassegna sotto molti aspetti rammemorati, me ne integra la rappresentazione complessiva sul primo stimolo o sui nuovi  (segni verbali) che possono sorgere  (in tal caso il primo ricordo diventa segno del successivo, e cos via). Ma di solito invece io mi fermo al cappello-uomo, ossia al ricordo in forma nascente. Perch dunque l'uomo non  creduto reale? Non gi per una differenza d'intensit riguardo alla percezione dell'uomo reale; ma perch, presentemente, altri stimoli immediati mi impediscono di veder l'uomo, dov' la sua rappresentazione, ossia alla innervazione sensoria della memoria complessiva non corrisponde la realt esterna. La realt esterna  il bastone, il cappello, e, intorno, nello spazio eccitato dall'uomo  (davanti allo sguardo) altri oggetti dissimili, ossia capaci di eccitare diversamente la retina. Il ricordo  il contrasto sentito fra l'innervazione sensoria della memoria complessiva del percetto e l'eccitazione sensoria del percetto che si colloca nel campo medesimo. Pi l'assieme degli stimoli reali collima con l'innervazione complessiva formatasi intorno ad uno di loro, pi il ricordo  realt: come nella percezione di questo libro, dov' tanto reale che non c' pi come ricordo. Al contrario la via che mi richiama l'amico, se ne fa segno per la contiguit, ma se ne fa ostacolo per la realt esterna che urta contro i caratteri eccitatorj contigui di quel segno, e mi distrae. Ma, siccome il segno dell'amico passa subito dallo stimolo-via ad uno stimolo sensorio diverso, o motorio come il segno verbale, posso chiuder gli occhi, e il ricordo appare meno ricordo e pi realt; mi addormento, e nel sogno, per l'assenza di numerose eccitazioni pi vivaci, l'amico appar lui vivacissimo e reale.
Adunque la rappresentazione in genere ed il ricordo in ispecie non sono cognizioni create, ma trovate; sono il mondo, conosciuto per quanto  sentito. Come la sensazione  imposta positivamente dallo stimolo oggetto, cos la rappresentazione-ricordo  imposta negativamente dalla realt esterna. Il ricordo , almeno nella sua forma nascente una percezione, immediata come quella normale, ma in rapporto di contrasto psicofisico.
Le percezioni considerate fino a questo punto, che sono poi la maggior parte della psiche, oggettivamente considerate, dal punto di vista psicofisico, non solo sono fatti immediati, ma tali appajono anche psicologicamente. I fatti psichici intellettivi pi complessi, dell'ideazione e del ragionamento, se ne differenziano, perch appajono fatti mediati e non immediati.
Vedere un fiore  immediato. Questo  un fiore, e basta. Non sono mica io,  un fiore. Pensare di vederlo, quel fiore, e parlarne, come faccio ora io, sembra tutt'altra cosa:  un'operazione mediata, per giungere a definire il fatto. Tutta la evoluzione della conoscenza razionale consiste nell'insorgere di questi mezzi, che dico idee, concetti, giudizj e via, come trovo cercando i tipi esemplari di ogni dato della introspezione  (p. 112). Ma, se si considerano spregiudicatamente, questi fatti non escono dal campo percettivo, n costituiscono facolt a s nel campo psichico.
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Ogni conoscenza aumenta per mezzo di percezioni sempre nuove, e per l'aggrupparsi di nuovi stimoli sugli stimoli-segno dei gruppi gi memorati. Se mi si fa passare davanti allo sguardo una serie di figure che rappresentano un individuo in varie pose, come quelle che egli successivamente assume nel camminare, ogni nuova percezione aumenta il mio sapere, perch, contiguamente agli elementi simili a quelli di ciascuna precedente figura, che restano in quantit sufficiente da bastare a tener il posto anche di quelli mancanti, ossia se ne fanno il segno, - altri nuovi se ne aggiungono, come l'alzar la gamba che prima era ferma, i quali io riferisco allo stesso individuo, per cui dico, ch'egli cammina. Ma si badi, che in concreto non  un riferimento quello che si fa:  un apprendimento immediato. Se in una di quelle figure mutasse la maggior parte degli elementi o la parte per me  (affettivamente) pi importante, come, trattandosi di un individuo, il volto, ch' la parte pi interessante dell'uomo per un altro uomo, questa volta le variazioni mutano a dirittura la conoscenza, e la percezione nuova  altra cosa da quella che la precedeva, la quale viene cos dimenticata, salvo che si faccia l'integrazione sott'altro punto di vista ossia per altri stimoli-segno (166). Fra questi due casi eccessivi, che dnno gli esempj l'uno della memoria immediata, ossia della conoscenza percettiva comune, l'altro dell'oblio, ci sono i casi di mezzo, nei quali la percezione si forma sopra uno stimolo-segno, che per  contrastato da differenze di stimoli contigui non immediatamente integrabili (167). Allora si presentano contiguamente  (non successivamente) come due gruppi in contrasto  (discriminati) lo stimolo-segno ed il nuovo; possiamo dire che si presentano, non come una cosa, ma come un rapporto: una forma di questo rapporto  la rimembranza, nella quale lo stimolo-segno, come la strada complessivamente guardata, di una citt nella quale siamo in altri tempi vissuti, che si fa segno anche di persone e cose allora contigue ed ora assenti, - contrasta con altri  (quella casa  nuova, davanti al mio sguardo ci sono altre persone), e i due gruppi non si integrano ma si raffrontano. Un'altra forma di questo rapporto  il giudizio semplicemente rappresentativo, o, come direbbe il Romaines, recettuale, proprio degli individui senza linguaggio e frequente anche in quelli parlanti (168). Un caso di questo giudizio non formulato , nella vita psichica ordinaria, il rapporto stesso psicofisico, ossia la contrapposizione del me al mondo, ossia il sentirsi affetti dagli stimoli. Per si noti, che nella conoscenza del me non c' soltanto la coscienza della propria affettivit, che d soltanto l'immediatezza del sentimento, ma unitavi la coscienza del proprio organismo, ch' un aggruppamento distinto, per la maggiore quantitativamente e qualitativamente diversa affettivit e localizzazione interna, da quell'altro aggruppamento, ch' il mondo esterno, e per ci appunto contrappostovi.
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Ora, si deve tener conto di tre circostanze di fatto. La prima  che i contrasti di gruppi di stimoli, si presentano come rapporti appunto dove qualche stimolo-rappresentativo di coalescenze sperimentate appartiene anche a quelle nuove in contrasto con le prime, per cui il contrasto  pur sempre un accordo o integrazione possibile, se bene incerta, men pronta che nella percezione comune. Fra il suono di una chitarra e l'odore della rosa non c' n contrasto n rapporto. Fra il suono di una chitarra e quello di un mandolino c' contrasto per la diversit del timbro di un qualcosa comune, ch' il suono. La percezione incerta che ne abbiamo  il rapporto, ch' poi l'aspettazione  (attentiva) di una risoluzione, ossia della percezione integrata, che, per il persistere dell'attenzione, segue alla fine quella meno integrata. Per cui in concreto un rapporto o raffronto o contrasto o giudizio percettivo non  un terzo termine fuori degli stimoli, ma  la contiguit di essi di fronte alla disposizione affettiva, con la quale urta, fino alla soluzione, ossia al nuovo adattamento, quando si fa: una percezione sempre, e, come sempre, attuale e immediata. Il termine medio cos  una nostra comoda astrazione, perch, mettiamo, nel contrasto fra il cappello-segno della rappresentazione di quell'uomo che lo suole portare e la rimanente realt contigua, che non mi presenta quell'uomo, ond'esso appare poi irreale, il cappello non  termine medio fra l'uomo d'allora e l'attaccapanni d'ora, ma uno dei due termini contigui, essendo la rappresentazione dell'uomo una sua propriet inerente, e non un'altra cosa, come la crediamo poi per confronto astrattivo. E del pari nell'esempio di un rapporto tra il suono-chitarra e il suono-mandolino, suono non  un termine medio, se non dopo, ossia quando l'ho astratto di qua e di l, come conclusione del ragionamento, come soluzione del contrasto. E del pari nell'esempio di un giudizio recettuale immaginativo, il bambino che confronta la rappresentazione del cane conosciuto con lo stimolo presente di un cane di terra cotta, non fa un'operazione a tre termini, ma trova gi il contrasto nella contiguit, tutt'affatto presente, della forma del cane di creta, rappresentativa anche del cane vivo, con l'essere di creta, ossia diverso; e fa un giudizio in quanto si adatta alla nuova contiguit, ossia la riconosce, e poi diremo che l'afferma.
Un'altra circostanza da notare  questa, che ogni rapporto,  percezione di due gruppi contigui, e prepara una nuova percezione di un sol gruppo integrato per la confluenza parziale della disposizione affettiva; ma laddove uno almeno dei termini oggettivi della percezione di rapporto era un segno rappresentativo di un gruppo precedente, esso diventa  (ossia lo troviamo) nelle successive percezioni segno anche del nuovo gruppo contiguo in rapporto con lui. Dove i segni o stimoli rappresentativi sono parole, i rapporti si chiamano giudizi, la parola che rester poi segno complessivo di questa nuova contiguit, soggetto, ecc. La rappresentazione astrazion fatta dal segno che la possiede, si dice idea o, nei casi pi complessi, concetto. L'idea va dal particolare al generale e dal concreto all'astratto; ossia si susseguono gli stimoli, detti parole, segni di gruppi contigui, la persona, le cose, i fatti, facendosi ciascuno segno di una nuova contiguit pi estesa e men comprensiva, per l'accomodamento a un numero sempre maggiore di stimoli sempre pi eterogenei, decadendo le contiguit contrastanti  (differenze, comprensione dell'idea) a favore delle contiguit congruenti  (somiglianze, estensione dell'idea).
La parola  il mezzo migliore di evoluzione del sapere (169) perch  per s uno stimolo esiguo, si pu spogliare sempre pi dei caratteri contigui specifici e porre quindi in rapporti sempre pi lontani per raggiungere sintesi pi vaste. La psicologia moderna sostiene sperimentalmente, che non vi ha parola, per quanto generale, che non sia segno di particolari qualit sensitive (170): ma gli esperimenti istituiti su parole isolate non hanno lo stesso valore a proposito di tutto il discorso continuato. Se ascolto isolata la parola albero, vi trovo contigua la rappresentazione vaga di un albero, quantunque si senta una maggiore ricchezza di contenuto; ma se ascolto la frase: Nel deserto non vi sono alberi,  assai minore la rievocazione sensitiva della stessa parola; e minore ancora, se la leggo in mezzo ad una fitta pagina di scritto. In somma le parole nel discorso acquistano un valore di posizione, ossia di rapporti puramente verbali, come si fanno sempre pi segni di rapporti e non di cose, fino al linguaggio puramente simbolico della scienza.
Per non si dimentichi, che la parola  anche essa una percezione di elementi sensitivi, ora visivi, ora auditivi, ora motorj, segni dei gruppi contigui. Non solamente il linguaggio parlato, udito o letto; ma altres il linguaggio pensato. La funzione endofasica si riduce anch'essa a un seguito di percezioni, dir cos, interne, dove l'innervazione, ora visiva, ora auditiva, ora motoria secondo individui, rappresenta il processo sensitivo (171).
Dice bene il Gomperz, che il pensiero generale e ideativo o verbale non possiede in nessun modo un valore pi alto che il pensiero particolare, immaginativo e sensibile: non se ne distingue che per l'estensione pi vasta di particolarit sensibili ch'esso rappresenta (172). Dice bene nel senso, che il concetto pi vasto simboleggiato nella parola pi generale, Universo,  una percezione attuale e immediata di uno stimolo, come lo  la percezione pi sensitiva di un dolore di ventre. E come la percezione nel suo contenuto  l'oggetto, conosciuto secondo la disposizione affettiva, cos la logica  il mondo, conosciuto secondo una disposizione affettiva assai pi evoluta, integrale, libera  (e per ci appunto pi fallace). Ed  tempo di rivolgere il confronto psicofisico al fattore soggettivo ch' poi questa affettivit o eccitazione sentita (173).
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CAPITOLO 4.
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Le ricerche psicofisiologiche.
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1.
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Il valore dei fatti psichici.
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L'analisi del rapporto psicofisico, tra affetto e oggetto, ci ha dato ragione del carattere conoscitivo; l'analisi del rapporto psicofisiologico, tra affetto e movimento, ci dar ragione del carattere volitivo.
La teoria delle facolt dell'anima sopravvive anche nella Psicologia sperimentale contemporanea, e la spinge a tentare soluzioni ipotetiche di problemi che non dovevano esser posti: sopravvive ogni qualvolta si discute del carattere conoscitivo come diverso da quello affettivo, e l'uno e l'altro come diversi da quello volitivo; sopravvive dove si parla d'idea e d'intelligenza come di processi puramente psichici, e viceversa di emozione come di processo puramente fisiologico, onde il problema mal posto, se nell'emozione sia l'idea che produce i concomitanti organici e questi lo stato emotivo soggettivo, o se si debba mutare l'ordine di questi termini, e se l'idea sia anche affetto, e se vi sia una memoria affettiva, e se il sentimento influisca sui fatti intellettivi e viceversa; sopravvive ogni volta che si pone a base di tutta quanta la psiche ora il fattore conoscitivo, ora quello sentimentale e volitivo; sopravvive ogni volta che si pone il problema dell'attenzione, come se si trattasse di un'attivit speciale e se ne cerca un senso speciale; sopravvive sempre e dovunque si dimentica di rifarsi da capo con la Psicologia generale, e si trascura la critica dei propri concetti, obliando che le parole nascendo da particolari significano differenze relative e non assolute, per cui intelligenza ed emozione, per esempio, sono contrarj relativi a un'unit superiore, non contradditorj assoluti, e rispondono alla verit particolare di fatti pi affettivi e di altri meno, non a una fondamentale di affetti e di conoscenze pure.  altrettanto animistica la concezione di una conoscenza pura, come quella di un sentimento interno senza concomitanti organici: l'una sarebbe poi l'oggetto, onde si dovrebbe concludere con gl'idealisti, che l'oggetto  idea; l'altra sarebbe il piacere e dolore puramente morali, del senso intimo, onde si dovrebbe concludere che la volont corrispondente  assolutamente libera.
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Conoscere, sentire e volere non sono facolt e processi distinti se non per astrazione: sono tre termini analitici, dei quali il primo ed il terzo, in Psicologia, si riferiscono al secondo; il primo esprimendo il modo col quale l'affettivit abbraccia o meglio limita il mondo oggettivo, che, quando sia astratto da quel rapporto, ovvero considerato come oggetto puro  studiato dalle scienze naturali non dalla Psicologia (174); il terzo termine, del volere, esprimendo poi il modo col quale l'affetto si estrinseca organicamente, cio come funzione biologica per cui  sorto, in movimenti, che astratti da questo rapporto, sono studiati dalla Fisiologia E i due rapporti del soggetto col mondo oggettivo  (sensibilit) e con l'organismo  (reazione motoria) non soltanto non sono due facolt nel senso antico (175), ma sono assieme uniti, fisiologicamente nella eccitazione che, secondo la sua disposizione, incontra lo stimolo e il muscolo; psicologicamente, nell'affettivit che conosce lo stimolo e reagisce.
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 curiosissimo vedere per esempio l'Hffding, a proposito delle discussioni parimenti curiose fra l'Horwicz e il Wundt sui rapporti di precedenza fra sentimento e conoscenza, mettersi della partita, e schierarsi contro il primo, che con le esperienze di colpi ben sodi voleva provare che il sentimento precede la sensazione  (conoscenza), per dimostrare che precede invece la sensazione; ponendosi dalla parte del Beau, che si picchiava col bastone sui calli, e per conto suo aggiungendo, che una volta, avendo toccato senza volere la stufa ardente, avvert assai distintamente la sensazione tattile prima del sentimento doloroso. Che bella scoperta! se ti metto sulla lingua una soluzione concentrata di sublimato corrosivo, prima sentirai il sapore, il contatto liquido, la temperatura fredda, e, relativamente, assai tardi t'accorgerai del dolore: quando siano incominciati i processi di disgregazione organica. Che c'entra il tatto con l'infiammazione di una scottatura? Il bello si , che, per difendere questa teoria, si deve affermare, che il dolore ha bisogno per prodursi di un tempo maggiore che la sensazione propriamente  (ossia impropriamente) detta (176): mentre le esperienze hanno dimostrato, comparando sensazioni pi o men dolorose, che il tempo necessario all'avvertimento decresce in proporzione.
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Ma non  qui il caso di ripetere quanto dicemmo, nel capo secondo, sulla sensazione. Rammentiamo soltanto che, se si possono graduare i sensi dai pi sentimentali ai pi freddi, da quelli splancnici alla vista e all'udito, e nel medesimo senso dal tono affettivo intensissimo di una percezione primaria a quello lievissimo di altra (177), come poi vedremo che si pu fare per le percezioni secondarie, dai fatti di sentimento d'ordine rappresentativo pi intenso, quali le emozioni della paura, a quelli di conoscenza pi estesa, come il ragionamento scientifico, - non si pu dire, che vi siano stati neutri o freddi, se non intendendo questa parola come relativa di pi caldo ed attivo, non come assolutamente negativa. Se il sentimento  piacere o dolore, anch'essi limitati in una sfera d'esperienza interna, che ce li porge pi distinti e pi vivi, l'affettivit generale ne sfugge ed  altro; ma non  diversa di qualit, perch  la stessa qualit psichica (178). Si badi per a non confondere questa, con la teoria metafisica dell'Horwicz principalmente (179), e degli schopenhaueriani, compreso il Wundt, dove lo , il Ribot, e la scuola fisiologica in genere. Noi non diciamo che l'affettivit sia primitiva e la conoscenza secondaria, perch non sono due cose, lo ripetiamo la millesima volta, n due caratteri e elementi contigui e appartenenti ad un sol ordine di fatti, ma la conoscenza  il rapporto psicofisico fra l'affettivit, carattere soggettivo, e lo stimolo, oggetto reale esterno  (non rappresentazione, se bene possa poi stimolare in modo rappresentativo). Questo modo di vedere  cos lontano da quello degli autori succitati, come l'esperienza dalla ipotesi e il fatto dall'idea creativa, ossia illusoria.
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Dopo di che  fuor di posto il quesito, se l'affettivit in tutte le sue forme, diverse fra loro di grado, implicando ciascuna una disposizione fisiopsichica pi complessa: sensibilit, emotivit, volont, carattere in generale, - influisca o no sui fatti intellettivi. In vece, presso gli psicologi, il quesito si  anzi sdoppiato in altri due: siccome non si pu negare, che alcuni fatti psichici s'impongano per la vivacit del sentimento, si mise il problema, se questi siano soltanto sentimentali e se siano i soli fatti sentimentali.
Soltanto sentimentali, oggi si concede, non sono. Quando un vaso di fiori cade sulla testa di un disgraziato passante, questi sopratutto soffre, e non vede n le case n i passanti n forse la causa del suo male; ma, se gli resta coscienza, questa  coscienza di quello stimolo, che se non sar pi il vaso oggetto esterno localizzato fuori di s, sar almeno quello organico localizzato internamente di un maledetto dolore nelle ossa del cranio. Si riversa, dico, l'eccitabilit di tutto quanto il sistema nervoso su l'eccitante pi proprio a chiamarla, e insieme, proporzionalmente, per le vie motorie. Si tratta dunque di una percezione: la percezione di un oggetto sentito a quel modo. Quando il disgraziato ritorna a casa sua, ripensa al fatto seguitogli, e ancor se ne duole e sdegna:  uno stato emotivo, diverso in ci dal precedente, che, si dice, lo stimolo non  pi la causa immediata del sentimento, ma questo  morale, ovvero s'innesta sopra una rappresentazione  (idea). La rappresentazione del caso sofferto , ora, lo stimolo della emozione, che dal dolore vivo corporeo si  molto discostata, apparendo come compatimento di s, rabbia contro i vasi e le finestre, e simili. Ma noi sappiamo che la rappresentazione  sempre il modo di presentarsi alla eccitabilit di uno stimolo attuale immediato, che sar qui l'indolenzimento ormai leggero della parte offesa, il discorso interno  (uditivo o motorio) continuato fin d'allora ecc., che ormai, indolenzimento e parola, dopo l'esperienza sofferta, sono eccitanti a quel modo, ossia a quel modo conosciuti. Comunque la rappresentazione emotiva  conoscenza, e, siccome ogni sentimento ha una reazione motoria, oggi si dice ch' anche un'idea-forza. Noi diremmo pi brevemente, ch' una percezione secondaria emotiva. E tal quale  la percezione delle parole scritte sul telegramma del penultimo esempio della pagina 111 [capitolo II - 5 esempio 3], parole che sono stimoli rappresentativi, che la coscienza conosce in modo fortemente emotivo, per le disposizioni a percepire tutta la frase cos e non diversamente.
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Anche per chi ammette delle rappresentazioni sentimentali, pur dichiarandosi contrario alla divisione della psiche per facolt, sguita spesso a credere, che la rappresentazione sia un fatto psichico conoscitivo legato a quello sentimentale. Onde si cerca, se sia possibile una memoria puramente affettiva (180), senza capire che la memoria  l'affetto stesso, non potendo esser l'oggetto di certo; e poi si  trascinati allo studio di astratti emozionali fin che il Ribot arditamente fonda una logica dei sentimenti, non gi per dimostrare che la ragione  anche sentimento, ma per dimostrare che vi sono dei sentimenti-ragionamento, con un processo logico tutto lor proprio, diverso da quello della intelligenza-ragione (181).
Scivoliamo cos nella seconda questione, se questi siano i soli fatti sentimentali. Ma nel campo della sensibilit, non vi ha percezione, e quindi conoscenza, che non sia interessata, ossia chiamata verso lo stimolo  (attenzione passiva) perch questo risponde in qualche modo alla sua presente disposizione sentimentale  (bisogni, tendenze ecc.). Un bombus tra mille fiori vede l'Antirrhinum e vi accorre, tra mille odori sente a molti chilometri quel della femmina: gli altri colori e odori per lui non esistono. Se si chiede  ( un'esperienza ch'io ho fatto) a tutte le persone che sono state in camera mia, che cosa questa contenga di notevole, oltre il mobilio comune, risulta, che l'uno ha visto libri, l'altro ha notato un quadro, il terzo una certa profusione di ninnoli eleganti, il quarto, una donna, ha notato la rivoltella e la fotografia di mia madre: altro non ricordano, cio non sanno; ognuno ha notato quel che la sua affettivit, abitudine  (memoria) e bisogno fisio-psichici lo portavano a fissare. Inutile distinguere col Wundt una appercezione dalla percezione; distinzione incerta, resa chiara dal suo paragone tra campo visivo e punto visivo della retina: a dir vero, non  percezione quella che non ha interesse e quindi attenzione appercettiva, concomitante organico dell'affettivit (182). Ognuno pu facilmente intendere, che gli stimoli meno interessanti per ragioni sensibili o, come si diceva, intelligibili sono in proporzione meno percepiti e anche men conosciuti; per cui allo zero affettivo corrisponde lo zero conoscitivo, sia come sensibile, sia come memoria corrispondente.
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Se poi saliamo nel regno della intelligenza, ognuno guardi se stesso e gli uomini intorno, notando i loro ragionamenti giornalieri: si accorger, che non uno  (sarebbe un assurdo) ragiona per ragionare, ma ogni sguito di giudizi si aggira intorno ad argomenti che pi lo interessano, diversi secondo la condizione sociale, il sesso, l'et, le particolarit della sua vita; e che ciascuno, come si suol dire, tira l'acqua al suo mulino, ossia volente  (sofisma), o, come assai pi spesso, inconsapevole, piega il ragionamento dalla sua parte. Il razionalismo antico e moderno ha lasciato la sua traccia nel preconcetto, che gli uomini seguano la ragione come norma delle loro azioni. Al contrario, gli uomini seguono il loro sentimento, che si manifesta anche ragionando, ma sempre interessato, pronto a ricadere nella sfera dei sensibili, che sono la lotta coi pugni o le armi, non appena i ragionamenti non bastino ai propri bisogni. Se si dicesse poi, che vi ha un ragionamento fatto per ragionare ossia fine a s stesso, ch' poi il ragionamento scientifico, all'intento di scoprire la verit, non  difficile porre in evidenza, che anche qui un sentimento, sia pur di lusso (183), dirige l'opera o, in altri termini, le percezioni verbo-visive, uditive, motorie esistono perch esiste il piacere del loro seguirsi fino a una conclusione e il dolore del loro mancare o interrompersi. Si aggiunga, che la scienza  poi sempre diretta a priori, anche quando meno si pensa:  un punto di vista, e, fino a un certo grado, una conclusione anticipata. La logica del ragionamento non  che un caso, pi raro, pi differenziato, per un progresso psichico maggiore, o una disposizione mentale  (affettiva, ossia, rispetto allo stimolo, conoscitiva) pi evoluta, della logica detta dal Ribot del sentimento. In ogni modo nella gran maggioranza degli uomini, e, anche negli spiriti scientifici, nella gran maggioranza dei casi,  la logica del sentimento che fa le spese della intelligenza (184).
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Alle stesse conclusioni giungeremmo, se qui fosse il caso, partendo dal punto di vista biologico: perch non vi  attivit organica, che non abbia per fine i bisogni biologici dell'organismo stesso. L'affettivit non  per ci solamente conoscenza, ma insieme attivit organica; l'eccitazione  coscienza e movimento; la percezione non  soltanto un rapporto psicofisico, ma insieme un rapporto psicomotorio.
Possiamo chiamare, coi pi moderni, valore (185) della percezione, la coscienza dello stimolo intesa come interessatavi e capace di reagire. L'esame dei fatti psichici prevalentemente emotivi, e perci pi adatti allo studio concreto, ci permetter di determinare meglio, quale rapporto stia incluso nel valore di ogni singola percezione, e di ogni processo o sequenza percettiva.
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2.
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Teorie delle emozioni.
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La teoria associazionista vuole, che le emozioni siano stati psichici fortemente sentimentali, svegliati, non pi direttamente dallo stimolo, come nelle sensazioni di piacere e dolore fisico, ma dalle rappresentazioni evocate dallo stimolo esterno ovvero da altre rappresentazioni; per cui si conclude, che l'emozione  un piacere o dolore morale. E mentre nelle sensazioni l'intensit del sentimento  in rapporto diretto con l'intensit dello stimolo, nelle emozioni questo rapporto  alterato dai fattori rappresentativi che s'intercalano.
Le emozioni non si possono dunque chiamare fatti puramente sentimentali e punto conoscitivi, dal momento che si fanno intorno a rappresentazioni. Ma l'errore dell'intellettualismo sta appunto, nel serbare alle rappresentazioni il loro carattere conoscitivo distaccato da quello sentimentale: onde sorge il problema insolubile, come un fatto conoscitivo, mettiamo la rappresentazione  (idea) della morte al vedere una pistola puntata verso di noi  (stimolo esterno) possa dar luogo a uno stato sentimentale.
La scuola fisiologica, maturatasi nell'esame delle reazioni organiche, prima trascurate e messe poi in evidenza dal Darwin  (reazioni esterne) e dai fisiologi  (reazioni interne), come concomitanti necessari di ogni fatto emotivo, ha mutato la serie posta dall'intellettualismo: stimolo esterno - rappresentazioni evocate - sentimento - movimenti organici, senza curarsi di eliminare prima i preconcetti inclusi in questa serie, rovesciando l'ordine dei due ultimi termini, e affermando che il sentimento non pu direttamente riportarsi alle rappresentazioni, ma non  che il riecheggiare nella coscienza dei movimenti organici, sopprimendo i quali, cesserebbe esso pure. Cos il sentimento morale  ricondotto al sentimento fisico (186), e lo si spiega con il collegamento delle vie sensorie con le vie motorie: lo stimolo puro e semplice o le sue rappresentazioni contigue ecciterebbero direttamente i movimenti organici, e sopra tutto i riflessi interni, ossia alterazioni nelle funzioni circolatorie, respiratorie ed altre, diverse queste secondo il genere di stimoli: l'eccitazione sentita consiste nel sentimento di quelle modificazioni. Il grande merito della teoria dei Lange, James, Ribot, Sergi  di aver dimostrato l'insufficienza delle precedenti e di aver messo in luce il rapporto psicofisiologico di ogni fatto emotivo.
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Parliamone ancora. Il Lange, nel suo libretto ormai famoso, partendo dal principio metodologico, che lo studio scientifico debba essere oggettivo e non soggettivo (187), e mettendo perci in rilievo le modificazioni dell'innervazione muscolare e specialmente quelle vascolari, come precedenti ogni altra manifestazione emotiva, conclude, che sono esse la causa della emozione soggettiva, e lo riprova dimostrando, che cause puramente fisiche artificialmente, come il comprimere la carotide, o naturalmente, come per l'ebriet prodotta dal vino e da altre sostanze e come le anomalie fisiologiche dei malati, producono egualmente stati emotivi senza una causa intellettiva.
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Il James corresse, prima di conoscerla, la teoria del Lange, riferendo l'emozione a tutto il gruppo delle modificazioni organiche espressive (188), e provando con l'analisi introspettiva che, se si toglie dalla rappresentazione di una emozione la coscienza di tutte le sensazioni dei suoi sintomi particolari, non resta pi nulla di quell'emozione (189). Analogamente, nel fatto, mettiamo, di un individuo affetto da quella forma patologica di paura ch' l'ansiet precordiale, questa si deve all'incapacit di respirare profondamente, all'accelerazione cardiaca e alle modificazioni epigastriche; tanto vero che, nel momento stesso in cui l'ammalato riesce a respirare profondamente e a stare in piedi, si libera della sua paura. Inoltre si pu sperimentalmente riprodurre, in certo modo, lo stato emotivo, mettendosi nelle medesime condizioni di espressione esterna ed organica.
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Il James corregge il Lange anche per altri due aspetti, che giova mettere in evidenza. Prima di tutto, le emozioni non sono soltanto scoppi di sentimento, ma hanno una durata, e, di fronte alle emozioni-scoppio ci sono le emozioni-stato sentimentale (190). Ora, il James assai giustamente dimostra, che ciascun momento emotivo influisce su quello seguente; il decorso intiero non si pu dunque riferire n al solo stimolo primitivo n alla sola reazione immediatamente avvenuta. In secondo luogo, il James comprende, sebbene un po' nebulosamente per i suoi precedenti intellettualisti e dell'associazionismo, che lo stimolo, o, come dice, la sensazione particolare immediatamente induce gli effetti corporei emotivi prima dell'idea emozionale (191): cos la prima volta che l'autore vide salassare un cavallo, svenne all'insaputa, quando ignorava che la vista del sangue produca di simili reazioni. In questo modo, sebbene, ripeto, ancor confusamente, egli intende l'emozione come periferica nei suoi stimoli, dei quali sarebbe il riassunto, come l'accordo  il riassunto di due suoni di un certo intervallo.
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Qui possiamo fermarci con l'esposizione. Se ben si considera, la teoria fisiologica dell'emozione si accosta all'esperienza, nelle sue particolari vedute, assai pi della teoria classica, ma nelle sue ultime conclusioni solo apparentemente d una spiegazione scientifica del fatto emotivo. Spiegazione scientifica sarebbe quella, se fosse possibile provarla, che riconducesse la coscienza tutta quanta alle modificazioni organiche, come causa questa necessaria e sufficiente di quella: ma ne siamo ben lungi. Se uno stato sentimentale pu sorgere e perdurare, come ben provano quegli autori, corrispondentemente ad una condizione patologica degli organi esterni al sistema nervoso, esso riducesi poi ad una sensazione di quelle che si dicono interne, splancniche ecc., e non differisce da esse, che per una pi vaga localizzazione e per un tono complessivo in relazione con un'anomalia pi estesa e varia, come pi duratura. Si tratta dunque di uno stimolo sentito, organico anzi che esterno, come nelle emozioni propriamente dette. N si pu credere, che una anomalia nervosa da s produca lo stato emotivo, perch l'anomalia nervosa  una disposizione funzionale meno perfetta di fronte alla pi perfetta normale, e non pu dunque verificarsi in concreto e risultare coscientemente, che nella funzione attiva, ossia di fronte a stimoli periferici (192).
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Inoltre la teoria emotiva non pu ormai, come dicemmo, differire da una teoria analoga della sensibilit di piacere e dolore fisico, per cui la nuova serie degli elementi di ogni emozione, proposta dai fisiologisti,  la seguente: nel caso pi semplice, stimolo - razione organica riflessa - sentimento; nel caso pi complesso, stimolo - rappresentazione - reazioni organiche riflesse - coscienza complessiva sentimentale. Il fatto sentimentale sarebbe secondario nell'una serie come nell'altra e dovrebbe seguire la reazione immediata: ma l'esperimento dimostra, che, se non vi ha mai ritardo nella espressione fisiologica dello stato affettivo in rapporto con esso, non vi  nemmeno ritardo di questa coscienza sentimentale in rapporto con la reazione organica stessa (193). D'altra parte, nella serie pi semplice bisogna supporre gi dato il meccanismo riflesso, per cui lo stimolo ecciterebbe direttamente il movimento di reazione; concezione assurda, se s'intende lo stimolo come pura conoscenza, ovvero oggetto. Si deve quindi intendere, ch' l'eccitazione nervosa, la quale, senza apparire alla coscienza, provoca il movimento: onde la necessit di una teoria che spieghi l'arco riflesso senza intervento della coscienza, cosa che si  fatta riferendosi all'istinto e parlando di coscienza in un senso pi particolare, mentre poi, e bisogna riammettere l'intervento chiaramente cosciente ogni volta che lo stimolo interessa pi del consueto il sistema nervoso, e bisogna, risalendo a ritroso nel processo genetico, giungere a un momento, nell'individuo o sia pur nella specie, in cui riappare la coscienza come fattore psicomotorio, per quanto conoscitivamente imperfetto. E nella serie pi lunga, bisogna attaccare il movimento alle rappresentazioni, che diventano cos idee-forze; dove, o l'idea  sentimento, e ritorna dalla finestra quello che si era voluto spinger fuori dalla porta, o  pura conoscenza, ed ancora pi strana appare l'ipotesi di una conoscenza - oggetto che  motoria allo stesso titolo con cui lo erano le sensazioni particolari capaci di riflessi immediati, con la differenza che qui l'espressione organica di quelle rappresentazioni non  la innervazione di uno o pi muscoli, ma la modificazione di tutto il tono generale. Quel che vi ha di giusto in tutto ci,  il difetto della teoria classica, ancora difesa dallo stesso Wundt, secondo cui, la rappresentazione ecciterebbe il sentimento emotivo e questo i movimenti organici d'espressione, laddove rappresentazione, sentimento e reazione motoria sperimentalmente non appariscono in quest'ordine n si possono ricondurre ad un ordine seriale. La scuola classica e quella fisiologica peccano del medesimo errore, l'illusione intellettualista che lo stimolo sensitivo e la rappresentazione siano stati soggettivi anzi che oggetti sentiti, e che il sentimento sia un altro carattere soggettivo anzi che il soggetto senziente e movente al tempo stesso e per la stessa ragione fisiologica.
Aggiungiamo qualche altra considerazione di ordine generale.
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 affatto arbitrario ammettere, come implicitamente si ammette in queste discussioni, che la emozione sia un fatto psichico in rapporto soltanto, secondo gli uni con le rappresentazioni intellettive, secondo gli altri con le sensazioni del proprio stato organico. Sarebbe come dire, che l'emozione sorge da uno stato neutro, dal nulla soggettivo, e dopo la crisi emotiva, rapida o lenta, cessa del tutto. Gi la reazione organica, considerata da sola, non sorge dal nulla motorio, perch si riduce a una variazione o di movimenti gi esistenti, e gi normalmente soggetti a variazioni, o di disposizioni motorie, secondo le innervazioni muscolari gi esistenti. La legge pi fondamentale a cui si possono ricondurre le altre su l'espressione emotiva, , che la eccitazione nervosa si rovescia per le vie pi facili: dove la facilit della reazione consiste nella disposizione anatomica e fisiologica preesistente, alla sua volta formatasi in modo analogo su disposizioni pi primitive; in una parola, su movimenti abituali. Le altre leggi del Darwin (194), prima e seconda, si riducono a questa: la quale ha valore tanto per i movimenti utili quanto per quelli di pura espressione esterna, quanto poi per quelli organici interni trascurati dal Darvin, come dai pi moderni si trascurano invece i primi. In altre parole, la reazione emotiva si riduce a un'esagerazione delle disposizioni motorie gi esistenti, salvo a crearne in minima parte di nuove sulle antiche  (nuove coordinazioni motorie). Notiamo subito, che tutta la vita psichica, e non soltanto quella pi particolarmente detta emotiva, porta seco movimenti di reazione, che si sviluppano su le abitudini motorie, o vi aggiungono nuove coordinazioni, secondo l'interesse ossia il bisogno individuale.
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Parallelamente la coscienza emotiva  un'esagerazione della coscienza affettiva preesistente, secondo la quale si sviluppa, aggiungendovi la propria impronta nel senso di una eccitabilit o disposizione soggettiva verso gli stimoli avvenire, che sar poi la memoria affettiva, o carattere, e, ad ogni stimolo, si dimostrer come l'esponente eccitatorio di esso, che corrisponde poi all'idea-forza dei metafisici.  metafisica l'ammettere, che la coscienza sia una virt a s, uguale per tutti, nella quale s'inquadrano delle idee-forze, che risorgono come rappresentazioni al richiamo dello stimolo esterno; la coscienza in ogni momento  la eccitabilit affettiva di quel momento, sempre diversa; in altri termini,  il grado di eccitabilit fisiologica e psicologica predeterminato dalla precedente esperienza, non come un residuo di essa definito e ubicato nel cervello, ma come una disposizione generale di fronte agli stimoli. La entit della emozione, quand'essa insorge, non si pu dunque ridurre al riecheggiare soggettivo della reazione organica, n alla rappresentazione, quando questa sia ritenuta un puro intelligibile. Un passo che risuona sulle scale, desta un'emozione di terrore nel ladro ch' in procinto di scassinare una porta, un'emozione di gioia nell'amante che l'attende dall'uscio socchiuso; un sentimento di curiosit nella vecchia pettegola che spia dall'altra parte;  quasi indifferente a me, che nessuno aspetto, n temo, n indago. La reazione organica diversa a quel medesimo stimolo, se, come vuole la teoria Lange-James,  causativa della coscienza emotiva, ha per bisogno alla sua volta di essere giustificata come diversa da una diversit delle rappresentazioni  (l'idea della persona che ascende le scale) connesse con lo stimolo uditivo: diversit non soltanto conoscitiva, ossia oggettiva, ma soggettiva, ossia affettiva. Il problema  spostato, ma non risolto.  spostato, ipoteticamente ammettendo che la rappresentazione, mettiamo, della donna amata che sale le scale sia direttamente motoria di perturbazioni circolatorie e respiratorie, oltre che di infinite altre organiche concomitanti, che bisogna supporre per ispiegare almeno lontanamente la sfumatura particolare di quella emozione, che in modo affatto generale e inadeguato diciamo di gioia. Ma bisogna risolvere l'altro problema, come la presenza della stessa donna altra volta abbia apportato modificazioni organiche analoghe, sempre inconsciamente, apparse poi alla coscienza come emozioni. E cos all'infinito.
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Giustamente questi psicologi hanno ricordato, che per cause puramente nervose, come quelle speciali modificazioni chimiche, ignote ma certe, che seguono l'ingestione dei nervini come il caff, l'alcool, l'haschis e via, si producono stati emotivi; e il medesimo si dica, per quelle disposizioni nervose, che diciamo degenerative o patologiche. Il caso normale non pu differire da quello anormale, chi lo nega? Ma questa  una prova anzi contraria alla teoria, la quale non riduce l'emozione alla disposizione nervosa ossia allo stato di eccitabilit, ma alla coscienza complessiva delle perturbazioni organiche viscerali ecc. Siamo ben lieti noi di questa prova: l'alcoolizzato che abbraccia e parla teneramente con la prima colonna in cui ha dato del naso, era gi disposto emotivamente di fronte a ogni stimolo in modo, che diciamo tenero, e la tenerezza non  dunque n l'apparire soggettivo di nuovi movimenti concomitanti, n la reviviscenza rappresentativa evocata dalla colonna, ma gli uni e gli altri condizionati dalla eccitabilit disposta a quel modo, da rappresentarsi la colonna come persona amata e da indurre le modificazioni organiche nuove corrispondenti al nuovo momento.
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Lo stesso avviene nel caso normale, dove si ha da parlare di disposizione nervosa e, sia pure, organica in genere, non di efficienza del nuovo momento organico sul momento soggettivo. In questo senso  pi giusto il concetto del Ferrero, il quale acutamente osserva, che uno stimolo rappresentativo, come l'idea  (parlata) della morte,  emotivo a seconda dello stato organico su cui agisce, onde al vecchio appare in un'emozione di paura, mentre ch' quasi indifferente al giovane rigoglioso (195). Ma questo  un concetto ben diverso da quello del Lange.
Anche l'altra prova, che atteggiando l'organismo ad esprimere un'emozione, questa insorge nella coscienza, non  punto una prova a sostegno della tesi. Se atteggio il volto a riso, nulla di strano che questo diventi lo stimolo di un sentimento, dir cos, ridente, come lo sarebbe guardare un altro che ride, per le solite ragioni, che di solito si dicono associative. Del pari, poi che l'emozione non  un momento brusco, ma una serie pi o men duratura, da quella brevissima e acuta, di un terrore presto sedato al cessare del pericolo imminente, a quella profonda e pi lunga di una passione, a quella poi perenne, che diciamo il carattere, collerico, ambizioso, poetico e via, i concomitanti organici di ciascun momento si fanno stimoli dei momenti seguenti, o da soli, o aggiunti agli altri. In questo senso  vero, che, mettiamo, l'atto del fuggire aumenta di mano in mano la paura, perch aggiunge la sensibilit di movimenti di fuga  (non di movimenti soltanto, astrazion fatta dal loro valore) alle altre ragioni precedenti di terrore: tal quale se, invece di sentire il proprio movimento, si vegga quello altrui, ugualmente legato, come si dice, a rappresentazioni paurose, come avviene in teatro, dove veder fuggire gli altri  un raddoppiare l'emozione propria.
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In fine, quanto alla prova portata dal James, che non si possa immaginare un'emozione senza pensarvi connesso lo stato organico che vi ha corrisposto, essa non  punto dimostrativa. Intanto, in astratto, cio su rapporti di parole, si pu benissimo pensare l'emozione senza la sensibilit dello stato organico; tanto vero, che gli autori antichi lo hanno sempre completamente trascurato. Ma una rappresentazione pi integrale ci d connessi gli elementi, dir cos, corporei col sentimento corrispondente, non ad essi soltanto, ma allo stimolo primitivo, come una contiguit necessaria; allo stesso modo che non si pu pensare a un'arancia senza connettere con gli elementi visivi, quelli tattili, gustativi ecc. Da ci non si conclude, che gli uni siano efficienti degli altri. Se l'introspezione si fa, com'io sempre faccio, per quello sdoppiamento di personalit proprio ad alcuni individui, mentre l'emozione stessa perdura, la contiguit degli stimoli organici e di quelli primitivi appare evidentissima, mentre non appare evidente che il sentimento col quale  accolto lo stimolo sia non altro che il sentimento dello stato organico corrispondente: sento la paura o la gioia e sento i battiti del cuore quando quei passi risuonano sulla scala: tutt'e due immediatamente, appena lo stimolo mi eccita. Se riuscissi a comprimere i battiti del cuore, a sedare il tremito, a regolare il respiro, certo, riuscirei anche ad annullare l'emozione, perch riuscirei al tempo stesso ad annullare la potenza eccitatoria dello stimolo, non in quanto quella potenza sia prima motoria e dopo, indirettamente, emotiva, ma in quanto  al tempo stesso l'uno e l'altro: eccitazione vuol dire, oggettivamente, la cosa stimolante; soggettivamente, l'affetto, fisiologicamente, l'innervazione motoria; non in tre momenti, ma in un solo. Ma dove per caso o per artificio (196) venisse a mancare la condizione organica dei soliti movimenti, non mancherebbe, almeno al suo primo scoppio, ossia nel rapporto con lo stimolo, l'emozione a questo corrispondente, bench diverrebbe biologicamente incongruente per la stessa ragione, per la quale sarebbe incongruente la coscienza di un vegetale, che non pu reagire con movimenti allo stimolo.
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La concomitanza delle perturbazioni organiche con la coscienza affettiva, d pieno diritto di fare delle prime la misura delle seconde, come il fisico, per riprendere l'esempio del Lange, fa del carattere di rifrazione la misura dell'energia luminosa, senza includere che la rifrazione sia la causa della luce. La scienza ha bisogno di stabilire delle costanti, che servano di termine comune, meno variabile, per raggruppare gli altri caratteri pi varj e pi specifici. Si ottengono cos delle leggi statiche, che sono per diverse da quelle dinamiche causative, e giovano sopra tutto alla comparazione dei fatti. Cos in psicologia  legittimo comparare le emozioni, cos diverse l'una dall'altra, sotto quella misura comune, pi costante  (e perci appunto non esplicativa), ch' la reazione motoria la quale raggruppa le emozioni secondo caratteri di genere e non di specie (197). Ma il pensiero del Lange  ben diverso.
Rivolgiamoci all'ipotesi intellettualistica, sia quella inclusa nella teoria Lange-James, che una rappresentazione sia il fatto soggettivo presente all'apparire dello stimolo, la quale, come idea-forza, per le precedenti connessioni, produca riflessi motorj, che alla lor volta siano sentiti emotivamente; sia quella della scuola classica, che la rappresentazione induca direttamente lo stato sentimentale, ossia un elemento psichico conoscitivo richiami un elemento psichico sentimentale.
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L'aspro stridore prodotto da due lame di coltello strofinate violentemente per il filo l'una sull'altra  (rubo l'esempio al James),  uno stimolo sonoro sgradevolissimo: siamo in un campo puramente sensitivo  (percezione semplice). Se lo stridore fosse gi per s un fatto psichico, ossia una rappresentazione primaria, formatasi nei centri uditivi, sarebbe assai difficile spiegare, come la rappresentazione provochi, dopo, un sentimento spiacevole, quando gi appartiene alla coscienza conoscitiva. Sarebbe altrettanto difficile comprendere, come, essendo puro conoscere, provochi dei movimenti organici, gli uni puramente espressivi, come un restringersi dei capillari e l'orripilazione, gli altri di difesa, come il turarsi le orecchie o l'affibbiare uno scapaccione all'autore di quella cacofonia. Ma a dir vero, come dimostrammo, il suono  un fatto esterno, conosciuto in quanto c' una disposizione nervosa periferica ad eccitarsi di quello stimolo e una massa nervosa centrale che sbocca alla periferia come d'altra parte s'insinua negli elementi motorj. Conoscere un suono vuol dire dunque eccitarsene fisiologicamente, e coscientemente sentirlo, n il sentimento  operazione dissimile dalla conoscenza. Siccome poi l'eccitazione nervosa si traduce in movimenti dovunque incontri gli elementi motorj, secondo le disposizioni motorie acquisite  (movimenti riflessi) o, di fronte a stimoli nuovi, in nuove disposizioni  (movimenti volontarj), il sentimento di quello stimolo non  operazione diversa dalla reazione motoria immediata. Oggetto, sentimento e movimento sono dati simultaneamente nel doppio rapporto psicofisico e psicomotorio, giustificato dall'anatomia, dove il soggetto  una sola qualit, l'eccitazione sentita, che rispetto allo stimolo acquista un valore conoscitivo e rispetto al movimento un valore espressivo e volontario in senso largo. Tanto vero questo, che di fronte al medesimo stimolo, questo rimanendo immutato perch  un non-io, come dicono i filosofi, muta soltanto il soggetto, secondo la disposizione affettiva: lo stridore delle due lame  piacevolissimo al mio gatto, perch  segno che la domestica arrota i coltelli per tagliare la carne in cucina. E la reazione motoria  qui diversa come l'eccitazione; il gatto si alza sui piedi posteriori e miagola di desiderio.
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Il James, credendo che il sentimento spiacevole sia effetto dei movimenti anzidetti, deve diffondere per le vie motorie periferiche la ragione anatomica del sentimento, e conclude che non vi sono centri emotivi. Ma se in qualche modo s'ha da intendere una teoria dei centri psichici,  appunto in questo, che l'eccitabilit e perci l'affettivit delle parti centrali si rovesci sullo stimolo periferico dall'interno all'esterno, ed, eccitandosi, al tempo stesso si traduca in movimenti per le vie pi direttamente connesse. Di fatti, asportando le parti centrali, quello che si abolisce non  il conoscere oggettivo ma, come dicemmo, il tono di affettivit: il cane scerebrato vede ancora la carne, senza accorrervi, il guardiano, senza fargli festa; ogni sperimentatore ha notato l'apatia, l'abbassamento del livello di sensibilit degli animali operati. E ledendo le vie di comunicazione fra gli organi, ci che si abolisce non  il conoscere oggettivo, ma la reazione organica, producendosi una paralisi. Infine, il conoscere rimane sempre pi come oggetto e sempre meno come soggetto; e rimane fin quando vi ha qualche parte illesa ancora eccitabile cio sensibile.
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Ho freddo e tremo;  un solo processo organico. N lo spiacevole del freddo  dovuto al mio tremito, n viceversa. Ci non impedisce, che il tremito stesso si faccia stimolo organico di un nuovo stato psicofisiologico: pi tremo e pi soffro, onde, di pari passo, reazioni organiche sempre pi intense. Ci non impedisce neppure, che l'eccitazione di un momento e la corrispondente affettivit produca nuove reazioni organiche non pi immediatamente dipendenti dallo stimolo primitivo, ma dalla percezione, che dico il mio stato d'animo di questo secondo momento: cos, sentendo freddo, vedo un caff e vi entro per ripararmi. Ma di questo pi tardi.
Nella sfera sensitiva, ogni percezione ci si presenta in questo doppio rapporto: una cosa conoscibile direttamente sentita, a cui si reagisce. Questo sembra meno evidente per la maggior parte delle percezioni visive e uditive, perch sono quelle che meno eccitano il sistema nervoso e la reazione organica corrispondente, apparendo fredde, ossia pure conoscenze: onde si conclude che il conoscere  una propriet psichica indipendente dal sentire. Ma si avverta questo. Gli sperimentalisti ammettono un senso speciale del dolore, come sarebbe quello eccitato col pungere la cute per mezzo dell'algesimetro. Padronissimi di chiamare dolore solo l'affettivit pi intensa destata dagli stimoli che disintegrano e ammortizzano la sostanza organica: noi chiameremo allora dispiacere o altro simile l'affettivit meno intensa, ma dello stesso genere, destata da altri stimoli, come, mettiamo, nei sensi cutanei stessi, lo scorrer col dito sulla superficie scabra della carta-vetro; come ho detto altra volta,  questione d'intendersi. Ora, la prima volta che s'introduce la siringa del Pravaz nello strato dermico di una bambina anemica, che abbia bisogno di una cura ferrugginosa, ella soffre, piange, si divincola: il pletismografo, lo sfigmografo ed lo pneumografo, se le si volesse applicare questi altri supplizj, registrerebbero gravi turbamenti circolatorj e respiratorj. Dopo qualche mese di cura la bambina non  guarita dall'anemia, ma, in compenso, sopporta con tutta rassegnazione le punture, anzi, come dice lei, "non se ne accorge pi". Si dovr dunque concludere, che la percezione della puntura non  pi affatto dolorosa? ovvero, ch' ormai una pura conoscenza? Eppure quegli psicologi dicevano, che il sentire  un senso e il conoscere sono gli altri.
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La funzione biopsichica, direbbe il Sergi,  estofilattica: di fronte agli stimoli sentiti l'organismo reagisce, e a mano a mano si adatta ad essi; adattarsi in fisiologia nervosa  quanto dire eccitarsi sempre meno, bastando una sempre minore eccitazione alla reazione organica sempre pi facile, o riflessa  (per gli stimoli esterni) e automatica  (per gli stimoli interni) che dir si voglia. Di pari passo che diminuisce l'intensit e l'escursione della eccitazione per le vie nervose  (arco diastaltico), diminuisce la sua qualit psichica, ch' il sentimento, mentre lo stimolo, oggetto, rimane e seguita ad apparire, fin che  presente all'organo sensorio. Ma nemmeno sarebbe pi qualcosa lo stimolo, se per qualcosa non eccitasse il nervo. Di fatti, non  vero che lo stimolo sia conosciuto pi quanto meno  sentito;  vero, che la percezione pi intensa, come quella dei sensi organici, oblitera quella meno intensa, come una visiva: cos di quel famoso vaso sulla testa, che non fa veder pi le case e le persone circostanti. Ma tra il conoscere del vedere disattento e il conoscere del vedere attento, pi interessato, rispondente a un bisogno, ossia avvenendo in modo pi sentimentale, questo la vince su quello. Lo scienziato sa pi dell'ignorante, perch ha maggior piacere di conoscere e maggior dispiacere di ignorare.
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Ora, in tutti i campi sensorj si avvera, che alcuni stimoli siano sempre presenti al sistema nervoso: perci sono i meno eccitanti e anche i meno avvertiti  (e conosciuti). Cos gli stimoli interni delle funzioni organiche normali; cos, dall'esterno, il contatto degli abiti, il tic-tac dell'orologio, ecc. E per il campo visivo e quello uditivo, essendo gli occhi e gli orecchi sempre aperti alla luce e ai suoni, la maggior parte degli stimoli sono presso che indifferenti, tanto da non determinare una eccitazione capace di riversarsi per le vie motorie o appena capace, per quel tanto, che  appunto il tono muscolare dello stato di veglia. Ma se due lame di coltello stridono, se un monello urla per la strada, se un lampo abbaglia, se una signora di cattivo gusto veste di giallo e verde, ci urta i nervi, si soffre, si reagisce con una smorfia o con una esclamazione poco lusinghiera.
Osserviamo infine che gli organi dell'udito e della vista sono esposti a una quantit di stimoli di gran lunga superiore in numero a quella degli altri sensi; non soltanto, ma gli stimoli visivi e uditivi agiscono di lontano: gli stimoli pi organici sono gi piacevoli o spiacevoli quando son dati, gli stimoli visivi e uditivi ci avvertono degli oggetti, che possono essere piacevoli o spiacevoli, precorrendo la sensibilit organica, o, in altre parole, si fanno segni del piacere e dolore fisico. Se vedo una pistola appuntata contro di me, sono avvertito di un dolore organico possibile. In altre parole ancora, queste percezioni sono pi emozionali. Affettive sempre, per.
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Ma in che differisce poi l'emozione dal sentimento semplice? Nella rappresentazione, si dice. Lo stridore delle lame di coltello stropicciate, che per me  uno stimolo sensitivo spiacevole, per il mio gatto  uno stimolo emotivo piacevolissimo, perch a quel rumore sorge in lui la rappresentazione della carne che si taglier in cucina, o, pi esattamente, del buon sapore che guster, di qualche rimasuglio che la domestica gli  solita regalare. Il rumore di chi arrota due coltelli , per il gatto, il pregustare la carne: tra pregustare e gustare c' diversit di grado, non di qualit; lo stimolo uditivo  anche uno stimolo gustativo, questo anzi sopra tutto. La rappresentazione non  dunque un puro oggetto, peggio ancora se si dicesse una oggettivit psichica: esiste per la disposizione affettiva, per cui lo stimolo uditivo  gustato; affettiva, sia in un senso pi generale, per cui la percezione di uno stimolo  determinata dalla disposizione soggettiva, che non crea intellettivamente n lo stimolo n le sue rappresentazioni, ma trova nello stimolo le qualit rappresentate da esso; sia qui nel senso di un grado pi intenso di affettivit, ch' l'eccitazione capace soggettivamente di un piacere, organicamente, di una reazione, proporzionalmente intensi l'uno e l'altra.
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Nel fatto, che dico intelligenza, come nel fatto, che dico emozione, vi ha sempre il medesimo processo, ch' una percezione secondaria, con la differenza, che l'affettivit della percezione intellettiva si pu limitare a quel tanto che basta all'eccitamento complessivo  (rappresentativo) dello stimolo, ovverosia al prodursi d'innervazioni sensorie, come le chiamammo, corrispondenti ai gruppi di processi sensitivi nel passato complicati con quello dello stimolo ora di nuovo presente da solo. Si pu limitare, dico, a questo l'affettivit percettiva: ma di solito non vi si limita, anzi l'intelligenza prende tutti i caratteri della emotivit, in grado pi tenue e su stimoli esterni anzich interni. Allora, l'innervazione sensoria rappresentativa  al tempo stesso innervazione motoria  (come nel linguaggio pensato) e movimento a dirittura, come fra poco vedremo. In somma, l'intelligenza si pu chiamare l'emozione degli stimoli men direttamente interessanti l'organismo, o, con linguaggio che ritroveremo nel paragrafo 5, meno temuti o desiderati.
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Le rappresentazioni emotive sono dunque gi date nello stimolo, n divengono pi tardi sentimento; sono motorie in ragione della eccitazione che le contiene, n sono idee-forze e poi sentimenti; l'emozione  la percezione di uno stimolo che sentiamo immediatamente piacevole o spiacevole perch altra volta portava seco qualit piacevoli o spiacevoli; queste non sono percepite a parte, ma in esso, come stimolo segno. A questo modo la parola  emotiva, e la frase "due lame strisciate lungo il taglio" pu far accapponare la pelle di un lettore suscettibile in modo spiacevole della percezione pi semplice analoga. Sentimento e reazione organica sono due aspetti della eccitazione, contemporaneamente sentita e movente; bench la reazione stessa diventi nel decorso dell'emozione un nuovo stimolo aggiunto agli altri sensorj per nuovi processi emotivo-motorj.
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3.
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Il rapporto psicofisiologico.
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 ormai tempo di dimostrare, come gi deduttivamente apparisce dal precedente discorso, che il rapporto psicofisiologico non si avvera solamente per i fatti in prevalenza sentimentali ed emotivi, ma per ogni fatto psichico, anche per quello che si dice percezione e per quello che si dice intelligenza. Cos che la teoria delle emozioni acquista un valore generale, proprio come le osservazioni fatte sui casi patologici, che offrono il vantaggio di porgere i fenomeni psichici esagerati e pi isolati, si estendono anche alla psiche normale e ai casi men chiaramente analizzabili.
Lo studio del rapporto psicofisiologico pu riferirsi a serie diverse di concomitanti organici, che bisogna distinguere. Quando si considera, per esempio, l'aumento di temperatura in rapporto con le operazioni coscienti, come si fece dal Mosso  (1886) al Gley  (1903), ci si occupa evidentemente di un concomitante organico indiretto della funzione nervosa, dovuto non all'attivit peculiare dell'eccitazione, ma alle manifestazioni fisiche del lavoro biologico, per essa suscitato. Lo stesso si dica, per chi studiasse le alterazioni nei fenomeni del ricambio, in rapporto con fatti psichici a bastanza duraturi, come il lavoro mentale prolungato, o, come si  fatto in patologia, con stati emotivi duraturi. Lo stesso si dica ancora delle perturbazioni di circolazione sanguigna dovute all'aumento di attivit nel ricambio dell'organo nervoso prevalentemente esercitato. A questo proposito noto, che gli autori non si sono mai posto il problema, qual parte abbia, nelle modificazioni circolatorie durante stati psichici intensi o duraturi, come l'iperemia cerebrale (198), il processo nutritivo dei tessuti e quale l'innervazione vascolare direttamente alterata dal riflesso psicomotorio (199). Evitando questa confusione si potrebbe vederci pi chiaro, non soltanto nella questione posta qui avanti in nota, ma altres nella questione cos controversa del rapporto fra le modificazioni circolatorie cerebrali e le altre restanti, apparentemente contraddittorie (200).
Ma prima dello studio, appena iniziato, dei concomitanti indiretti della innervazione, e poi d'ogni altra sua copseguenza organica (201), a quella bisogna rivolgersi, come esprimente la reazione psicofisiologica, immediata del pari a quella psicofisica, perch  una sola funzione. Avvertiamo subito, che innervazione  tanto quella che produce il tono muscolare  (muscolo pronto a contrarsi ma non effettivamente in azione), quanto quella che eccita il movimento, quanto quella che eccita la secrezione ghiandolare. Nel gruppo delle reazioni motorie, si distinguono poi quelle, che sono dette interne, riflesse ed automatiche, espressione immediata della eccitabilit, da quelle, che sono dette volontarie, in rapporto con l'ambiente esterno, le quali sembrano meno immediate. Vedremo nel quinto paragrafo quanto sia in fondo equivoca e grossolana questa distinzione.
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Per, poich all'osservazione superficiale i due ordini delle reazioni e delle variazioni conseguenti nell'organismo e nell'ambiente appaiono l'uno concomitante, l'altro seguente il momento psichico meglio distinto dalla nostra introspezione quando ve ne rammemora il processo intiero, ripigliamo in questo paragrafo l'esame dei concomitanti organici dell'emozione  (lasciando a poi lo studio della reazione volontaria), non pi per fare una teoria del sentimento, ma per fare una teoria generale della percezione nel suo rapporto organico.
Dal preconcetto, che la coscienza emotiva sia determinata dai concomitanti organici riflessi e automatici dello stimolo e delle rappresentazioni credute stati intellettivi, il Lange fu costretto a cercare una diversit caratteristica dei concomitanti per giustificare la diversit delle nostre emozioni, di delusione, tristezza, paura, imbarazzo; e di impazienza, gioia e collera. Onde una teoria, dir cos, per contrarj, a fin di ridurre la modificazione organica da lui particolarmente fissata, dei fenomeni vasomotori, a due tipi in contrasto, la costrizione vascolare e la dilatazione, in corrispondenza ai due gruppi delle prime quattro e delle altre tre emozioni: le differenze poi fra l'una e l'altra riportandosi alla maggiore o minore diminuzione od aumento della innervazione e della incoordinazione motoria. Dal Lange poi prese le mosse una serie di ricerche sperimentali, che, pur integrando le sue vedute, con l'aggiunta di altri concomitanti alle variazioni vasomotorie, procedeva sempre per antitesi, anche quando non partiva dalla teoria emotiva del fisiologo danese. Ma cos si dovette sempre rimanere in un campo di contenuto assai generale, contentandosi di differenziare il sentimento e l'emozione piacevole o giojosa da quella triste o penosa. Per citare qualche autore di questi, il Lehmann (202), sperimentando su cinque individui, trov un aumento dell'ampiezza del polso con le percezioni piacevoli e una diminuzione, proveniente da indebolimento delle contrazioni cardiache, con le percezioni penose, nelle quali riscontrava eziandio una costrizione dei capillari. Cos Zoneff e Meumann, nella seconda parte delle loro ricerche (203), concludono, che piacere e dispiacere hanno opposti concomitanti fisiologici: al piacere corrisponde un rallentamento del polso, un'accelerazione del respiro che diventa superficiale e poco energico: al dispiacere i fenomeni contrarj, polso accelerato, respirazione lenta e profonda. Questa tendenza a concludere per antitesi ebbe il suo portavoce al Congresso di Psicologia del 1900 nel Vogt, sebbene questi trascurasse il fattore pi studiato dal Lange, e giungesse a risultati ben diversi da quelli sopra citati (204).
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Quando si parla di piacere e dispiacere in genere, si  per soggetti ad un gravissimo errore: quello di confondere l'affettivit generale, che si pu dire il carattere, esprimente soggettivamente tutte le condizioni organiche  (disposizione) dell'individuo quando gli si presenta lo stimolo, e l'affettivit speciale, per cui questo vi s'inserisce come una nuova percezione, detta in astratto sentimento ed emozione. (205) Ad un organismo debole, depauperato, corrisponde un colorito psichico malinconico, la tendenza cio a sentire gli stimoli in modo piuttosto spiacevole: tutte le funzioni motorie di un malinconico presentano un abbassamento notevole di tono, rallentamento del battito cardiaco, del ritmo respiratorio, anemia periferica, ecc. Ma come la teoria fisiologica del carattere  tutt'altra cosa che la teoria Lange sulle emozioni (206), cos la misura organica dell'uno non deve paragonarsi con la misura dei concomitanti organici delle altre. Il problema non consiste nel paragonare uno stato, mettiamo, di malinconia con una emozione piacevole, ma, nel medesimo temperamento, un sentimento piacevole con uno penoso. Il Dumas differenzia assai bene la tristezza passiva, dipendente da una condizione organica precedente, dalla sofferenza acuta, dipendente dallo stimolo sentito: e mentre la prima reca seco un'espressione organica depressa, la seconda si manifesta spesso con iperemia periferica, accelerazione cardiaca e respiratoria, proprio come avviene anche nella percezione vivamente piacevole (207).
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Una serie di ricerche pi serene si accorda oggi nel dimostrare, che i sentimenti e le emozioni occasionati da stimoli o rappresentazioni hanno i concomitanti organici immediati assai convergenti. Cos M. Guibaud (208) tende a dimostrare, che nel medesimo soggetto le modificazioni respiratorie serbano il loro tipo speciale; il polso totale cade per ogni emozione musicale, piacevole o triste che sia, e il ritmo cardiaco si accelera sempre. Quando non si tratti di suoni, ma di audizioni continuate di frasi e pezzi musicali, a ogni variazione del ritmo e dell'intensit melodica, qualunque ne sia il carattere, si rinnova una vasocostrizione periferica. Il Patrizi (209) aveva gi analogamente dimostrato per la circolazione del sangue nel cervello, che i cangiamenti volumetrici sono gli stessi a proposito di melodie tristi come di melodie gaie.
Ancora pi scrupolose e oggettive sono le ricerche di A. Binet e J. Courtier (210), i quali dimostrano, che le emozioni in genere, quelle almeno che si provocano sperimentalmente in laboratorio, si accompagnano a vasocostrizione e ad accelerazione della respirazione e del battito cardiaco, indipendentemente dalla loro qualit (211).  l'intensit, non la qualit della emozione che appare in corrispondenza con le modificazioni organiche. Conclusione per noi preziosissima, che porta il colpo di grazia alla teoria fisiologica James-Lange (212).
L'esperienza non dimostra per nemmeno la tesi contraria, accettata da quegli autori, che lo stato psichico determini la variazione organica in un rapporto di sequenza di questa a quello: la stessa eccitazione nervosa, che ha carattere cosciente, ha carattere motorio secondo i rapporti anatomici pi diretti con gli elementi motorj  (movimenti riflessi e automatici); salvo il caso che a questo primo momento ne segua un altro, che diciamo volont, e che considereremo a parte. L'osservazione (213), che la reazione vasomotrice  in ritardo su l'emozione cosciente, non implica altra ipotesi che quella pi semplice: che sia necessario uno spazio di tempo pi lungo perch sia avvertibile l'effetto della modificazione dell'innervazione vasomotrice immediata, essendo un effetto complessivo, ossia di tutta la rete circolatoria; di fatti, dove le condizioni anatomiche ristrette a un numero pi esiguo di elementi motorj permettono all'innervazione motoria un pi rapido effetto, questa si rivela pi presto alla misura: il Guibaud not appunto, che la reazione respiratoria  anteriore a quella circolatoria.
Finora si  parlato dei concomitanti organici immediati della emozione, che si potrebbero chiamare, l'esponente psicomotorio dei fatti psichici prevalentemente emotivi. Ma anche i fatti psichici prevalentemente intellettivi, o ci che si dice operazione mentale, ragione ecc. presentano un analogo esponente. Oltre ai soliti cangiamenti volumetrici del cervello e anche del braccio si era gi notato dal Mosso, dal Gley, dal Mac-Dougall (214), che durante il calcolo mentale vi ha vasocostrizione attiva delle arteriole. Ed ecco che il Binet ed il Courtier, istituendo ricerche in proposito, col loro solito scrupolo, giungono a concludere che uno sforzo intellettivo energico e di breve durata produce  (si dovrebbe dire che porta seco) vasocostrizione, accelerazione del cuore e della respirazione, seguito poi da leggerissimo rallentamento, qualche volta accompagnato da smussamento del dicrotismo (215). Pi recentemente E. Gley, riunendo e aumentando le sue antiche ricerche sugli equivalenti fisiologici dei processi intellettivi, e confrontandole con gli altri risultati, giunse a conclusioni generali analoghe: il lavoro intellettivo accelera il cuore, aumenta la pressione del sangue nelle arterie periferiche, d luogo a fenomeni di vasocostrizione periferica, che modificano la forma del polso, e di vasodilatazione cerebrale; tutti quanti in rapporto con l'intensit del lavoro (216).
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Adunque, non soltanto le emozioni piacevoli e quelle penose hanno i medesimi concomitanti immediati, ma altres i fatti di prevalenza intellettivi e quelli di prevalenza sentimentali. Cade la barriera fra emozione e ragione, che appaiono organicamente il medesimo processo. Ma il Binet, che di un salto  passato dall'associazionismo taineiano alla psicologia sperimentale, senza aver premesso una critica psicologica generale, credendo che l'intelligenza sia essenzialmente diversa dal sentimento, tenta il salvataggio di questo dualismo, allorquando afferma, che durante l'emozione la respirazione aumenta anche di profondit, ci che non avviene nel lavoro intellettivo, dove essa resta superficiale. Notiamo subito, che la respirazione segue una serie per gradi, da quella pi superficiale, toracica, a quella pi profonda, addominale; gradi che non corrispondono ad altro, se non che al bisogno d'introdurre una quantit maggiore d'aria per la combustione intrapolmonare; di fatti al lavoro fisico corrisponde la respirazione pi profonda.
Ma la questione si compenetra in un'altra, che giova risolvere. Il Kiesow, sperimentando con lo sfigmomanometro del Mosso, e perci riferendosi solamente alle variazioni di pressione del sangue, che sono le pi difficili a misurarsi e le meno significative, prese a s, aveva obbiettato, che n i sentimenti piacevoli, n il lavoro intellettivo da solo portano seco cambiamenti della pressione sanguigna: soltanto il sentimento spiacevole ne sarebbe accompagnato, ed il lavoro intellettivo agirebbe sulla circolazione a patto che produca uno stato emozionale (217). Analogamente l'Hirsch non ammetteva, che l'intelligenza si produca con modificazioni organiche, se non quando vi si unisce uno sforzo della attenzione (218). Queste obbiezioni giuste per il loro contenuto sperimentale, sono errate in quanto si fondano sul credere, l'uno che l'emozione sia processo diverso da quello intellettivo, e gli si aggiunga; l'altro, che l'attenzione sia anch'essa un processo psichico peculiare, e non il medesimo, intensificato, della psiche meno attenta.
Presto ne riparleremo. Ma intanto, per chi ben considera, queste osservazioni, assai lungi dal provare il dualismo fra piacere e sofferenza, e fra emozione e intelligenza, dimostrano, che i concomitanti organici di tutti questi fatti sono in proporzione con la intensit del sentimento che in essi appare coscientemente. Mentre in un gabinetto si pu produrre un'emozione penosa a bastanza viva,  assai pi difficile produrre un vivo piacere; onde questo s'inscrive assai pi debolmente di quella. Del pari, l'intelligenza differisce dall'emozione, non per qualit, ma per intensit e disposizione affettiva, onde si dice, ch' un conoscere pi freddo e oggettivo in paragone alla rappresentazione emozionale, ch' pi sentimentale e soggettiva. Che meraviglia, se i fatti intellettivi s'iscrivano con pi intense reazioni, in ragione dell'interesse o attenzione che vi si complica, non come un secondo carattere aggiunto a quello conoscitivo, ma come il loro carattere soggettivo aggiunto all'oggetto reale? Che meraviglia, se, confrontando i diversi fatti coscienti, dell'uno e dell'altro gruppo, con uno qualsiasi dei concomitanti organici, come la variazione di profondit nella respirazione o la pressione sanguigna, si trovi una serie diversa sol per intensit in corrispondenza, non mica con qualit diverse, ma con la diversa intensit del sentimento? (219).
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Vasocostrizione periferica, accelerazione cardiaca e della respirazione significano poi, come dice il Binet, eccitazione funzionale. Ma  errato dire, che il sentimento o l'intelligenza producono questa eccitazione: non la producono, sono. Ecco il perch della concomitanza psicofisiologica. Ogni eccitazione  coscienza ed  innervazione motoria; direttamente degli elementi motorj pi strettamente connessi alla parte eccitata; indirettamente, di tutto l'organismo. Di fatti, come psicologicamente l'affettivit esprime l'unit di coscienza, cos fisiologicamente lo sforzo motorio esprime il tono muscolare di tutto l'organismo. Quando si mette in moto attivo o passivo un muscolo, tutto il sistema si eccita. Se al moto di un muscolo sostituiamo un'operazione mentale, si avvera il medesimo fatto: l'esercizio momentaneo dell'intelligenza provoca un'esagerazione momentanea dell'energia motoria (220).
Considerando il rapporto psicofisiologico immediato, non troviamo la misura della qualit oggettiva, perch appunto essa dipende dallo stimolo; troviamo invece la misura della qualit soggettiva che la contiene. Per ora, la variazione organica misura solamente i fatti psichici di una certa intensit. Ma non si creda per ci, che la reazione psicomotrice manchi, dove non appare al pletismografo. L'eccitazione nervosa  una innervazione motoria qui, rispetto agli organi motori, com'era un'innervazione sensoria rispetto agli organi sensorj. Non si vuol dire, che l'eccitazione nervosa si traduca sempre in movimento; badiamo,  una innervazione non un movimento reale. La confusione di questi due concetti ha spinto i fisiologi a differenziare la eccitazione realmente motoria da quella soltanto sensoria conoscitiva. Ma la funzione nervosa  una, innervatrice degli organi di senso come di quelli di moto come di quelli ghiandolari, onde si sente, si muove, si secerne per la stessa causa, non per tre cause diverse. Cade cos anche la difficolt, di spiegare il funzionamento inibitorio accanto a quello motorio positivo: movimento e inibizione non hanno bisogno di processi nervosi differenti. Cade infine l'altra difficolt, di come vi siano stati psichici non a bastanza forti, da produrre movimenti effettivi, ma tali, che, intensificandosi, ne produrrebbero, onde si pensa che siano un principio di movimento (221).
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4.
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L'attenzione.
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Il rapporto psicofisiologico non si avvera solamente nei fatti psichici pi complessi, che per noi, del resto, non sono che percezioni analoghe alle pi semplici, dalle quali differiscono sol perch lo stimolo reale  segno di una maggior quantit di altri stimoli possibili, e perci viene percepito secondo la disposizione complessiva che li ritrova tutti in esso conoscitivamente, ed emotivamente se ne soffre o gode a quel modo. Non  d'uopo di un lungo discorso, per dimostrare che il piacere e dolore fisico ha i medesimi concomitanti organici del piacere e della sofferenza detta morale: basti rammentare, che la maggior parte degli stimoli impiegati nelle ricerche sperimentali finora eseguite, erano stimoli puramente sensorj. Anzi, molte di queste ricerche erano destinate a studiare le reazioni a sensazioni provocate in istato di letargia, chiamate perci incoscienti, per dire subcoscienti e non rammemorative, come quelle esercitate sopra isteriche (222). Ma chi dubiterebbe che, se l'avvicinare un carbone acceso al volto di un individuo provoca in lui dei turbamenti respiratorj e circolatorj emotivi, il medesimo non avvenga, quando all'insaputa gli si posi dolcemente sopra la mano? Rivolgiamoci pi tosto ai fatti prevalentemente conoscitivi, o pi freddi, e dovuti a stimoli pi esterni e lontani dall'organismo.
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L'ipotesi, che la ragione sia una facolt superiore dell'anima, ha spinto gli sperimentalisti a cercare i concomitanti organici di un'operazione mentale indipendentemente dalla ricerca analoga per qualsiasi percezione in prevalenza conoscitiva, come le solite, del vedere gli oggetti, dell'udire i suoni, e via. Ma loro malgrado  sortito fuori il tratto di unione, da una parte con i fatti emotivi, dall'altra con la percezione ordinaria. Se, applicati gli strumenti di misurazione al soggetto, gli d a moltiplicare 15  18, la reazione iscritta sulla carta annerita sar in proporzione della difficolt da vincere per giungere al prodotto: se il paziente  un matematico, il prodotto verr istantaneamente, e non vi sar variazione organica apprezzabile, quella poca dovuta forse al piacere di beffarsi di chi gli propone quel calcolo. Difficolt da vincere vuol dire, psicologicamente, dolore: chi non lo vede? Un'operazione intellettiva facile, senza interessamento, non ha reazione, come fu notato. E fu notato anche dall'Hirsch, che l'intelligenza si manifesta notoriamente in proporzione dello sforzo attentivo: sforzo attentivo non  poi che l'affettivit stessa considerata nel suo complesso, come fatto soggettivo e come reazione motoria, quando essa, l'affettivit, non  cos intensa da potersi chiamare sentimento.  questione di nomi: anzi il Rageot dice, che l'attenzione psicologicamente comincia dove finisce l'affettivit (223); ma come chiameremo allora la qualit soggettiva dell'attenzione, astrazion fatta dal processo di adattamento, onde, nell'attenzione passiva ci sentiamo trascinati, interessati dallo stimolo, e nell'attenzione volontaria lo desideriamo?  pi vicino al vero chi identifica il piacere con lo stato di attenzione esercitata liberamente e il dolore col turbamento dell'attenzione per la coscienza di una inibizione  (per es. Ward e Sidney E. Mezes). In fatti, la coscienza prevalentemente sentimentale  anche prevalentemente attentiva: chi  pi attento a uno stimolo di chi ne soffre fisicamente? Nello stesso tempo, attenzione e intelligenza non sono due processi, come implicitamente oggi si riconosce da tutti; ma la prima non  che l'aspetto affettivo e motorio della seconda, che comprende, in pi, il risultato conoscitivo. Di fatti il Binet, per esempio, quando vuole studiare l'attenzione, studia l'intelligenza de' suoi piccoli soggetti (224). Ma l'attenzione intellettiva  (derivata) differisce da quella percettiva solo in quanto, qui s'impone lo stimolo esterno realmente presente, l s'impone lo stimolo esterno  (elemento verbale) sol come segno rappresentativo di altre percezioni.
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L'attenzione  dunque, lo vediamo fin d'ora, l'aspetto psicofisiologico della percezione ordinaria; di quella, che si dice neutra perch l'affettivit  ridotta a un certo interesse: ma non manca. Ora, su l'attenzione si ripete la medesima disputa sorta a proposito delle emozioni: per alcuni, essa  risultato della conoscenza di uno stimolo o della idea anticipante; per altri  (Mnsterberg, Lange, ecc.)  la coscienza del processo di adattamento e di sforzo motorio che vi si avvera. Per noi, nella sua forma passiva, ossia automatica, non  n posteriore n anteriore alla coscienza percettiva, ma ne significa l'assieme psicomotorio, proprio di ogni eccitazione nervosa; salvo ad inserirsi, al solito, questo nuovo fatto, come stimolo muscolare nella durata dell'intiero processo psichico.
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Invano gli psicologi sperimentalisti cercano di studiare l'attenzione come un processo diverso dalla percezione: i risultati sono sempre in rapporto con la percezione, e bisogna foggiare una nuova ipotesi, per serbare all'attenzione una categoria psicologica distinta, dicendo ch' la coscienza dello sforzo motorio. Il Wundt considera l'attenzione come qualcosa di aggiunto alla percezione, che la fa diventare appercezione; e ricorre all'esempio del passaggio degli stimoli luminosi dal campo visivo al punto visivo, dove si vedono pi netti. Ma tanto  vero che percezione e attenzione sono il medesimo, che quest'esempio non  poi che un caso dell'attenzione visiva, di quando si fissa l'oggetto; non aggiunge nulla, anzi toglie al concetto complessivo del processo attentivo, che, oltre quel caso, altri ne abbraccia, come quello illustrato dall'Hering, dello stare attenti a un oggetto situato nel campo visivo senza fissarlo direttamente (225), o quello illustrato dallo stesso Wundt, del rapidissimo passaggio dell'attenzione dall'uno all'altro stimolo contiguo (226).
Se poi si dice, che l'appercezione  pi della percezione in quanto  una sintesi rappresentativa, ossia tale, che lo stimolo  percepito con le contiguit alle quali era altra volta unito, l'attenzione diventa parola astratta per indicare il processo mnemonico della percezione presente rispetto a quella passata. L'esperimento dimostra, che una percezione pi attenta di un'altra  una percezione migliore, pi chiara e pi rapida (227), ossia un processo psichico dello stesso genere sebbene di grado diverso: l'attenzione non ha alcuna propriet conoscitiva sua peculiare, almeno rispetto allo stimolo che forma il percetto. Sar dunque la coscienza di movimenti?
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Il Ribot sviluppa pi estesamente di ogni altro la teoria cosiddetta motoria dell'attenzione (228). Modificazioni vascolari, respiratorie, muscolari, egli dice, vanno di pari passo con l'attenzione. I movimenti sono le condizioni necessarie, gli elementi costitutivi, i fattori indispensabili dell'attenzione; perch servono a mantenere lo stato di coscienza e a rinforzarlo. Di fatti, l'attenzione si distingue dagli altri processi psichici, non per il modo con cui sorge, ma perch si mantiene: essa  dunque un processo inibitorio. Nell'attenzione troviamo una rappresentazione viva dei movimenti energici e convergenti, ed inoltre la ripercussione dei movimenti prodotti: le manifestazioni motrici non sono n effetti n cause, ma elementi. Tutte le parti del sistema nervoso centrale e una porzione considerevole di quello periferico hanno potere inibitorio  (Brown-Sequard); anzich risiedere nei lobi frontali  (Ferrier), si dimostra che la sede delle azioni motrici  anche sede delle azioni d'arresto  (Beaunis, Wundt). Inoltre, l'attenzione volontaria differisce dall'attenzione passiva sol perch segue il senso della resistenza pi forte anzich quello della pi forte attrazione  (dello stimolo esterno); e si mantiene sempre per mezzo di azioni muscolari, sia per un gruppo di percezioni, dove attenzione significa concentrazione e inibizione di movimenti; sia per un gruppo d'immagini, dove non vi  che una differenza di grado, essendo anche l'immagine motrice; sia per un gruppo d'idee, nelle quali l'elemento motore sta nella parola.
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La conseguenza scientificamente pi certa e importante delle vedute del Ribot, , che il processo attentivo  un tutto unico e simultaneo, nel quale il movimento non precede n segue la psiche attenta: si tratti di una percezione o di una rappresentazione, essa  gi data come motoria; si tratta di un'azione psicofisiologica. Ma poi il chiaro psicologo francese non mette ugualmente in evidenza n gli elementi soggettivi n quelli oggettivi di questo rapporto, n d'altra parte colpisce la questione nel suo punto essenziale. Quando egli dice, che i movimenti non sono cause o effetti, ma elementi della coscienza attenta, vuol forse dire, che l'attenzione consiste nella coscienza della innervazione motrice  (Fouille)?  pi esplicito il Sully, dicendo, che vi ha una coscienza centrifuga, motoria, dovuta all'attivit delle cellule motrici, come vi ha una coscienza afferente, sensoria, nei centri corrispondenti (229).
D'altro canto per l'autore francese ammette, che l'attenzione  sostenuta da stati affettivi; che le grandi attenzioni furono sempre dovute a grandi passioni; che l'attenzione volontaria  sostenuta da sentimenti acquisiti ecc. Dove porre, nel processo, questi sentimenti? Dove mettere poi il sentimento di sforzo, che, egli dice, si accompagna all'attenzione volontaria? E perch poi il Ribot afferma, che la coscienza non conosce del processo motorio, se non il comando e l'arrivo?
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I concomitanti respiratorj e circolatorj dell'attenzione sono poi gli stessi dell'emozione e dell'operazione mentale, sicch  indifferente per noi riferirli allo stato, che si dice attenzione, o alla condizione generale, che dicemmo eccitabilit fisiologica e affettivit psicologica. Quanto agli altri movimenti espressivi immediati, essi consistono, o in un accomodamento organico allo stimolo, o in una reazione che ha lo stesso valore, sebbene non giovi pi direttamente. Allorquando si scruta nella penombra, si protende la testa in avanti, si corruga la fronte, ecc., si fanno atti di convergenza e di accomodamento giustificati dallo stimolo. Il medesimo si fa poi quando si pensa intensamente ad una cosa, lo stimolo reale  (che pu ridursi alla parola, o a ci che dall'esterno risponde all'innervazione sensorio-motrice o sensorio visiva e uditiva, relativa alla parola pensata) non avendo pi il bisogno di un adattamento organico a percepirlo. Fra questi movimenti espressivi residuali  da notarsi la dilatazione della pupilla, che, secondo esperienze fatte (230), corrisponde ad ogni sforzo intellettivo e si avvera durante il calcolo mentale. Ma questa midriasi ha tutt'altro significato della dilatazione pupillare che si verifica nelle ultime fasi della paralisi progressiva o di quella dovuta all'atropina, ai bromuri ecc., perch non  un rilassamento neuromuscolare, ma un'azione positiva di adattamento ottico, residuo di quello abituale nella percezione pi attenta a una luce debole.
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Parliamo dunque dei movimenti di accomodamento organico agli stimoli, come dei pi caratteristici dell'attenzione. Il Ribot, col Wundt e con il Klpe, vuole che si tratti di un processo inibitorio. Oggi  di gran voga attribuire alle inibizioni una parte importantissima nel funzionamento organico, come avviene di ogni cosa men chiara, che per ci si presta meglio a spiegare quello ch' pi difficile risolvere altrimenti. Ma l'inibizione consiste, o nell'arresto di movimenti iniziati o allo stato nascente, oppure nell'azione positiva antagonistica di alcuni movimenti a svantaggio di altri. L'accomodamento organico allo stimolo non  di solito n un arresto n un processo antagonistico, a meno che si chiami inibitorio il mio atto, mettiamo, di scrivere, perch mentre scrivo non posso con la stessa mano acchiappare una mosca che mi tormenta. Il Fr notava, che la tensione muscolare generale costituisce la condizione fisiologica dell'attenzione; l'esaltazione generale dell'attivit motrice ci dimostra errata l'ipotesi di un'azione inibitoria propria dell'attenzione (231). Di fatti  stato da tutti notato, come lo sforzo attentivo e l'accomodamento che vi corrisponde sono di solito accompagnati da altri movimenti espressivi affatto indipendenti. La cosa  ancora pi evidente nell'attenzione derivata, dove, accanto alla forma espressiva, che si dice concentrazione, assai vicina alla immobilit, vi  l'altra, pi comune, di movimenti che non si possono dire residuali di altri prima di adattamento, come il passarsi la mano sulla fronte, il camminare avanti e indietro, e via.
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L'attenzione a uno stimolo pi o meno rappresentativo indica,  vero, distrazione ossia incoscienza relativa degli altri; ma questa , se ci si potesse esprimer cos, una inibizione sensoria, e la parola acquista un significato ben diverso da quello usato in Fisiologia. Se vi  fenomeno di attenzione acuta,  quella che si ritrova nei casi d'isterismo e di sonnambulismo, dove il paziente  cos attento a ci che gli s'impone di percepire, che si mostra inconscio d'ogni altra cosa. Ci vuol dire che, data una condizione nervosa molto debole, l'eccitabilit sensoria  chiamata univocamente e si esaurisce in una sola direzione  (anche perch vi ha uno sforzo di gran lunga superiore a quello normale); cosa che avviene anche nei fanciulli ed in ogni stato di debolezza generale o di pi intensa eccitazione speciale, condizioni equivalenti l'una all'altra. Quel nostro disgraziato protagonista, a cui  caduto sulla testa quel famoso vaso, non ode e non vede altro, in quel momento. Del pari, il Grier Hibben descrive una fanciulla di otto anni, che, quand'era intenta a guardare da una finestra, non udiva chi la chiamasse o le parlasse da tergo (232). Non si pu parlare d'inibizione vera e propria.
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Se ora passiamo in rassegna tutti i fatti di attenzione che si possono avverare: l'attenzione passiva ch'io presto, mettiamo, a quel vocabolario legato in rosso, che spicca fra le tinte grigie delle brochures vicine; l'attenzione di chi ha mal di denti per il suo dente; l'attenzione del ladro ai rumori della scala e dell'amante ai passi che si avvicinano alla porta; l'attenzione del matematico ad una per noi inutile deduzione, che ripete con sostituzioni di termini la formula primitiva, con suo gran diletto; l'attenzione dell'estatico e del monomane - passiamo in rassegna tutta la psiche, rimanendo fuori le forme di percezione istantanea, di cui ora diremo, e quelle fruste ed evanescenti, della sensibilit e dell'ideazione meno interessante, ossia meno affettiva. Se chiamiamo concomitanti organici dell'attenzione, per distinguerli dagli altri coi quali pi o meno vanno sempre uniti, i movimenti di adattamento, dobbiamo convenire, ch'essi, in maggiore o minor proporzione, non mancano mai, dall'atto di fissare il libro rosso pi lungamente che gli altri, all'atto di contemplare, ginocchioni, il cielo sereno, nella notte del mistico religioso o poeta. Onde la caratteristica del processo attentivo va cercata nella ragione del prevalere di questi atti di aggiustamento organico sopra gli altri, sapendosi gi che l'attenzione non  un momento diverso, ma, se mai, un atteggiamento diverso, nel complesso psicofisiologico.
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Ora si ponga mente a questo esempio. Mentre io veglio studiando, sopra il mio letto, certo con maggior profitto, dorme il mio gatto. Ei si trova nella miglior condizione per subire esperimentazioni, essendo in uno stato psichico quasi indifferente. Se io gli pongo sul naso una buona fetta di prosciutto, destarsi, percepire, afferrare con le unghie e coi denti il prosciutto  un attimo solo, per il mio serenissimo compagno. Analogamente, se lo stimolo fosse stato, dio scampi, una frustata ben secca sulle vertebre, non s tosto gli sarebbe toccata, ch'esso avrebbe preso d'un balzo il partito migliore e la via della fuga. Chi potrebbe dire, si badi, che codesti stimoli non destino l'attenzione della bestiuola? Anzi: ma sono gi per s cos imponenti, ovvero cos eccitanti che non vi ha bisogno di accomodamento organico di sorta: interviene immediatamente quell'altra reazione, che nel prossimo paragrafo diremo volontaria, in senso largo. Ma se al contrario, mentre il gatto dorme, lo desto e gli faccio sentire il nidor del prosciutto chiuso nella mano, senza lasciarglielo afferrare, eccovi un lungo annusare, girare attorno a quel pugno, guardare per ogni dove, venirmi dietro se cammino, provarsi con le zampe e coi denti sulle mie dita, movimenti tutti, che si direbbero almeno diretti dall'attenzione. L'accomodamento attentivo si esercita dunque dove e fino a che lo stimolo non  sufficiente a determinare uno stato psichico finale per l'atto volontario che vi corrisponde.  una preparazione, per cos dire, alla reazione volontaria finalistica. Ecco perch l'aggiustamento organico allo stimolo esterno o alla rappresentazione  tanto maggiore, quanto meno intensa  l'affettivit che vi corrisponde: onde si verifica sopra tutto nei fatti in prevalenza conoscitivi, pi freddi, e tanto pi, quanto pi dalla sfera sensibile si avanza in quella intelligibile, di percezioni molto rappresentative. Ecco perch  pi ingente lo sforzo di adattamento a stimoli meno imponenti di altri presenti contemporaneamente  (attenzione volontaria). Ma non  men vero, ch' sempre il sentimento quello che muove la reazione, sia pure il solo piacere di conoscere e l'amore di verit scientifica. In somma i movimenti attentivi esprimono l'affettivit della percezione prevalentemente conoscitiva, e gi ci permettono di unificarla al sentimento e all'emozione, nonch ai processi intellettivi, in un'unica legge, che determini la costanza del rapporto psicomotorio immediato  (reazione organica immediata) per tutti quanti i fatti psichici.
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Ritorniamo cos alla questione da cui prendemmo le mosse. Vi ha uno stato di coscienza speciale che diciamo attenzione? corrisponde esso alla coscienza dell'aggiustamento organico, ossia della reazione motoria percettiva? (233) Il Baldwin propone senz'altro di chiamare coscienza reattiva quella dell'attenzione riflessa (234). Ma, della valorosa triade di psicologi dell'infanzia, il Preyer aveva senz'altro identificato l'attenzione con la volont, per cui i movimenti sarebbero effetti di rappresentazioni sensorio-motorie combinate negli stati affettivi, detti desiderio (235). Ed il Sully (236) ammette perfino che vi siano stati di attenzione intensa non accompagnati da movimenti di aggiustamento organico: peccando nel senso contrario, perch allorquando, per accogliere il suo esempio, pensiamo attentamente a un colore, anche se non accomodiamo l'occhio al colore immaginato  (bench di solito un pensiero intenso ci fa volgere lo sguardo energicamente in alto anche a palpebre chiuse), almeno ci raccogliamo nel pensiero, per esempio fermandoci, se si cammina, incrociando le braccia e le gambe, irrigidendo tutto il corpo, e via. Infine la teoria dell'attenzione sensoriale, per bocca del Marillier, aveva definito l'attenzione come il predominio temporaneo di una rappresentazione sulle altre, che pu essere o no rinforzata da movimenti di accomodamento allo stimolo (237). L'attenzione sarebbe un processo essenzialmente sensoriale.
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Prima di prendere posizione fra questi scienziati, e di conchiudere con una teoria pi vicina ai fatti concreti,  d'uopo tener conto di un altro carattere dell'attenzione, messo in risalto anche da alcuni degli autori citati. K. Aars, in alcune sue note sull'attenzione (238), dopo aver affermato, che essa non aumenta n l'estensione, n la durata, n l'intensit delle immagini, dice che l'attenzione consiste sopra tutto nella chiarezza della percezione e nella intensit dell'attesa di quelle che ritornano; a cui possono aggiungersi, invero, altre sensazioni concomitanti, e specialmente quelle del senso muscolare, avendosi cos una direzione dell'attenzione. L'attesa  data dalla direzione della energia, non dalle inibizioni, che vi sono subordinate, n, col Ribot, dalla sola concentrazione dell'attivit. Non molto diversamente il Rageot, nello studio gi citato, di un anno posteriore, intende l'attenzione come una speciale emotivit, risultante dalle rappresentazioni, non gi statiche, ma dinamiche, ossia dal senso di percezioni e d'immagini che stanno per nascere, quando volgiamo l'attenzione a qualcosa: l'essenziale del processo  un'attitudine anticipata dello spirito sullo stimolo; vi si accompagna poi anche una cenestesia particolare. Ma poi lo stesso Wundt ammette, che l'attenzione, soggettivamente parlando, non consiste soltanto nella sensibilit degli atti di accomodazione e di convergenza, ma anche in uno stato sentimentale di attivit e di attesa, fluttuante di conserva con le oscillazioni della chiarezza dello stimolo, gi rammentate.
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L'attesa, la prepercezione, di cui parlano questi autori, non dipende evidentemente dai concomitanti motorj. che sono il mezzo poi di appercepire, ma dallo stimolo, in quanto desta quella disposizione soggettiva, che non  poi altra da quella, che dicemmo memoria. Ed  curiosa l'affermazione intellettualistica, che l'attesa sia una prepercezione, dal momento che lo stimolo desta attenzione perch c', non quando ancor manca; quell'attenzione, che si pu chiamare coscienza o sentimento dell'attivit ossia dell'eccitazione, a patto di non includere, che l'eccitazione venga prima dell'eccitante. Che poi uno stato attentivo si prolunghi, che vi s'inserisca la coscienza dei mezzi  (motorj) per meglio percepire lo stimolo, che gli elementi realmente presenti dello stimolo non solo siano gi segni di altri non pi presenti, ma, per contrapposizione, come nel ricordo, li facciano dopo e distintamente sorgere, come nell'attenzione volontaria che si prolunga, questi sono processi secondarj, nei quali l'attenzione non acquista un valore nuovo, ma indica solamente il perdurare dell'interessamento  (processo affettivo) e degli atti corrispondenti.
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L'attenzione non  dunque conoscitivamente, che la percezione, col solito concomitante motorio, che non precede n segue la coscienza che vi corrisponde, come una coscienza di moto sovrapposta ad una coscienza sensoriale. Le ricerche sul senso muscolare (239) oggi provano chiaramente, che non vi ha, come credeva G. E. Mller e crede il Sully, una coscienza centrale motoria ed una coscienza sensoria di origine periferica, ma che la coscienza dei movimenti  sensoriale e periferica come quella degli stimoli sensorj. Onde si conclude, che la coscienza  una e si avvera in un fatto immediato e attuale, ch' la percezione di ciascun momento; percezione, che ha la propriet biologica di essere anche organicamente motoria, com' la direzione affettiva verso lo stimolo, tanto meglio conosciuto quanto pi  fissato allorch  meno efficace immediatamente. Perci diciamo attenzione l'assieme psicomotorio delle percezioni prevalentemente conoscitive; non gi un'attivit speciale. Come poi non  un'attivit speciale e fuori d'ogni percezione la volont, di cui ora entriamo a parlare.
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5. La volont.
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"I fenomeni di volizione, dice il Bastian, non sono opera di una speciale facolt, di un'entit misteriosa; non si compiono in centri motori: sono semplicemente la traduzione in atto dell'intelligenza; ogni concezione della volont come di un'esistenza distinta , nel fatto, un'illusione, una specie di fantasima psicologica" (240). A conclusioni analoghe, sebbene ancora parziali, converge tutta la Psicologia contemporanea, e quella medesima, che si dice volontaristica; solo che il Wundt pone l'emozione nel luogo, dove il Bastian pone la intelligenza, e l'Hffding riconduce, nel campo psicologico, la volont, all'una ed all'altra propriet psichica, cio ad elementi di conoscenza e di sentimento, intendendo che quella sia l'estrinsecazione attiva di ogni associazione d'idee e di ogni emozione. La volont, questa rocca forte della morale metafisica, si sgretola, come si sgretola l'intelligenza, cittadella dell'idealismo, perdendo la consistenza, non solamente di facolt a priori, ma eziandio di carattere peculiare, ciascuno di fronte agli altri due, coi quali formavano la trinit della psicologia filosofica. Si sgretolano le facolt, ma ne rimangono le briciole nei nuovi edifici pi scientifici, le quali si chiamano, ora il senso dello sforzo, ora l'innervazione puramente motoria, ora la cellula inibitoria delle correnti centrifughe d'altre cellule motrici poste dietro ad essa, ora il processo incosciente, ora la relazione mentale fra pure idee, e via, riapparendo per un verso come la causa profonda d'ogni variet psicologica, per l'altro come l'effetto dei rapporti fra le rappresentazioni autonome, identificato con l'attenzione.
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 anche a bastanza curiosa l'aspettativa dello psicologo di laboratorio, che cerca le caratteristiche della volont negli esperimenti di reazione, sia consultando il cronoscopio sia interrogando il soggetto. Quando si prega il paziente di rispondere a uno stimolo omogeneo, la volont apparisce come un'accelerazione del tempo di reazione; quando gli si dice di rispondere in modo diverso a diversi stimoli che promiscuamente si succedono, la volont si dichiara con una maggiore lentezza. Ma da una parte n l'accelerazione del primo caso basta a caratterizzare la volont, verificandosi anzi prevalentemente nell'automatismo e nel riflesso, n la lentezza del secondo caso, avendosi ugualmente in certi casi di automatismo sonnambolico, con direzione univoca della attivit (241); dall'altra parte l'interrogazione del soggetto non offre nulla, che non sia proprio di qualsiasi percezione, salvo la differenza di grado: nel primo caso, l'attesa dello stimolo o prepercezione, che non  poi altro che la disposizione percettiva a trovare i tartufi quando ne sento l'odore che fa da stimolo segno, come qui la parola dello esperimentatore e l'apparato presente; nel secondo caso, l'esitazione o imbarazzo momentaneo di riconoscere lo stimolo come legato a una forma di movimento da farsi, piuttosto che ad un'altra, il che non differisce dall'incertezza, se quel cappello appeso in anticamera sia di mio padre o di mio fratello. La volont consiste, l nell'eseguire il movimento in corrispondenza con la percezione, qui, analogamente, nell'andare a prendere il cappello per verificare: la volont  tutto il rapporto psicomotorio, a cui ci piace dare un nome, per condizioni speciali di un gruppo di questi rapporti: ma le condizioni non sono riferibili separatamente ai termini. Chi parla di volont puramente psichica fa la medesima ipostasi a rovescio di chi parlava di oggetto come realt puramente soggettiva: la volont  un rapporto psicofisiologico come la conoscenza  un rapporto psicofisico.
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 del pari errata la ricerca del fisiologo, che vuol trovare le basi organiche del fenomeno volontario in una speciale costituzione anatomica. Quando in miologia si distinguono dei muscoli volontarj e dei muscoli involontarj, implicitamente si fa un'affermazione incongruente coi dati psicologici pi empirici: il medesimo che ne parla, dovrebbe poi ricredersi, quando, s'egli  stitico, deve constatare ch'egli esercita assai volontariamente i suoi muscoli lisci ne' suoi vani conati, e ch'egli contrae involontariamente i muscoli striati del suo arto superiore, se gli avviene poi di urtare col dito nella punta di uno spillo, quando di malumore si rassetta gl'indumenti in dosso. Ed il neurologo alla sua volta, incontrandosi in nuclei proporzionalmente pi voluminosi in corrispondenza e connessione coi fasci muscolari pi grossi e pi energici, se pu parlare di elementi motori, dove, nelle corna anteriori e nei fasci corrispondenti del midollo, appaiono pi chiare le connessioni dette e la distinzione dagli elementi posteriori connessi agli organi sensorj, non pu dire qui, che siano nuclei volontarj; e dove, nel cervello, vorrebbe dire che sono centri volontarj, gli tocca a dire che sono anche centri sensoriali. Si conclude allora, che la volont ha la sua base in una sinergia o coordinazione di parti, in rapporti inibitorj fra le cellule, ecc. Ma il medesimo si deve poi dire d'ogni altro fatto, che riecheggia in tutto il sistema nervoso, pi o meno, ma sempre in modo apprezzabile al dinamometro e all'ergografo.
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Il James dedica alla volont un capitolo, che meglio d'ogni altro testimonia del suo ingegno lucidissimo, dove, eccezion fatta di quella punta di umor metafisico (242), che pi di una volta s'insinua nella sua trattazione, come un istante di malinconica raucedine nel canto sicuro di un buon tenore, egli riassume ed armonizza le vedute degli psicologi pi scientifici, gli sperimentalisti inclusi. Eppure la teoria del James non  punto sperimentale; l'esperienza, che diciamo esterna, non giova, potendo solo misurare il tempo della deliberazione volontaria e l'energia e perfezione del movimento voluto; all'esperienza interna egli non pu sicuramente riferirsi, poi che riduce la psiche alla parte di spettatore, di sostegno morale eterogeneo del movimento da cui  indipendente: rotto cos il rapporto, la volizione trova la sua ragion d'essere come pure egli afferma in una relazione puramente ideale, che non basta poi ad esplicare l'azione motoria, onde  necessario introdurre un'ipotesi fisiologica lontana da ogni esperienza, come quel meccanismo cellulare, su cui egli tanto s'indugia. Una critica particolareggiata di queste vedute pu avviarci ad un'integrazione pi concreta e meglio sperimentale dei concetti scientifici sulla volont.
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Secondo il James, i movimenti riflessi, istintivi, emotivi sono fatti primarj, che, apparendo prima inconsciamente, ci apprestano poi una provvista di rappresentazioni dei varj movimenti possibili, idee cinestetiche sulle quali si fonda il processo volontario. Il Wundt vuole in vece, che quei movimenti siano dovuti alla meccanizzazione dell'atto prima cosciente. Non vi  contraddizione fra i due concetti; non tanto perch pu esser veritiero rispetto all'individuo il primo e rispetto alla specie il secondo (243), ma piuttosto perch la divergenza sta solo nella maniera d'intendere il fatto cosciente rispetto al movimento utile. Ora qui appunto sta il nodo della questione. Si chiamano atti riflessi quelli provocati immediatamente dallo stimolo; per se lo stimolo  provocatore del movimento, la causa veramente immediata  l'eccitazione nervosa, come tutti convengono. Ma chi pu affermare, che questa eccitazione non abbia caratteri psichici? La coscienza si accompagna all'atto riflesso, pi o meno viva e pi o men chiara, appunto secondo l'intensit della eccitazione e la qualit dello stimolo;  un riflesso batter le palpebre per spolverare la cornea com' un riflesso ritrarre l'arto raggiunto da una fiamma. Lo stesso si dica dell'automatismo, dove, per esempio, l'avanzare d'un passo pu esser eccitato ora dagli stimoli muscolari del passo gi fatto, ora da un impeto d'ira o di spavento. Adunque riflesso e automatismo non significano processo incosciente rispetto allo stimolo, ma rispetto al movimento, nel senso che questo si compie senza averne prima coscienza. Il Wundt ha ragione, riferendosi appunto alla coscienza sensoriale dello stimolo che provoca il movimento, di affermare che i movimenti riflessi, prima di essere dovuti a una stimolazione minima, sono dovuti a una stimolazione pi imponente e pi cosciente: meccanizzazione dei processi psicomotori vuol dire maggior facilit della reazione ad eccitazioni sempre meno importanti fisiologicamente e psicologicamente, per la solita evoluzione dispositiva, che si dice memoria organica o abitudine. Ed il James dal suo punto di vista avrebbe ragione di dire incoscienti i riflessi considerando, non la coscienza dello stimolo, ma la coscienza del movimento, la quale in essi manca. Tanto nel batter le palpebre che fa il bambino dopo che l'acqua del bagno spruzzatagli sulla cornea l'ha fatto soffrire  (Preyer), come nel battere le palpebre che tutti facciamo senza dolore apprezzabile da parte degli stimoli, non si pensa certo al movimento stesso. Il contrapposto del movimento riflesso sar dunque il movimento pensato, che, per divenire tale  (ossia per diventare una rappresentazione), deve prima essere stato sperimentato.
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Ma che cosa vuol dire, poi, rappresentazione di movimento? Se costringiamo il braccio di un individuo, che sia anestetico da quella parte, ad eseguire movimenti in vario senso, egli non ne ha coscienza alcuna. Lo psicologo americano conviene in questo, anzi difende risolutamente la tesi, affatto sperimentale, che la coscienza di movimenti sia puramente sensoriale, analoga alla rimanente coscienza d'ogni cenestesia, anzi di qualunque stimolo (244). Se dunque la coscienza di movimenti spontanei  un gruppo sensorio, che si pu dire percezione come ogni altro d'ogni organo sensorio, la rappresentazione di quei movimenti non  diversa da quella, mettiamo, di un dolor di denti, o da quella, mettiamo, del profumo dell'arancio: come queste si presenta coi nuovi stimoli, che, come si dice, la richiamano. Or dunque, il movimento effettivo che accompagna la rappresentazione di esso trovasi forse in un rapporto diverso a suo riguardo, del rapporto tra il movimento riflesso e lo stimolo esterno?
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Se comandiamo a un'isterica in istato sonnambolico di fare un passo avanti, nel silenzio della sua coscienza la rappresentazione, di cui si fa segno la parola udita,  motrice, ed essa fa il passo; analogamente se le diciamo che le diamo a mordere un limone, le sue ghiandole salivali segregano abbondantemente, ed essa fa le smorfie corrispondenti all'agrume di quel sapore rappresentato nella parola suggerita. La reazione motoria non  propria delle rappresentazioni di movimenti, ma di ognuna che corrisponda a stimoli; ogni idea come ogni stimolo attuale  ugualmente motoriale. Ma si potrebbe dire che, quando l'oggetto rappresentato  il movimento stesso, il rapporto psicomotorio, pur essendo sempre fra la coscienza sensoriale e l'organismo mobile, ha qualcosa di particolare, tanto da potersi distinguere col nome di volont. Questo alcunch di particolare non  certo la velocit n l'energia n la direzione e coordinazione migliore del movimento: ognun sa, che il movimento pensato  pi lento, meno energico, pi intralciato di quello spontaneo. Non  nemmeno la necessit, che il movimento effettui l'idea: sto fermo su questa sedia, e posso pensare con insistenza a muovermi, e pur non mi muovo; non mica perch nel tempo stesso pensi a star seduto, ma perch il muoversi non dipende strettamente dalla rappresentazione del movimento, ma da questa in quanto acquista valore  (interesse) quando sia connessa in uno stimolo che per s o per altre rappresentazioni sia efficace: ho bisogno di un libro e mi alzo per prenderlo; oppure, pi semplicemente ancora, voglio proprio muovermi. Ma questo voglio non  la rappresentazione oggettiva,  l'interesse soggettivo. C' tanta volont nell'azione di muoversi in corrispondenza con l'idea di movimento, quanto nell'azione di menare un pugno a chi mi offende sul viso; se in questo caso io penso prima all'atto, lo compio meno risolutamente; gli uomini pi volontari sono quelli che meno pensano ai mezzi e pi ai fini, o, nel caso semplice, meno al movimento e pi allo stimolo esterno.
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L'azione, prosegue il James,  di solito ideo-motrice immediatamente, quando non vi  altro nella mente o quando il resto non contrasta. S'intenda l'espressione ideo-motrice nel senso, che anche l'idea  poi un elemento astratto di percezioni; per cui tra il puro riflesso e l'azione pensata non vi  differenza che per la connessione di rappresentazioni di movimenti che riappajono nella contiguit dello stimolo e ci dnno, non il movimento, che dipende dalla loro intensit affettiva, ma la nozione dell'effetto del movimento, ch' una nozione conoscitiva come tutte le altre riguardanti l'avvenire. Nel caso opposto, dice l'autore, quando cio altre idee-motrici in antagonismo sono presenti  (ossia quando lo stimolo porta seco elementi attuali o rappresentativi diversamente motorj), vi ha irresolutezza prima e poi deliberazione pi o meno rapida e stabile secondo i tipi; ossia volont di secondo grado, quella pi cara ai filosofi. La volont consiste allora nello sforzo dovuto all'antagonismo: la volont  l'azione che si trova sulla linea della maggior resistenza.
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Prima di tutto, lo sforzo non consiste nella rappresentazione motoria piuttosto che in qualunque altra, ma nel fatto che una rappresentazione acquisti un valore motorio pi efficace di quello delle altre contemporaneamente presenti (245). In secondo luogo, non consiste nella maggior resistenza della serie rappresentativa che sar vittoriosa in paragone con le altre. Anche il Ribot diceva, che l'attenzione volontaria  quella diretta sulla linea di maggior resistenza. Se davvero ci fosse una maggior resistenza, quella deliberazione e quest'attenzione mancherebbero. Quando conduco il mio cane a passeggio, lo vedo curiosare di qua e di l, secondo in che s'imbatte; se gli passa vicino una cagna in calore, esso lascia ogni altra osservazione e non ode pi neppur la mia voce, ma fila diritto dietro all'oggetto della sua attenzione e del suo desiderio. Io invece me ne rimango a tavolino anche essendo scoccata da un pezzo l'ora di cena. La mia attenzione scientifica  volontaria, perch la curiosit, ossia l'amor di conoscere in me  divenuto pi forte, poich il bisogno scientifico si  sviluppato fino a sorpassare d'intensit, in questo momento, il bisogno nutritivo ed i sentimenti che vi corrispondono. Ma se fossi digiuno da due giorni, neppure i libri dei nuovi idealisti italiani, sebbene interessantissimi, la vincerebbero sulla fame. La volontariet della mia attenzione consiste dunque nella reazione che un bisogno di lusso, come quel della scienza, esercita sopra un bisogno pi fondamentale, come quel della nutrizione, ed il solo problema scientifico a questo riguardo  quello, del sapere come uno stimolo, rispondente a bisogni nel caso comune assenti o men forti, diventi pi importante di quelli comunemente pi eccitanti:  un problema evolutivo.
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La volont consiste, nella sua forma primaria, nello sforzo che facciamo per compiere un'azione in rapporto ad uno stimolo univoco, come quando, non avendo voglia di fare una cosa, senza per aver voglia di farne un'altra, pure finisco con l'agire; nella sua forma di secondo grado, nello sforzo per compiere un'azione in rapporto con uno stimolo, attuale o rappresentato, contiguo ad altri diversamente motorj, ma d'intensit motrice su per gi uguale alla sua, come quando scelgo tra l'idea di fare una passeggiata e quella di fare una visita. Se davvero una di queste idee fosse pi resistente, non ci sarebbe n esitazione n deliberazione: queste dipendono da un certo equilibrio fra i coefficienti sentimentali delle due serie di stimoli. .
L'idea del dovere, o, meglio, il sentimento di onest, che mi fa rinunciare a un vantaggio immediato non ha mica meno forza di questo; tutt'altro: se vi ha un periodo di esitazione,  fino a che l'uno e l'altro sentimento si equilibrano; se vi ha decisione,  nel senso del sentimento pi impellente ossia dell'azione pi facile; se infine ci fosse stata resistenza preponderante da una parte, fin da principio si sarebbe scelta l'altra, che, per l'uomo fortemente onesto, era la via del dovere, che avrebbe seguito senza esitare n deliberare, e per l'uomo pi bassamente egoista, era la via dell'utile: sono le mezze coscienze quelle che deliberano.
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Lo sforzo volontario, secondo il James, consiste nell'attenzione, che illumina e avvalora sia lo stimolo univoco, ingagliardendone la tendenza attiva (246), sia lo stimolo in antagonismo con altri, aumentando la sua efficacia fino a superare quella degli altri.  l'attenzione che d il fiat deliberativo. La psicologia a volte capovolge poi questi termini, e dice ch' la volont quella che produce l'attenzione. Si tratterebbe insomma dello stesso processo. Ma a dir vero, l'attenzione, come s' detto,  un rapporto psicomotorio riguardante lo stimolo per conoscerlo meglio, ossia quando non vi ha ancora e in attesa di produrre il rapporto psicomotorio utile. Nel caso dell'attenzione passiva,  un adattamento organico a percepire lo stimolo naturalmente pi forte; nel caso dell'attenzione attiva,  un accomodamento e un'insistenza percettiva sullo stimolo, resosi pi forte in rapporto a bisogni e sentimenti acquisiti. Ora, se io ho presente l'idea di fare una passeggiata e quella di fare una visita, l'attenzione illuminando questa e quella le integra, facendo sorgere altre rappresentazioni, qui della piacevolezza della campagna primaverile, dell'appetito che riporterei a casa ecc.; l della noja di trovare altra gente, della possibilit di rimetter la visita a domani ecc., onde si finisce col decidersi per la passeggiata. Ma il fiat, la decisione, se  conseguenza di quel processo attentivo, perci appunto  posteriore ad esso e ne fa da conclusione; deliberare significa appunto non stare pi attento: agire utilmente. Il fiat sta nella piacevolezza della passeggiata che la vince, non gi nel processo preparatorio che me l'ha messa in luce. Quando forti passioni si urtano fra loro, la volont si esplica indipendentemente da qualsiasi processo, che meriti il nome di attenzione, da riserbarsi, come s' visto, in rapporto a stimoli prevalentemente conoscitivi e pi freddi.
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La volizione, aggiunge il James,  indipendente dai movimenti; un paralitico pu voler muovere il suo braccio infermo, senza effetto reale. Quindi, egli conclude, la volont  una relazione fra la mente e le sue idee; come chi dicesse un fatto soltanto psichico. Qui si fa una deplorevole confusione. Si pu chiamare una relazione mentale il pensar di volere, ch' la rappresentazione della volizione nel caso che, come nel desiderio, essa sia presentemente impedita, e, come nel proporsi un'azione avvenire, essa sia rimandata a pi tardi, in presenza degli stimoli opportuni; anche cos per si tratta di un pensiero che ha il suo coefficiente motorio attuale, ridotto alle solite manifestazioni psicofisiologiche della emotivit e dell'attenzione. La volont non consiste nella rappresentazione di uno sforzo volitivo possibile, ma nello sforzo attuale; fin che penso che voglio muovere il braccio, non lo muovo n effettivamente voglio; quando voglio effettivamente, ecco che il mio braccio si muove da s nell'attimo stesso. Ora, se qualcuno nel tempo stesso mi tien fermo il braccio, non  detto che il mio volere manchi di azione; come non mancherebbe d'azione lo sforzo disperato di un pazzo che spinga il muro, bench il muro non cada. Nel paralitico, parte del sistema nervoso in connessione con le vie motorie ha perduto la capacit funzionale; ma rispetto ad essa la rimanente funziona benissimo, e la scarica motoria si dirige in quel senso, quantunque invano. Se il James si fosse curato di applicare un ergografo alla mano non paralizzata avrebbe visto che il voler muovere quella paralizzata, se sarebbe rimasto qui senza effetto esternamente apprezzabile, avrebbe ottenuto l una contrazione apprezzabilissima, per denotare il rialzarsi di tutta l'innervazione motoria. Lo sforzo del pensiero non  mica il pensiero dello sforzo.
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Nel tempo stesso che l'illustre autore vuol provare che la volont  una propriet psicologica, trova una teoria ipotetica per dimostrare che  una propriet tale, che si possa ricondurre a un meccanismo fisiologico di rapporti intercellulari, riducibili a inibizioni della scarica motoria di una cellula su quella di altre. Non  certo il primo che tenti una dimostrazione meramente fisiologica dell'atto volontario. Il Dallemagne, per esempio, riduce la volont a una categoria di riflessi, dovuta alla concatenazione degli archi riflessi cerebro-spinali da una parte e del simpatico dall'altra, sovrapposti e complicantisi in progressione crescente: il tono dato da tutti i riflessi inferiori a quelli cerebrali si manifesterebbe soggettivamente come volont cosciente; sarebbe la categoria pi complessa di archi, aventi pi di una via aperta per la contrattilit  (?!) del tessuto nervoso (247). Non treno ipotetica, sebbene pi chiara,  la teoria jamesiana. La vista della fiamma di una candela stimola, secondo il James, un centro corticale sensorio, che si scarica per via istintiva riflessa nel centro motorio che serve al movimento di afferrare (248); onde l'eccitazione sensoriale di un altro centro, che ci fa coscienti della scottatura, riversandosi sopra una seconda via riflessa, per tirare indietro la mano; ed anche le sensazioni corrispondenti a questo movimento si registrano alla lor volta in un terzo centro o elemento sensoriale. Ma al ridestarsi un'altra volta del primo centro, di fronte allo stesso stimolo della fiamma,  aperta una nuova via tra esso e il secondo elemento sensoriale, della coscienza della scottatura, ed ecco variata la scarica motoria del primo, ritirando la mano invece di stenderla per afferrare.
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A noi parrebbe assai pi conforme all'esperienza dire: 1 che lo stimolo della fiamma lucente  appreso e sentito in una eccitazione immediatamente periferica, alla quale prende parte tutto il sistema centrale connesso pi direttamente con la retina, e indirettamente l'intiero organismo come si prova con le esperimentazioni; 2 che, ogni eccitazione essendo in pari tempo motoria per le connessioni con gli organi muscolari e ghiandolari, si determina una serie di movimenti, alcuni dei quali puramente emotivi ed espressivi; altri utili, per le vie pi facili in genere, e per le vie dovute alle innervazioni pi stabili in ispecie, come l'avanzare il braccio; 3 che la nuova percezione, della scottatura, si determina in un analogo rapporto psicofisico, aggiungendosi nel sistema nervoso quale una modificazione della eccitabilit generale e speciale, e in pari tempo della coscienza, conoscitivamente come un nuovo carattere dello stimolo complessivo, emotivamente, come un nuovo tono generale del sentimento che lo contiene, onde 4 una nuova reazione complessiva e speciale corrispondente all'intiera percezione  (non soltanto allo stimolo n soltanto all'emozione), ch' il ritrarre la mano dalla fiamma, oltre le altre espressioni; 5 d'ora in poi lo stimolo, fiamma lucente,  accettato secondo la nuova tendenza complessiva, ossia conoscitivamente come fiamma lucente e bruciante, emotivamente come dolorosa, motoriamente reagendo nel modo pi stabile, corrispondente al sentimento pi intenso: sempre in una sola percezione che interessa, se si vuol fare uno schema, un solo complesso centrale, senza differenze funzionali fra gli elementi, da che le differenze sono dovute non alle cellule, ma ai rapporti del sistema nervoso col mondo esterno e con gli organi motori.
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Ma se anche le cose stessero come vuole il James, l'inibizione della corrente motoria del secondo gruppo stimolato, sulla corrente motoria del primo, non si pu spiegare, se non ritornando a una teoria integrale della percezione, che abbracci, non soltanto la coscienza, ma la coscienza come sensoriale e motoria nel tempo medesimo.  il dolore connesso nel nuovo carattere sensorio dello stimolo quello che determina l'inibizione del movimento connesso al primo carattere piacevole della fiamma brillante; altrimenti il primo movimento continuerebbe fino a saziet, come il James riconosce, essendo utile.
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Per il nostro autore, come pure l'Hffding, si oppone recisamente alla teoria utilitarista sull'attivit psicomotoria, ch'egli chiama una superstizione teleologica. Il piacere e dolore non sarebbero i motivi della volont se non che in un genere di questa, nella ricerca di essi; ma tutte le azioni ideomotrici e molte deliberative vi fanno eccezione. La scarica ideomotrice  dovuta all'interesse. Verissimo questo: ma tutta la discussione pu aver luogo soltanto intendendo piacere e dolore come concetti astratti, e supponendo che il piacere e dolore siano stati psichici che precedono o seguono l'azione. In realt l'azione  piacevole o dolorosa in ciascun momento, pur dipendendo da altri momenti psichici e causandone nuovi alla lor volta coloriti emotivamente.  indifferente parlare di azione interessata piuttosto che di azione piacevole.
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Il rapporto psicomotorio ci presenta una serie di reazioni dovute puramente alle connessioni organiche fra il sistema nervoso e gli organi restanti, che si possono dire espressive, e sono quelle prima esaminate come le pi costanti d'ogni percezione a bastanza efficace; ed una serie di reazioni dovute altres al rapporto psicofisico, ossia dirette verso lo stimolo che si possono dire volontarie in senso largo. Esse si determinano in movimenti utili, ossia piacevoli. L'utilitarismo inglese non implica, che l'azione sia fatta in vista di un piacere avvenire; dice soltanto, che tra i movimenti che si compiono in rapporto con gli stimoli esterni, quelli permangono, si ripetono e divengono tendenze motorie stabili, i quali siano accompagnati dal piacere maggiore: passando da uno stadio motorio incoordinato ad uno vie pi coordinato in un'azione sempre pi pronta, per stimoli sempre meno intensamente affettivi, fino all'automatismo e al riflesso.
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L'utilit dell'azione  il valore biologico della percezione stessa: non vi ha fatto psichico che non corrisponda pi o meno direttamente a un'azione o istantanea o finale piacevole, ossia, psicologicamente almeno, utile. Se il bambino ritrae la mano dalla fiamma e Muzio Scevola ve l'immerge  perch nell'uno  pi piacevole lo schivare la fiamma che l'afferrarla, nell'altro  pi piacevole il dolore della bruciatura che il ritornarsene senz'altro al suo campo dopo aver mancato il regicidio. Naturalmente tutti questi paragoni li facciamo noi, analiticamente; il fatto  spontaneo e non deliberato.
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Ma poi anche nell'azione deliberata, forse che il rapporto psicomotorio si presenta come un movimento mediato che segua il processo psichico anzich accompagnarvisi, come in ogni riflesso? La deliberazione e l'azione non sono consecutive questa a quella; sono consecutive rispetto ai momenti psichici precedenti, che sono quelli della meditazione volontaria, i quali saranno ciascuno accompagnati come altrettante percezioni, basate su stimoli verbali, da una reazione riflessa, almeno quella registrabile al pletismografo, o almeno l'innervazione motrice corrispondente alle diverse rappresentazioni che si succedono: ma il momento deliberativo  insieme, non prima, l'azione risolutiva finale; un'attenta introspezione ce ne pu fare persuasi. Il James che adopera cos bene gli esempi, pu dire, come l'idea veramente risolutiva di levarsi da letto, dove si sta cos bene, per andare all'ufficio, sia tutt'uno con l'alzarsi di fatto: ci si trova gi alzati!
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La distinzione fra il puro riflesso e l'atto volontario sta nella direzione di questo oltre che in rapporto immediato, ossia attuale, con un solo momento, analogamente ai riflessi, anche in rapporto mediato con i momenti precedenti: l'azione volontaria  il convergere finale di pi innervazioni motrici che fino a quel momento si equilibrano, e differisce dunque per la complessit maggiore di tutto il processo psicomotorio, non per una specificit di rapporti puramente psichici. Lo sforzo volontario  tale in quanto l'azione  pi lenta, preparata, rispetto alla serie rappresentativa considerata nel suo seguire; esso ha luogo dunque, quando il rapporto psicomotorio non s'impone subito come utile, ma il suo valore si sviluppa sui valori delle innervazioni rappresentative precedenti all'ultima, che diciamo deliberazione.  la metafisica che intende la volizione come pensiero indipendente persino dal sentimento; in realt un volere pensato  una rappresentazione simile ad ogni altra idea prevalentemente conoscitiva, che avr come ogni altra coefficienti motorj attentivi; la volizione  poi invece un'azione affettiva pi complessa, che riguarda lo stimolo, in ragione della sua efficacia psichica: l'eccitazione psicologicamente sensoria  biologicamente motoria, e l'atto prende perci valore secondo le tendenze motrici determinate dall'utilit rispetto allo stimolo, e, dove pi tendenze si affacciano assieme, dalla risultante delle innervazioni, che diciamo azione deliberata.
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Possiamo anche definire la volont come il rapporto psicomotorio possibile in ogni percezione, quando ne sia cosciente il valore. Ma si rammenti, che ciascuna percezione non avviene prima del suo atto come non avviene dopo il suo oggetto, essendo al tempo stesso e immediatamente il fatto psicofisico, per cui l'affettivit primitiva o l'interesse o tendenza derivata abbracciano lo stimolo realmente esistente al di fuori, ed il fatto psicofisiologico, per cui gli reagiscono (249).
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Siamo ormai giunti alla fine di questo studio, istituito per offrire alla Psicologia sperimentale dei fondamenti, che non includano ipotesi metafisiche, e bastino a stabilire il quadro, in cui si collochino le sperimentazioni avvenire. Le astrazioni pi generali di ogni scienza rappresentano, sotto il nome di leggi, la sistemazione temporanea del nostro sapere. L'inferire dalla legge al fatto ed all'oggetto  un'operazione legittima; per essa riguarda il fatto e l'oggetto com'era anteriormente conosciuto, ma non pu n deve pretendere d'illuminarci nel senso di un sapere progressivo, di una conoscenza pi integrale. Questa inferenza non  che la fase terminale di ogni processo induttivo, per cui, affermato un carattere per gli oggetti in genere ed una causa per i fatti in genere si riaffermano per i nuovi oggetti e fatti non ancora sperimentati (250). Ma dove s'istituiscano nuove esperienze, dove si proceda alla ricerca di nuovi caratteri,  gravissimo vizio inferire ai fatti sperimentati dalle leggi acquisite, che rendono vano quel che di nuovo possa dare l'esperienza. Al contrario, bisogna che i nostri concetti generali siano rituffati nel concreto, per preparare quelle poche sintesi sicure, bastanti a dare un sostrato ed un fondamento alle nuove ricerche.
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Tanto pi era necessario questo tuffo per la Psicologia generale, dove l'ipotesi filosofica ebbe larghissimo campo per il manco di esperienza. Pu parere cosa ben piccola agli psicologi, l'aver ridotto tutte le leggi che oggi si addensano sui fatti psichici, ad una sola, del duplice rapporto psicofisico e psicofisiologico, sfrondando i concetti di idee, di sentimenti, di volont, di memoria, ecc. da ci che contenevano di sostanzialismo e di associazionismo, e riducendo la maggior distinzione di quelli ad un concetto meno distinto, del fatto psichico considerato come percezione attuale e immediata: - ma in compenso quella legge e questo concetto corrispondono ad un rapporto e ad un fatto concreto e strettamente sperimentale. S'io non ho errato dalle fondamenta, gli esperimenti psicofisici e psicofisiologici non possono aver pretesa di ristaurare su nuove basi la Psicologia e di scoprire nuovi veri, se prima non utilizziamo tutta l'esperienza passata a definire il rapporto ch'essi studiano, ed a spogliarlo delle antiche esplicazioni.
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Una conseguenza delle nostre vedute , che, se per ora noi dobbiamo servirci dei termini della Psicologia passata solo come di soggetto, empiricamente conosciuto, del nostro discorso, ossia come concetto di distinzione all'ingrosso di fatti secondo la prevalenza di certi caratteri sol descrittivamente conosciuti, senza attribuire a quella terminologia il valore esplicativo che di solito porta seco, - l'orientamento delle ricerche sperimentali non dev'essere verso la sensibilit, verso l'intelligenza, verso la memoria e via; ma verso l'oggetto concreto in cui s'avvera il duplice rapporto, ch' l'individuo. La Psicologia sperimentale, lo diciamo subito, dev'essere una psicologia individuale.
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Il Wundt credeva che l'esperimentazione psicologica sia possibile soltanto per i fatti molto semplici, come quelli della sensibilit, e che i metodi di ricerca siano sopra tutto quelli di laboratorio: concetto che corrisponde ad una fase iniziale della scienza sperimentale. Al contrario, oggi  dimostrato e chiaro a chiunque vi si sia applicato, che le esperimentazioni della Psicofisica in genere, o hanno un valore puramente fisiologico, o devono riferirsi a fatti soggettivi e complessi, divenendo la ricerca un'interrogazione su l'apprezzamento personale e sull'efficacia emotiva dello stimolo. In pari tempo, nei laboratorj prendono il sopravvento le esperimentazioni pletismografiche; mentre la Psicologia sperimentale, dal Galton in poi, amplifica vie pi il suo campo con tutte le ricerche, che ciascuno studioso pu fare dovunque, variando indefinitamente i testi mentali, e avendo per soli istrumenti una penna, un pezzo di carta e una grande pazienza e diligenza.
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D'altra parte parr chiaro ad ognuno che vi ponga mente, che le ricerche psicofisiche, per quanto si dirigano a priori secondo punti di vista generali, sono per s stesse ricerche di psicologia individuale; lo stesso si dica di quelle psicofisiologiche, dove di generale non appare che il rapporto stesso, ed ogni conclusione di ciascuna non pu riferirsi che alla diversit di reazione motoria di ciascun individuo rispetto agli stimoli. Infine la psicologia degli interrogatorj e dei testi mentali cominci fin da principio con l'impronta di ricerca individuale. Per cui si pu concludere, che la Psicologia sperimentale  individuale: cosa che non deve far meraviglia pi che se si dicesse, che la ricerca biologica  una ricerca compiuta su animali, piante e protisti, e non vi ha scoperta nuova se non indirizzando l'osservazione sugli individui concreti anzi che su propriet astratte e generali.
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Fu appunto la dispersione delle osservazioni sperimentali verso le qualit e le categorie psicologiche, che imped fino ad oggi lo sviluppo della psicologia del carattere, alla quale, malgrado tutto, ritornano, sebbene diffusamente e incoordinatamente, quelle stesse ricerche. E la psicologia del carattere fu sopra tutto una serie di tentativi per classificare i temperamenti individuali nel casellario dei concetti empirici su di essi, o come chi dicesse per mettere il carro davanti ai buoi (251). N furon meno empirici e vaghi, quindi inutilizzabili dalla Psicologia, gli studi particolari su questo o quel soggetto (252). Migliori risultati sono quelli degli studj etologici, che apprezzano i caratteri collettivi, di razza, di sesso e di et, e degli studj patologici, sulle anomalie del carattere e della personalit.
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Tra psicologia individuale e psicologia del carattere vi  la differenza che passa fra ricerca parziale e ricerca totale complessiva; la prima di solito va intesa come una serie di ricerche in cui si tien conto delle variazioni tra individuo e individuo da un punto di vista comune, la seconda come ricerca delle variazioni di ciascun individuo sotto tutti i punti di vista. Non dovendosi ammettere un punto di vista gi prima della esperienza, noi diremo psicologia individuale quella che cerca le costanti in ciascuno, e psicologia del carattere quella che cerca le varianti tra gli individui messi di fronte agli stimoli.
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Con intenti pi ristretti invece, A. Binet e V. Henri tracciarono nel 1895 un programma di psicologia individuale (253) portando la discussione sui metodi da impiegarsi, sia nello studio sulle differenze individuali, sia nello studio delle relazioni che esistono tra i varj processi psichici, per poter inferire dallo stato di certe facolt psichiche di un individuo lo stato di altre nel medesimo soggetto, e per giungere a fissare quali siano i processi psichici pi importanti che regolano gli altri, e di cui l'insieme possa meglio caratterizzare le differenze psichiche tra gli individui. I metodi consigliati dagli autori francesi differiscono da quelli di solito usati dai tedeschi, perch si rivolge lo studio di preferenza ai fatti psichici pi complessi, che sono quelli che segnano meglio le differenze individuali, e, tra gli strumenti, si d la preferenza ai mental tests, i quali appunto si prestano, per la loro variet e adattabilit, allo studio di tali fatti (254).
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Noi crediamo, che la preferenza al metodo francese o a quello tedesco sia appunto subordinata alla direzione delle nostre ricerche, secondo che vogliamo servircene per risalire poi a conclusioni di psicologia generale, nel qual caso sar meglio soffermarci sui casi pi semplici dei due rapporti, od a conclusioni di psicologia del carattere, per cui sia preferibile, gi supposto il primo esame, aggiungervi quello delle variet pi complesse.
Per in questo bisogna pienamente convenire col Binet, contro il sistema americano, che abbraccia per ogni esperienza un gran numero d'individui: che sia meglio invece scegliere pochi soggetti e convergere su di essi il maggior numero di prove, adattandole e integrandole secondo l'intento della ricerca.
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Alla Psicologia contemporanea non mancano pi i mezzi, che sono innumerevoli, dal compasso di Weber alla grafologia, n gli uomini, che sono molti e valentissimi, per fondare una Psicologia sperimentale, che non sia pi parte, ma sia tutto quanto lo studio della psiche, ne' suoi rami speciali e descrittivi come ne' suoi rami generali ed esplicativi: bisogna prima per togliere le lenti, che la psicologia filosofica interpone tuttora all'insaputa fra l'osservatore ed il soggetto sperimentato, perch la grafica ottenuta non riceva la legge da un sapere eterogeneo preesistente, riducendosi ad un capitolo di esso, ma la dia, ampliandosi in una vera e propria induzione.
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FINE.
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NOTE AL TESTO:
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(1)	La polemica fu iniziata con lettere del prof. F. De Sarlo (Firenze) e del prof. G. Villa (Roma) sui giornali politici, es. Giornale d'Italia, e continuata sui letterarii, es. Il Marzocco. Ma pi seriamente aveva scritto in proposito lo stesso F. De Sarlo nei suoi "Studii sulla Filosofia contemporanea" I, 1901; nell'opera "I dati dell'esperienza psichica", 1903; e nel proemio alle sue "Ricerche di Psicologia", I, 1905.
(2)	Morselli E. - Introduzione alle Lezioni di Psicologia patologica e di Clinica psichiatrica - Torino, Loescher, 1881.
(3)	Veggasi il programma della mia Rivista di Filosofia Scientifica, edita poi dal 1881 al 1892 in dieci grossi volumi; continuata sotto forma di "Rassegna critica" sul Pensiero Italiano di Milano, dal 1893 al 1898, e sulla Rivista di Filosofia, Pedagogia e Scienze affini di Bologna-Padova, dal 1899 ad oggi.
(4)	Morselli E. - Manuale di Semejotica delle malattie mentali - Vol. II, Esame psicologico, Milano, Vallardi, 1894 (da pag. 70 a pag. 718!).
(5)	Si vegga al riguardo il recentissimo lavoro di Villa Guido - L'Idealismo Moderno - Torino, Bocca, 1905, specialmente al cap. I, pag. 21-94. Eppure il distinto filosofo era stato assai pi benevolo verso la investigazione empirica e scientifica nella sua pregiata opera "La Psicologia contemporanea", Torino, Bocca, 1899.
(6)	Binet Alfred - L'Ame et le Corps - Paris, E. Flammarion, 1905.
(7)	Il Brunetire, pi astuto degli altri avversarii minori della Filosofia scientifica, ma pur sempre confondendo il positivismo-sistema col positivismo-metodo, ha preteso volgerli tutti e due a vantaggio del suo concetto neoguelfo in Filosofia ("Sur le chemin de la Croyance; I. L'utilisation du Positivisme" Paris, Perrin, 1905).
(8)	La necessit di studiare la storia della Filosofia per essere filosofi veri  ammessa da chiunque, da positivisti e da idealisti: ma non si capisce come questi ultimi conciliino la loro tenerezza esorbitante, esclusiva, per la introspezione con l'obbligo in cui ci troviamo di conoscere il pensiero altrui, compreso quello dei filosofi e dei metafisici, dalle sue estrinsecazioni, e sopratutto dalle sue traduzioni in concetti ed in forma verbale! Disse ottimamente Boutroux al Congresso internazionale di Filosofia tenuto a Ginevra nell'autunno 1904: "L'tude de l'Histoire (e v'includeva naturalmente la storia della Filosofia) est encore plus indispensable pour empcher l'individu (il filosofo) de s'enfermer dans sa conscience propre, et pour lui apprendre  unir sa pense  la pense universelle." (Nei "Rapports et Comptes-rendus", Genve, 1905. pag. 58).
(9)	Cfr. quanto scrive B. Croce, in Leonardo, III, ottobre-dicembre 1905.
(10)	Un buon saggio critico, perch ponderato e moderato, sugli eccessi a cui, al pari di ogni altra scienza nuova e giovine,  andata incontro la scuola positiva per colpa di alcuni suoi ammiratori (non de' suoi cultori veri!), si trova nell'opera del prof. Alliotta Ant. "La misura in Psicologia sperimentale", Pubblicaz. del R. Ist. di Studii sup., Firenze, 1905.
(11)	Scrive stupendamente l'Ardig: "Vi  chi sta col metodo vecchio in Psicologia solo per paura che il nuovo gli faccia fuggir l'anima." ("La Psicologia come scienza positiva" in Op. filos. Vol. I, pag. 164). Proprio cos! Ma gli Psicologi empirici o positivi mai hanno cacciata via l'analisi interiore di coscienza, come narra l'accusa fatta loro dai neo-idealisti. Si vegga l'Ardig (loc. cit.); egli che  riconosciuto maestro e duce dai positivisti. E fra i tanti manuali e libri scritti da bio-psicologi, dediti allo sperimentalismo puro in Psicologia, si vegga il pi recente, l'Angell - Psychology: an introductory Study of the Structure and Function of human Conscioussness - New-York, 1905. Egli dice: "tre sono i metodi della Psicologia: l'osservazione interna; l'osservazione obbiettiva diretta o immediata degli altri individui; l'esperimento". E non basta?
(12)	Questo fu dimostrato ampiamente dal lavoro ultra-metafisico, che fu compiuto dai filosofi e psicologi introspezionisti ammessi, per indulgente concessione dei promotori, a costituire la IIa sezione del Congresso internazionale di Psicologia in Roma (aprile 1905). Vi si discusse e letig sul monismo e dualismo, sulla teoria della conoscenza, sul contingente, e persino sulle prove dell'esistenza di Dio: ma non si fece della vera psicologia neppure di osservazione interna! E chiuso il Congresso, inebbriati ancora dalle loro accademiche e vacue discussioni, cantarono vittoria contro i positivisti, fisiologi, biologi, alienisti ed antropologi, che avevano lavorato sul serio, con fatti e non con parole, nelle altre tre sezioni del Congresso. Veggasi l'artic. di Rageot, in Rev. phil., luglio 1905.
(13)	Lettera sul Congr. di Roma, Rev. phil. agosto 1905.
(14)	Il Wundt stesso ha protestato contro il Meumann, che aveva creduto trovare nell'ultima ediz. della sua celebre "Psicologia fisiologica" le rivelazioni di una tendenza sempre maggiore verso la metafisica spiritualistica e verso una teoria idealistica della conoscenza. Il grande maestro sdegnosamente ha respinta tale interpretazione (avanzata anche dal Villa nel suo Idealismo moderno gi citato), e si  proclamato sempre realista, sempre contrario ad ogni sorta d'idealismo, contrario assolutamente al dualismo! (Veggasi la interessantissima pulemica in Archiv fr die gesammte Psychologie, Bd. II, 1904-5.)
(15)	Tornano di moda, per spinta del neo-idealismo, i mistici di ogni tempo e di qualsiasi valore, purch immergentisi nell'abisso pericoloso dell'ultra introspezione. Per adesso risuscitano gli Eckart e i Novalis; per adesso ritornano, meravigliati essi stessi, i Padri della Chiesa, Ireneo ed Origene (eunuco precoce alla Tolstoi); ma poi verranno Plotino, Giambico e i gnostici, e gli Arabi; seguiranno (e se ne sente gi l'odore di santit) gli "introspezionisti" teosofi dell'Estremo Oriente, e i bonzi del Tibet, e i fakiri; alla fine non mancher allo spettacolo la farsa o il quadro plastico dei Monaci omfalo-psichici del monte Athos! La corrente trascina, inesorabilmente trascina.
(16)	F. De Sarlo - La Psicologia come scienza empirica - R. di Filosofia e Sc. affini, 1905, n. 5-6.
(17)	L'autonomia di una scienza  relativa per soltanto ai caratteri irreducibili del suo oggetto, ossia al punto di vista nuovo sul quale essa si forma. Ma poich l'oggetto ch'essa studia  il medesimo studiato, sotto altri punti di vista, da altre scienze, e il fatto ch'essa contempla si ricollega a quelli contemplati da queste,  assurdo parlare di assoluta indipendenza, mentre vi sar sempre una larga parte deduttiva dalle scienze pi semplici e fondamentali e anche da quelle pi complesse che la possano illuminare. Se  bene, nel nostro caso, rinunciare a una psicologia fisiologica nel senso stretto della parola, deve per accettarsi questa come parte della Psicologia generale, tal quale la Biologia non esclude, anzi ha d'uopo della chimica organica.
(18)	E. De Roberty - La Philosophie du sicle - Paris, 1892.
(19)	Windelband - Praeludien.
(20)	Ch. Renouvier - Les dilemmes de la Mtaphisique pure - Paris, 1899.
(21)	Ch. Renouvier - Nouvelle Monadologie - Paris, 1899.
(22)	L. Weber - Vers le positivisme absolu par l'idalisme - Paris, 1903.
(23)	P. Janet - Principes de Mtaphisique - 1896.
(24)	E. Boirac - L'ide du fenomne - Paris, 1894.
(25)	De la contingence des lois de la nature. - II Ediz. 1895.
(26)	De l'ide de loi naturelle dans la science et la philosophie contemporaines. - 1895.
(27)	Le mouvement positiviste et la conception sociologique du monde. - 1896.
(28)	De l'accord de la Mthode phnomeniste avec les doctrines de la cration et de la ralit de la nature. - Premire Anne philosophique, 1891. - Inutile rammentare, che anche il positivismo nega il determinismo nel senso sostanzialista, ammettendo invece la casualit di ogni fatto.
(29)	La cit moderne - Paris, 1894.
(30)	Les dilmmes ecc.
(31)	A. Asturaro - La Sociologia, i suoi metodi e le sue scoperte - Genova, 1897.
(32)	A chi ben intenda fin da questo paragrafo apparir chiaro, che il problema della conoscenza fu mal posto dalla Filosofia, e il principio della relativit che ne deriva  essenzialmente errato. Intanto n il criticismo n il positivismo possono oggi accettare tutte le conseguenze del principio della relativit conoscitiva: l'uno perch, se col fenomenismo ha tolto di mezzo la questione, se vi sia differenza essenziale fra spirito e materia, rimette poi in campo il dualismo, quando dice, che le categorie, cio l'intelligenza, cio il pensiero umano non si possono ricondurre alla sensazione; basti leggere per convincersene, le curiose critiche che il De Sarlo muove al positivismo italiano (Studi di filosofia contemporanea - 901); - l'altro, il positivismo, perch, pur riconducendo tutta l'attivit psichica alla sensazione, ritorna poi dualista intendendo che la sensazione si debba a un rapporto meccanico, che nel cervello poi si trasforma in rapporto psichico, un esteso che diventa inesteso per virt del sistema nervoso.
	Cos il criticismo rimane essenzialmente idealista e il positivismo rimane essenzialmente materialista, mentre materia e spirito non sono possibili, nella realt fenomenica, se non come concetti o punti di vista particolari e pratici, per comodo di scienze men generali della epistemologia.
	Ma quando il fatto psichico appaia, considerato senza preconcetti, come un fatto immediato, anzi che come una rappresentazione (psichica) di qualcosa (stimolo fisico) che vi si trasforma, come erratamente crede ancora la psicologia moderna,  provata la realt dello stimolo senza ricorrere al noumeno o all'inconoscibile; e quando le rappresentazioni appajano semplicemente come caratteri di percezioni attuali, impliciti sempre in uno stimolo reale,  tolto il dualismo fra spirito e materia, che diventa una verit dello stesso ordine di tutte le altre ottenute analiticamente, distaccando e considerando separatamente i caratteri molteplici di ogni cosa.
	Nella seguente trattazione, che desideriamo sia prettamente scientifica, non ci cureremo pi di questioni filosofiche, ch'era bene porre qui a principio, per tutti coloro che ancora intendono filosoficamente la Psicologia; solo ci contenteremo qualche volta di accennare in nota, come abbiamo cominciato a fare con la presente, le conseguenze delle nostre ricerche rispetto alla Filosofia.
(33)	A. Binet - Sommaire des travaux en cours  la societ de Psychologie de l'enfant - Paris, 1904.
(34)	O. Klpe - Grundriss der Psychologie - Leipzig, 1893.
(35)	Anche queste ricerche per si giovano in parte dei metodi diretti e, nel senso stretto, sperimentali.
(36)	G. Th. Fechner - Elemente der Psychophysik - 1860.
(37)	La filosofia chimica o pre-scientifica rimane appunto in questo stadio, sforzandosi di operare logicamente sopra il solo dato dell'affinit in astratto, e dedurre le sue leggi da principj aprioristici: lo stesso si dica poi per la coscienza, intesa dalla Filosofia come un in s, finch le sfugge ch' una mera astrazione.
(38)	Se quel da per s diventa un in s, se quella energia diventa una virt o facolt, si resta filosofi, e si fa una psicologia filosofica. Allora la coscienza diventa l'anima e, ipostaticamente, si pu anche affermare che possa esistere all'infuori di ogni rapporto psicofisico e psicofisiologico, ossia fuori dell'organismo. L'evoluzione delle idee generali, basata sul linguaggio, a poco a poco allontanandosi dal fatto, ossia dagli stimoli primitivi pi sensorj, pu andare anche oltre, e rinnegare la prova sperimentale: cio che, s'io abolisco il mondo esterno, questo non c' pi nemmeno psicologicamente; e se abolisco gli organi sensorj, non c' pi coscienza sensoria e delle rappresentazioni corrispondenti; e se abolisco a poco a poco il sistema nerveo centrale, scemo di pari passo il livello della coscienza, fin che l'annullo del tutto. I metafisici sorridono: questo  solo un parallelismo. Ma sarebbe pericoloso penetrare un po' pi addentro in questa misteriosa parola!
(39)	Dir poi meglio il significato di questa parola. Ora basti osservare, che la funzione psichica, nel mondo sperimentale, resta sempre una funzione biologica, in quanto esprime un mezzo sempre migliore di adattamento e di difesa organica; tanto vale dunque, in quanto  attivit, ossia, dati gli stimoli, reagisce in modo, da aumentare l'organismo di quelli utili e immunizzarlo di quelli dannosi.
(40)	Il ferro per suo conto e l'ossigeno per suo conto, ossia in altre circostanze, c'erano, s, prima, studiati dalla fisica; onde li diciamo le condizioni fisiche di quel fatto chimico.
(41)	 una supposizione legittima, appena si rompa il nodo dell'idealismo.
(42)	Questa volta non si dice meglio, perch la Psicologia  la pi complessa delle scienze e misura per mezzo delle altre, come la Fisiologia misura con la matematica, fisica, chimica, anatomia, e ricorre alla Psicologia solo per sussidio.
(43)	G. Villa - La Psicologia contemporanea - Torino 1899. - Questo autore nota ancora, che tutta la Psicologia sperimentale  passata per tre fasi consecutive, una fisiologica, l'altra psicofisica, la terza psicologica.
(44)	Cfr. A. Binet - La msure de la sensibilit - Anne psychologique IX, 1903.
(45)	M. Foucault - La Psychophysique - Paris, 1901. - Anche il Klpe aveva avvertito, che le misure sperimentali delle eccitazioni sono fatte a torto in rapporto alle sensazioni, mentre dovrebbero riferirsi il giudizio - Grundrisseit.
(46)	Molti ancor oggi, come credono che la Psicologia sperimentale sia soltanto l'esperimentazione pura e semplice, cos intendono la Psicofisica in modo tutto descrittivo, e riferita al rapporto del parallelismo e non alla coscienza. Basti confrontare i manuali di questa materia. Ma  tempo che questa manchevolezza, originata dal fatto, che furono fisici e fisiologi anzi che psicologi quelli che istituirono tali esperimenti, cessi, e, anzich rimanere divisa, la Psic. generale s'integri della Psicofisica.
(47)	A me pare che in questa disputa, sui metodi soggettivo e oggettivo, s'insinui un equivoco grossolano, dovuto a preconcetti filosofici. Io veggo un cane: il cane  un fatto soggettivo. Se l'osservo per descriverlo zoologicamente, diciamo che uso di un metodo oggettivo, perch astraggo dal soggetto che percepisce, e considero il cane come esistente fuori della mia percezione. Ma se, alla sua volta, osservo per descriverla la mia percezione stessa, come cosciente, astraendo, ora, dall'oggetto, anche questa diventa un oggetto della nuova percezione (riflessiva), ed il metodo di conseguenza  oggettivo ora come prima. Il cane la prima volta  un oggetto oggettivo (fisico) (per il doppio senso della parola), la seconda volta  un oggetto soggettivo (psichico). La differenza di metodo star solo nella difficolt maggiore di osservazione, richiedendo la prima, per la persistenza dello stimolo, minor attitudine osservativa che la seconda.
(48)	J. Sully - Outlines of Psychology with special reference to the Theory of Education - London, 1884.
(49)	H. Hffding - Esquisse d'une Psychologie fonde sur l'exprience - Paris, 1900.
(50)	W. James - Principii di Psicologia - Milano, 1901.
(51)	L'insistenza con la quale si neg da prima la sua parte all'osservazione introspettiva era dovuta alla mala prova che questo metodo, l'unico da loro seguito, aveva fatto presso i filosofi. Ma il male della prova non si doveva all'osservazione, bens a ci che vi si metteva di mancata osservazione o di apriori.
(52)	W. Wundt - Grndzuge der physiologische Psychologie - 4 ed., Leipzig, 1893; oppure cfr. la prefazione del suo Compendio di Psicologia - Torino, 1900.
(53)	 gi questo uno sbaglio, d'intendere come diretta l'esperienza interna e come indiretta quella esterna. Riprendendo l'esempio dell'altra nota: veggo il mio cane. L'oggetto  gi cosciente come tale,  quel cane, e lo percepisco direttamente e non per un'operazione secondaria, che include l'ipotesi di un inconoscibile che, trasformato, per un'altra ipotesi, in soggetto, si reduplica alla sua volta in soggetto-oggetto e soggetto puro. Al contrario , se mai, indiretta l'esperienza interna, non per s, quando  la pura e semplice percezione del cane, ma per la Psicologia, quando  un oggettivare questa percezione per rifletterci sopra. Il Wundt capovolge la serie, e mette il fatto pi semplice, la percezione (che basta alle osservazioni oggettive) dopo il pi complesso, la percezione della percezione (introspezione psicologica). Anche questo fu un errore della filosofia sostanzialista.
(54)	L'errore qui rilevato si deve a parecchi preconcetti filosofici. Prima di tutto, perch si dice che il mondo fisico  esteso ed il mondo psichico inesteso. L'estensione  una qualit, lo vedremo, come il colore, il suono e via, sebbene pi generale; se il colore, in quanto  uno stimolo,  un oggetto, e in quanto  uno stimolo sentito,  coscienza, anche lo spazio  coscienza. La coscienza  estesa tanto, quanto lo  il suo contenuto: non c' mica se non per astrazione una coscienza dietro l'esteso, che lo percepisce. Ma su ci ritorneremo in altre note. Un altro preconcetto , che la virt del pensiero sia una qualit, anzi la sola qualit, mentre il mondo fisico sarebbe la sola quantit. Ma il mondo  uno solo, formato di elementi tutti allo stesso modo fisici e psichici, sia la dimensione o il movimento, sia il colore o il suono, tutte qualit, in quanto sono forme diverse di energia, tutte quantit, in quanto possiamo prendere quelle pi generali sempre connesse con le altre, e, merc loro, unificare con l'unit di misura cos istituita gli oggetti. Visto o supposto che elementi cinetici sono complessi tanto nel corpo A luminoso, quanto nel corpo B risonante, il movimento, ch' in un senso una qualit come le altre, e come le altre oggettiva e soggettiva, diventa in un altro senso la misura oggettiva delle due diverse energie. Dire che la quantit, astrazione nostra assai complessa, di cui sono capaci solo i popoli pi evoluti,  il mondo esterno, e la qualit  il mondo interno  fare la pi completa ipostasi.
(55)	Ancora un esempio, per eludere ogni equivoco. La vita  una attivit sui generis, nuova rispetto a quell'altra attivit o energia, che chiamiamo affinit chimica. La chimica organica giunge a dire: la vita  un carattere di certi corpi chimici. Cos spiega la vita, senza punto abolirla. Del pari la Psicofisica dice: la coscienza  un carattere organico: lo afferma e lo spiega.
(56)	L'enumerazione del James  a pag. 155 del volume gi citato. Per un esame minuto dei metodi di ricerca sperimentale si confronti pi specialmente: W. Wundt - Grundzge cit. e Logik - 2 ed., Leipzig, 1895; O. Klpe - Grundriss cit.; A. Binet - Introduction  la Psichologie exprimentale - Paris, 1894, e tutte le altre memorie in proposito del medesimo autore apparse nelle Annes psychologiques. Per la tecnica delle sperimentazioni e la descrizione degli apparecchii si confrontino, oltre che le Annes citate, i Philosophische Studien e i giornali di Psicologia, i due manuali pi recenti E. T. Sanford - Cours de Psychologie exprimentale - Paris, 1900; E. B. Titchener - Experimental Psychology. A. Manual of Laboratory Practice - New-York, 1901.
(57)	E. Morselli - Manuale di semejotica delle malattie mentali - Milano, 1896; Sommer Lehrbuch der psychopathologischen Untersuchungsmethoden - Wienn, 1899; G. Guicciardi e G. C. Ferrari - I testi mentali per l'esame degli alienati - Riv. sperim. di Freniatria, 1896, fasc. II.
(58)	Ogni scienza giovine deve evitare i problemi delle origini; tanto pi una Psicologia, come quella che tentiamo di ricostruire su dati sperimentali e senza alcuna ipotesi, deve tenersi lontana dal problema, solubile soltanto per analogia, se vi sia psiche negli animali privi ancora di sistema nervoso. Bench analogicamente sarebbe tutt'altro che difficile concludere positivamente, come ho altra volta tentato parlando degli organismi unicellulari, non foss'altro per questo, che, come tutte le altre funzioni fondamentali della vita, specificatesi in tessuti ed organi particolari, esistevano anche prima di questi allo stato diffuso esercitate da tutto l'organismo, cos l'irritabilit protoplasmatica porter seco una forma elementare di coscienza, come porta seco una forma elementare di reazione motoria, prima che se ne sviluppi da un canto l'eccitabilit nervosa cosciente e dall'altro la contrattilit muscolare. Mentre sarebbe illogico pensare che la psiche s'innesti a un bel momento dell'evoluzione organica, dove non si scorge nessuna condizione biologica essenzialmente nuova,  invece ovvio, per chi non abbia preconcetti, ricondurla alle origini stesse chimico-organiche della vita, presumendo che si mantenga poi in quella serie (zoologica), dove l'unit di organismo ed il funzionamento motorio lo richieggono.
(59)	Pur di non attribuire a questa parola, coscienza, un significato speciale, ch' quello dei filosofi, che pass nella Psicologia come coscienza chiara, coscienza rappresentativa, coscienza cerebrale, coscienza dell'io e simili. In tal caso, si avrebbero eccitazioni senza coscienza. Ma  questione d'intendersi. Fu questo diverso modo d'intendere la parola, che dette luogo alle teorie, oggi quasi del tutto abbattute, dei fatti incoscienti e subcoscienti. La rana scerebrata  incosciente relativamente a una coscienza cerebro-spinale pi complessa, ma non assolutamente: in senso generale, essa serba quella coscienza, si dica pur midollare e automatica, onde reagisce in modo pi elementare e men vario, ai nuovi stimoli.
(60)	Non cos quell'altro rapporto psicofisico, fra lo stimolo esterno al sistema nervoso e la coscienza di esso. Dove lo stimolo considerato fisicamente  poi nella coscienza se considerato psicologicamente, ma pu essere anche solo fisicamente, a meno di non credere nel solipsismo degli idealisti, basato, come si disse e come meglio dimostreremo, sopra un errore psicofisico.
(61)	Quando il neo-materialismo diceva che psiche  una funzione del sistema nerveo come la secrezione  una funzione ghiandolare, aveva scientificamente ragione: aveva per torto filosoficamente, perch v'includeva il concetto, che pertanto la psiche non sia un carattere sui generis del mondo: come chi dicesse che la coscienza non  la coscienza.  l'errore confutato a pag. 39 e seguenti.
(62)	Una confutazione geniale fatta da un fisiologo alla psicologia fisiologica  quella di M. Panizza, di cui si confrontino specialmente: La Fisiologia del sist. nerv. e i Fatti psichici - Roma, 1897; Nuova teoria fisiologica della Conoscenza - Roma 1899; Compendio di Morfologia e Fisiologia comparate del sist. nerv. - Roma, 1902-3; Gnoseologia - Roma, 1905. Col quale Autore, se fosse pi conciliativo, e anzich porre in evidenza i punti su cui dissente dagli altri, mostrasse quelli ne' quali s'accorda, tutti i pi moderni, almeno in molta parte ed in generale, consentirebbero, gi che si avviano per lo stesso cammino, sebbene men chiaramente e decisamente, e senza un disegno nettamente prestabilito qual' quello del chiaro Autore. A cui spesso mi appoggio anche nelle conseguenze fisiopsichiche pi generali, oggi come altra volta; ma devo poi dissentire da lui nella ricostruzione psicologica, ogniqualvolta egli introduce un'ipotesi senza prova sperimentale, da quella, di considerare la psiche in genere come un diastema interposto tra gli elementi nervosi (che gi confutai in una mia comunicazione alla Soc. lig. di Sc. naturali e geogr.), o di ammettere un'intuizione pura, o di concepire il cervello superiore come organo della percezione di spazio vuoto, sino alle teorie sui fatti psichici secondarj.
(63)	Alludo all'opera Gehirn und Seele - Leipzig, 1895, scegliendo questo autore a preferenza, perch meglio si attaglia in questa digressione troppo spicciola. Ma le conclusioni di altri illustri fisiologi, per primo il Luciani, si prestano spesso, se non interamente, a una interpretazione pi sintetica delle funzioni cerebrali.
(64)	Questo  ammesso da J. Grasset - Grandeur et dcandence du neurone - 1904, il quale per, anche accettando una concezione pluricellulare dell'elemento nervoso, mantiene il principio, che vi sia una unit, se non embriologica, fisiologica, a cui si possa serbare il nome di neurone.
(65)	P. Mingazzini - Il cervello in relazione coi fenomeni psichici - Torino, 1895.
(66)	Negli animali elementari a corpo trasparente  possibile ci sia una visione elementare di tutta la massa.
(67)	Questa parola prende anche molti altri significati, come ogni vocabolo psicologico, fra tanta confusione d'idee e di principj. Alcuni intendono la sensazione come la fase pre-cosciente di una percezione. Escludiamo questo significato, che implica un'ipotesi aprioristica sul processo conoscitivo, e che in ogni modo toglierebbe la sensazione dal novero dei fatti psichici, lasciandola tra quelli fisiologici. I pi la intendono analiticamente, come una percezione ridotta per astrazione a' suoi elementi, ora dicendosi sensazione l'elemento sentimentale (tono di sentimento), ora, spesso promiscuamente, l'elemento conoscitivo, spoglio di ogni fattore rappresentativo. In tal caso la sensazione non  un fatto, ma una nostra idea, che serve di soggetto al discorso sui caratteri elementari della psiche. Cos ne parler anch'io in questo capo.
(68)	Malamente nel senso, che s'implica l'ipotesi filosofica, che noi avvertiamo, non lo stimolo esterno com', ma gi qualcos'altro, ch' l'effetto fisiologico di esso (eccitazione), alla sua volta trasformato in una terza entit ch' la coscienza. Ma eccitazione e coscienza non sono che la stessa entit, e lo stimolo della eccitazione  anche lo stimolo della coscienza, direttamente e immediatamente avvertito.
(69)	Ed. Claparde tent in vano, nel Congresso intern. di Psic. del 1900, di trovare un accordo sul significato della parola percezione. I filosofi spiritualisti v'includono il concetto di un'anima percipiente, e i filosofi positivisti, poco diversamente, quello di un passaggio delle numerose sensazioni elementari a traverso la soglia della coscienza dove si raccolgono nella percezione unica e chiara. I pi degli psicologi o intendono la percezione analiticamente come l'aspetto conoscitivo dei fatti psichici elementari, o il fatto psichico sintetico, supponendo che ve ne siano di spogli d'ogni altro carattere oltre quello conoscitivo. E si ammette, che la percezione non sia il conoscere immediato dello stimolo, ma il rappresentarselo, ossia il conoscere la rappresentazione dello stimolo reale. Ritorneremo su ci nel capo seguente.
(70)	Sebbene alla psiche adulta appajano di rado vere sensazioni, si pu, riferendosi alle percezioni pi semplici, ossia di stimoli, come si suol dire, periferici (concetto da riformare pi tardi, perch tutte le percezioni sono di stimoli periferici), fare astrazione dalle modificazioni apportatevi dall'esperienza passata, senza che questa astrazione ci porti fuori della realt sperimentale, poich la deficienza verr subito colmata dall'esame successivamente istituito.
(71)	Lo stimolo  assai meno che l'oggetto; poich fra oggetto e stimolo c' questa differenza, che lo stimolo  l'energia per cui l'oggetto (che  un gruppo indefinibile di energie) ci tocca.
(72)	Si fa una confusione, ritornando dall'analisi alla semplice osservazione, quando si dice da alcuni psicologi modernissimi, che anche il piacere e dolore sono di qualit (oltre che d'intensit) diversa e molteplice, come lo sono le sensazioni visive, uditive ecc. Cos si mette alla pari l'elemento sentimentale con quello conoscitivo, come se non si trattasse pi di elementi ma di sensazioni, le une di ordine sentimentale, le altre di ordine conoscitivo. Onde poi la Fisiologia cerca organi periferici e centrali specifici anche per il dolore, come confuteremo. In questo sbaglio di mancata osservazione cade persino l'Ardig (nel suo recentissimo lavoro prettamente scientifico e meravigliosamente sintetico: Saggio di una ricostruzione scientifica della Psicologia - puntata 2 e 3 del vol. IX delle Opere, in corso di stampa), il quale, per provare appunto che sentimento e conoscenza non sono due fatti ma uno, dice che il sentimento  qualitativamente vario come le sensazioni visive, uditive ecc.  la sensazione relativamente varia, anche se ricca di sentimento; e all'analisi la qualit appare come elemento qualitativo, astrattamente considerato.
(73)	Contribution  l'tude exprimentale de la douleur - Bullettin de l'Acadmie royale de Belgique, classe des sciences, n. 2, 1903.
(74)	Alla teoria che esistano nervi speciali per il tatto e per la temperatura, si pu muovere una critica analoga a questa che facciamo ora.
(75)	Come vidi un'ammalata di carcinoma dare della testa nei ferri del letto, per attutire, come diceva lei, col nuovo l'altro dolore. E in genere, un dolore pi forte toglie la coscienza di uno pi debole, e non soltanto dei caratteri conoscitivi.
(76)	La fatica eccessiva deprime anche il tono generale, e allora, come convengono i nostri autori, si trova anche ipoalgia.
(77)	Mentre alla fine l'esperimento sulla soglia dolorifica  pi tosto un esperimento come gli altri qualitativo, perch si cerca l'avvertimento della punta e non l'intensit del dolore.
(78)	Per esempio H. Nicholis - Pain Nerves - Psych. Rev. sept. 1895.
(79)	Goldscheider - Ueber den Schmerz - Berlin, 1894.
(80)	Wundt - Grndzuge cit.
(81)	I due autori, dei quali abbiano esaminato le teorie, localizzano il centro del dolore nella regione rolandica.
(82)	In psicofisica, considerando solamente il rapporto fra lo stimolo e la coscienza, si pu chiamare interesse; in psicofisiologia, considerando anche il rapporto psicomotorio, lo diremo valore.
(83)	Rammentiamo che quantit e qualit sono concetti riferiti allo stesso e unico ordine possibile di fatti, il mondo, distinto in qualit, quando ne consideriamo le differenze energetiche, in quantit, quando ne consideriamo le somiglianze, ossia, presa una forma di energia come unit di misura e simbolizzata in un numero, riferiamo ad essa le altre.
(84)	Salvo l'intervento delle rappresentazioni, che turbano questa proporzione diretta fra stimolo e coscienza di esso. Cos nei fatti pi complessi avviene, che uno stimolo esterno meno intenso, come, mettiamo, un pugno sulla testa determini un dolore pi intenso, che un altro stimolo della stessa specie pi energico del primo, come il cadere di una tegola sul capo.
(85)	Il che non  nemmeno esatto, perch una puntura sottocutanea  pi dolorosa di una puntura muscolare, e una puntura eseguita lentamente  pi dolorosa che se inflitta velocemente (ossia pi energica).
(86)	Tutte le ipotesi poste a principio della Psicologia anche scientifica sono altrettanti errori. Noi confutiamo quelle, di cui la discussione porti luce sull'argomento studiato. Dobbiamo per avvertire, che intendiamo l'errore scientifico non come uno sbaglio (qual' spesso l'errore filosofico), ma come un'approssimazione meno vicina alla realt, per mancata osservazione o per ignoranza di causa.
(87)	Come, dato il parallelismo psicofisico, si  indotti a seguire poi la serie dei fatti psichici indipendentemente da quella dei fatti fisiologici, in due classi diverse di fatti, cos, dato il parallelismo fra sentimento e conoscenza, si studiano poi i fatti conoscitivi indipendentemente da quelli sentimentali e viceversa.
(88)	Sono spesso costretto a queste divagazioni logiche, perch so, come difficilmente si approfondisca dagli scienziati l'esame logico dei loro procedimenti. Tanto pi, che questo esame presuppone la Psicologia, se non si vuol ridurre alla semplice, descrittiva e parziale logica delle forme, oramai di antipatica memoria.
(89)	 il preconcetto filosofico che mette alla pari conoscenza e sentimento, perch le intende come due forme della coscienza. Le intende cos, perch presuppone, che il conoscere sia una virt interna e non esterna, ed il conosciuto sia una realt soggettiva e non una realt oggettiva. Ma l'analisi spregiudicata e rigorosa offre sol quanto si dir nel seguente capoverso.
(90)	C', come dissi, un'affettivit, un interessamento, un sentire purchessia, che ci fa udire quel suono, che altrimenti resterebbe incosciente, tanto che il linguaggio  costretto a dire sensazione, anche quando pretende riferirsi alla pura conoscenza; ma quel colorito speciale va, per cos dire sommerso nell'affettivit generale, ch' il senso di vivere, bene o male, con questo o quel bisogno preponderante. Tanto vero che, nello stato d'indifferenza generale e di noja, il suono ci appar pi chiaramente e pi sentitamente, e ce ne dilettiamo o ne sentiamo fastidio, in mancanza di diletti o fastidj maggiori.
(91)	Come pur dissi,  il conoscere, pi o men chiaro, la scottatura come un dolore termico (e non d'altra specie), su per gi in quel tal posto.
(92)	Noi lo diciamo poi fatto psichico, ossia soggetto-oggetto, ripensandovi su, e istituendo appunto quel rapporto tra l'oggetto e il soggetto, che diciamo sensazione, dove si tiene conto, volenti o no, del carattere sentimentale, e rispetto a questo, l'oggetto diventa conoscenza. Ma  poi una bella ipostasi quella che mette il rapporto istituito da noi nella realt del fatto, e deduce quindi, che l'oggetto  una projezione di un fatto interno o cosciente in un mondo esterno; che poi non ci dovrebbe pi essere, dove tutto fosse interno.
(93)	L'ipotesi filosofica, ripensandoci su, crea un soggetto del soggetto; onde l'altra ipostasi, che il soggetto reale primitivo sia la coscienza dei fatti coscienti.
(94)	Si era chiamata la conoscenza carattere qualitativo del fatto cosciente. Ora si vede, che qualit non significa, come vogliono tanti, qualit psichica, ma, come giustamente se bene in modo empirico mi pare vogliano provare il Mach, l'Avenarius e l'Ostwald, forma di energia. Al contrario, qualit psichica diventerebbe a punto l'affettivit, e a ci si giunge, per altra via, da alcuni psicologi, se bene men chiaramente e con frequenti contraddizioni.
(95)	L'osservazione sperimentale, che il tempo medio per l'apparizione della coscienza affettiva  cento volte maggiore di quello per la coscienza percettiva (conoscitiva), e l'altra osservazione ormai classica di A. Mosso, che la temperatura del cervello aumenta assai pi nei fatti emotivi, riprovano il nostro asserto, quando s'intenda come va inteso il confronto tra la coscienza affettiva e quella conoscitiva, nel senso che la prima sia di fatti prevalentemente sentimentali e la seconda di fatti assai pi poveri di affettivit.
(96)	L'idealismo dice, che anche l'oggetto  in fondo soggetto, perch  una nostra sensazione, fatto psichico, non altro: ma il soggetto, affettivit, non crea l'oggetto, lo subisce, e non lo conosce perch se lo rappresenta, ma perch n' direttamente e immediatamente stimolato, come vedremo meglio.
(97)	J. Payot - Sensation, plaisir ed douleur - Revue philos. a. XV. p. 491. Il quale autore sembra invece che intenda altrimenti, dove poi dice, che piacere e dolore sono epifenomeni separabili dalle sensazioni e percezioni, che accompagnano, perch l'intelligenza pu sussistere separatamente da essi, come si vede nei cloroformizzati, che possono comprendere i discorsi che si fanno d'attorno, senza soffrire dell'operazione. Ma l'esempio proverebbe soltanto, che il cloroformio abolisce la sensibilit midollare e ganglionare, lasciando intatta quella dei sensi superiori:  inutile aggiungere, che per i sensi organici  abolita anche la conoscenza e intelligenza diretta.
(98)	Non ho toccato la questione sulle cause prime del piacere e dolore, perch affatto biologica. Rammento qui in nota, che di solito si riconnette il dolore a stimoli dannosi all'organismo e alla specie, e viceversa per il piacere. In altri termini, si dice, che il dolore corrisponde ad una diminuzione di vitalit, ed il piacere ad un aumento. Ma la questione  assai pi complessa, appena si scenda sul campo concreto. E mi pare assai meno vaga la teoria di P. Carus (The Nature of Pleasure and Pain, in Comment of Prof. Th. Ribot's Theory - The Monist, VI, Chicago, 1896), che intende piacere e dolore come stati relativi, che dipendono da abitudini prese e dai bisogni derivatine, secondo che le nuove eccitazioni vanno sulle traccie delle antiche, rafforzando la struttura corrispondente, ovvero tendono a distruggerle.
(99)	H. Spencer - Principes de Psychologie - Paris, 1898.
(100)	M. Panizza - Gnoseologia citata. Per il contenuto delle sensazioni non  rappresentativo, se non che per una ipotesi intellettualistica; per noi,  sol presentativo.
(101)	Anche qui, leggasi contenuto presentativo. Il Panizza non parla del senso della vista, perch lo segrega dagli altri, e gli d una funzione di peculiare valore psichico, come segrega l'immagine dalle altre rappresentazioni. Anche nell'occhio si avvera il medesimo fatto, che la disposizione degli elementi nervosi nella retina permette un'azione fotochimica, il colore, e al tempo stesso un'azione meccanica, la forma spaziale visiva. Vedremo che non esiste il problema della projezione, d'origine intellettualistica, che il Panizza, credendovi,  costretto a risolvere con l'ipotesi dello spazio cerebrale, che apparirebbe vuoto, e delle immagini che vi si vengono a collocare dalla retina, ritornando cos ad una concezione opposta alla sua.
(102)	E. Hitzig - Alte und neue Untersuchungen ber das Gehirn - Arch. fr Psych. und Nerv., XXXVII, 1903.
(103)	Citato da E. Mach - Die Anal. des Empfind., 1902, c. XIII.
(104)	E. Tanzi, nel suo recente Trattato delle malattie mentali - Milano, 1905, riassumendo gli indizj positivi in favore dei centri psichici, dice: "I centri sensoriali e motori non sarebbero dunque destinati che a reazioni immediate e sempre nuove, di cui non sanno serbare alcuna traccia. Le traccie durature, ma incomplete degli avvenimenti che interessano i centri di proiezione sarebbero conservate in altri centri: e di l, verificandosi certe condizioni fisiologiche, darebbero luogo quando che sia ad un facsimile dell'avvenimento originario ovvero alla riproduzione d'una sua singola particolarit che, assunta come simbolo, basta a farne le veci nella coscienza". E pi sotto: "I centri sensoriali della vista sono uno specchio, quelli dell'udito un risonatore, quelli della sensibilit cutanea uno strumento di segnalazione momentanea: e nulla pi. Le rappresentazioni mnemoniche della realt esterna e del nostro corpo si formano in altri centri, forse unilaterali, allo stato di simboli." A parte le ipotesi psicologiche racchiuse in queste parole, si noti intanto che i centri sensoriali non sono pi centri psichici, ma ajuti (specchi, risonatori, segnalazioni) alla visione, audizione, sensibilit cutanea gi effettivamente esistente.
(105)	Fra gli stimoli si pu fin d'ora annoverare anche lo stato di eccitazione presente rispetto a quello che segue.
(106)	Se si  ben compreso il valore di questa conclusione, il problema della conoscenza, cura e supplizio d'ogni mente filosofica, apparir come un problema mal posto, e materialismo e idealismo si vedranno poggiare sopra un errore psicofisico. Di fatti, se si ammette che la coscienza sia la conoscenza, e che la conoscenza sia un'attivit centrale, la quale riceva, non lo stimolo fisico, ma una sua modificazione a traverso le vie nervose centripete, niun dubbio, che la realt sia la psiche stessa, ossia il soggetto, o in tutto e per tutto, come vuole coerentemente l'idealismo, che perci cade nel solipsismo (dunque il mondo sono io e non altro), o in parte, nel senso che non conosciamo la realt reale, di cui la psiche stessa  un prodotto, ma una trasfigurazione di essa, come vuole il positivismo, che perci cade nell'altro errore, di ammettere una realt diversa dalla realt psichica, dove non c' coscienza che di questa.
	Ma la coscienza, noi diciamo, non conosce indirettamente (rappresentativamente) gli stimoli, ma li conosce direttamente, immediatamente, ossia lo stimolo  la realt stessa per tanto per quanto affetta l'eccitabilit fisiopsichica. Il soggetto  l'affettivit, e l'oggetto  la realt. Il soggetto  fisiopsichico e l'oggetto  psicofisico. La luce  quella tale energia reale, che affetta direttamente la retina, che dalla retina col concorso delle parti centrali  anche pi o men conosciuta, ma direttamente e immediatamente, non gi simbolicamente e per riflessione. Il simbolo verr poi, e sar quando diremo, che la luce  un movimento etereo, ossia la ridurremo a una misura comune (movimento) con quella adottata per le altre energie. Proprio il contrario di quel che credono i filosofi, che scambiano la realt reale con la realt razionale, fatta per ottenere dei concetti generali (sapere scientifico). La differenza poi fra la realt fisica possibile oltre la nostra sfera sensibile e la realt psicofisica sensibile sta in ci, che la conoscenza nostra, pur essendo di una realt reale, l'abbraccia solo in quanto ci stimola o interessa; una relativit conoscitiva vi  soltanto nel senso di credere, che le forme di energia siano indefinite, anzich limitarsi a quelle che ci possono affettare. Probabilmente la realt sensibile di un pesce  priva di odori; non per questo quella che c'  meno reale. Perci la conoscenza  integrabile indefinitamente.
(107)	Nell'esperienza passata s'include il fattore ereditario: e anche qui non si pu intendere, come vedremo che non si pu intendere per l'esperienza personale, che permangano elementi conoscitivi allo stato di rappresentazioni, ma elementi affettivi allo stato di disposizione fisio-psichiche, che dirigono cos l'attenzione ai nuovi stimoli secondo l'interesse che psicologicamente vi corrisponde.
(108)	Mi cpita sott'occhio una nota, a pag. 593 dell'edizione italiana del James, a proposito della costruzione psichica dello spazio reale, che dice:
	"Sentiamo ripetere incessantemente da spiritualisti e da materialisti che noi non possiamo vedere alcuna ragione interna per cui un certo processo cerebrale dovrebbe produrre il senso del rosso ed un altro quello della paura; l'uno non  rosso pi che l'altro non sia pauroso; e l'accoppiare processo e sensazione , per quanto vale la nostra intelligenza, una pura e semplice tautologia. Nel campo della sensazione spaziale, per, in cui il fatto retinico che produce nella mente un triangolo  esso stesso un triangolo, ecc., sembra quasi, a prima vista, come se la sensazione potesse essere la cognizione diretta della condizione nervosa sua propria. Se questo fosse la verit, per, la nostra sensazione dovrebb'essere di una moltitudine, non di una estensione continua, perch la condizione  determinata dal numero delle terminazioni ottiche, ed anche questo  soltanto una condizione remota e non immediata. [Noi questo neghiamo, e osserviamo intanto, che le terminazioni ottiche non sono individualit, ma sono una continuit nervosa, e d'altra parte la coscienza del triangolo  anche la coscienza dei punti che lo formano.] La combinazione immediata della sensazione non  ci che avviene nella retina, ma ci che avviene nel cervello; e, per ci che sappiamo, il processo cerebrale pu essere tanto dissimile da un triangolo, quanto  dissimile dal rosso e dalla rabbia."
	Si ammette o si nega, che il rosso ed il triangolo siano spiegabili con le modificazioni nervose? se si nega per la retina, a maggior ragione si deve negare per il cervello. A dir vero, non  l'eccitazione retinica o cerebrale che spiega il triangolo, ma viceversa.
(109)	Questo valore medio sarebbe poi il valore della sensibilit? O sarebbe un dato puramente descrittivo, per cos dire parallelistico; o sarebbe un mezzo di ricerca fisiologica, per conoscere la eccitabilit nervosa nei diversi distretti, come fu appunto interpretato; ma psicologicamente, rispetto alla sensazione, dimostrerebbe soltanto, che, paragonando la sensibilit visiva (le due punte viste del compasso) con quella tattile non vi  precisa corrispondenza, la prima distinguendo avanti la seconda - una ricerca dunque comparativa assai poco utile.
(110)	Fu il Tawney (Ueber die Wahrnehmung zweier Punkte mittelst des Tastsinnes, mit Rcksicht auf die Frage der Uebung und die Entstehung der Vexirfehler - Philosoph. Stud. XIII) che, misurando la quantit degli errori consistenti nel sentire due punte anche quando vi  contatto di una sola punta, giunse a questa importantissima conclusione, alla quale per altra via si accostavano anche altri, come il Binet e l'Henri in Francia, il Klpe e il Mnsterberg in Germania e molti altri.
(111)	Da questa ipotesi e da quella di una sede centrale della coscienza derivano le teorie delle sensazioni elementari e dei minimi incoscienti; teorie che, del resto, sarebbero fisiologiche e non psicologiche, perch non si pu fare una psicologia dell'incosciente. Non ripetiamo qui le obiezioni, gi fatte in altro luogo, a questo modo di vedere, bastando quello che s' detto sulla funzione nervosa e quello che si dir sulla percezione.
(112)	Una chiara esposizione delle teorie sulla conoscenza spaziale  quella di G. Cesca: Le teorie nativistiche e genetiche della localizzazione spaziale - Verona, 1883. Dopo d'allora, molto si  aggiunto dai Wundt, James, Ward, Klpe, Bourdon ecc. ecc., aumentando di molto il patrimonio sperimentale, senza per variare essenzialmente i concetti anteriori delle scuole nativistiche e genetiche, dove il disaccordo sta nel diverso valore che si attribuisce alla parola spazio, e gli errori sono quelli dovuti alle ipotesi suaccennate.
(113)	Stumpf - Der psychol. Ursprung der Raumvorstellung; Hering - Der Raumsinn und die Bewegungen des Anges - Hermanns Handbuch, III, 1.
(114)	Th. Lipps - Grundtatsachen des Seelenlebens - 1883.
(115)	Op. cit.
(116)	Anzi il Wundt, nel Compendio di Ps. citato, insiste sulla specificit spaziale dei due soli ordini di sensazioni, trovando che le rappresentazioni spaziali differiscono dalle temporali appunto per ci, che queste ultime ripetono la loro ragione, pi specialmente dal senso del tatto interno e da quello dell'udito, ma poi anche da tutti gli altri sensi in genere.
(117)	Ma prima di tutto il rapporto non si dovrebbe istituire con la membrana timpanica, ma con gli elementi nervosi dell'orecchio interno; e poi il problema  il medesimo che per la vista, dove l'ampiezza dell'orizzonte non  in proporzione con la piccolezza della retina; ossia lo  per un altro verso, ch' il giusto, trattandosi non di una proporzione creata soggettivamente sull'analogia di quelle della meccanica, ma di una proporzione psicofisica.
(118)	Non  per diverso lo stimolo olfattivo da quello gustativo trattandosi qui e l della medesima energia chimica, agendo qui per soluzione e l a secco; onde la somiglianza dei gusti e degli odori.
(119)	Ch. Dunan - Thorie psychologique de l'espace - Paris, 1894.
(120)	Presso gli autori la distinzione fra localizzazione ed estensione  poco chiara; di solito ci si riferisce all'un termine parlando del tatto o di una supposta proiezione visiva, ed al secondo parlando della vista e della costruzione di spazio tridimensionale.
(121)	H. Lotze - Grundzge der Psychologie - Berlin, 1881. Del pari si potranno dire, col Wundt, segni locali complessi, i caratteri spaziali delle percezioni costruttive dello spazio, secondarie rispetto alle semplici sensazioni.
(122)	La Filosofia, e dietro lei le scienze hanno sempre detto che il mondo fisico  esteso mentre il mondo psichico  inesteso. Non basterebbe un volume a svolgere la critica di questo giudizio, cos facilmente ripetuto. Qui mi  sufficiente far notare, che l'estensione si trova sullo stesso piano di ogni altro carattere fisico, e, se l'estensione  esclusiva del mondo fisico, lo sono in pari grado, per esempio, il colore, il suono ecc.; e se si pensa che colore, suono ecc. siano fatti psichici rappresentativi di un inconoscibile fisico relativo, simbolizzato di solito come movimento atomico (mentre anche questo  un dato psichico allo stesso modo, e pi astrattamente degli altri che simbolizza, come gi dissi), anche l'estensione diventa un fatto psichico. In somma, chi creda che anche l'elemento conoscitivo, spoglio della affettivit, sia per s un fatto psichico, dovrebbe a maggior ragione dire che la coscienza  estesa. Un idealista coerente, P. Martinetti (Introduzione alla Metafisica - Torino, 1904) conclude che lo spazio  coscienza, ossia la coscienza, nel suo contenuto,  estesa dove c' oggetto esteso; altrimenti spazio non esisterebbe. "Le rappresentazioni spaziali sono l dove ci appaiano, perch questo l non  estraneo all'io". L'io  esteso, non perch contiene l'esteso, ma perch esso medesimo  una rappresentazione estesa. Per, siccome l'io coincide col mondo, diversamente secondo la concorrenza dei suoi elementi, pu considerarsi anche inesteso quando si pensa come una sintesi inestesa di rappresentazioni estese. La difficolt appare solo per il preconcetto, che le cose entrino nell'anima per le vie nervose. "Ma n l'azione fisica e fisiologica sono una trasmissione d'immagini, n il cervello  la sede delle immagini." Il mondo psichico vi ha il suo centro d'irradiamento, ma non  in esso n in altra parte dello spazio perch esso medesimo  lo spazio. (C. I,  11).
(123)	Non si pu dire per ogni organo sensorio, perch ogni organo pu avere sensazioni comuni ad altri, come quelle di pressione, di scuotimento, di disgregazione (dolore fisico propriamente detto) e via.
(124)	Non c' nemmeno bisogno, come vuole M. Panizza, che vi sia gi uno spazio cerebrale, che, perch vuoto (ossia privo di affettivit, essendo il cervello superiore fuori d'ogni diretto contatto con gli stimoli organici od esterni), si prolunghi indefinitamente oltre lo spazio pieno idionervoso, e vi si possano proiettare le immagini della retina, che cos appariscono nello spazio esterno.
(125)	Non diciamo distanza, perch vi si implica una misurazione ed un giudizio; nemmeno corporeit, ch' pi propria della estensione tattile localizzata esternamente.
(126)	Si confronti specialmente l'opera erudita e su basi sperimentali di B. Bourdon - La perception visuelle de l'espace - Paris, 1902.
(127)	Oltre che il Compendio,  10, si confronti lo studio pi recente: Zur Theorie der raumlichen Gesichstwahrnehmungen - Philos. Studien, Bd. XIV, fascicolo primo, dove le conclusioni sono tratte dallo studio delle illusioni visive geometriche, come molti altri hanno anche fatto. Ma lo studio delle illusioni  un esame di fatti molto complessi, che presuppongono l'esperienza precedente, rispetto alla quale si chiamano appunto illusioni; non pu dunque illuminarci e tanto meno offrirci le norme precise per definire le condizioni indispensabili di una sensazione primaria.
(128)	Anche la visione della profondit con un solo occhio, da tutti ammessa come incerta e limitata, si pu riportare a una parallasse monoculare ottenuta con la differenza che si produce nello stesso occhio fra le immagini di un oggetto muovendo la testa e l'occhio, e cambiando perci la posizione dell'occhio nello spazio.
(129)	Nei capi 9 e 10 del libro citato.
(130)	B. Bourdon - Les rsultats des travaux rcents sur la perception visuelle de la profondeur - 4.me Anne psychologique, 1898.
(131)	La nostra terminologia  un passo indietro rispetto a quella del Wundt, il quale diceva complessi i segni locali da noi detti semplici, e chiama associazioni rappresentative queste, che diciamo s. l. complessi.
(132)	Nel Dictionnaire de Physiologie del Richet - V, p. 562.
(133)	Il James (p. 593), con molta chiarezza, divide in cinque momenti la costruzione dello spazio reale: 1 una suddivisione e discriminazione degli spazj sensibili primitivi, emergendo all'attenzione alcuni stimoli e altri meno; 2 una coalescenza di sensazioni differenti che vengono riferite alla medesima cosa; 3 il formarsi di un senso del mondo ambiente ossia il pensare le contiguit gi sperimentate movendosi, onde poi lo spazio vuoto significa possibilit di movimento; 4 le localizzazioni si pongono in ordine seriale, coordinandosi secondo le linee di direzione dovute all'esperienza motoria e del senso articolare, onde si definiscono le cose collaterali secondo le tre dimensioni; 5 si forma una misura delle cose in termini correlativi, dovuta al confronto fra le sensazioni di ampiezza di diverse superfici, fra cui se ne sceglie una come misura delle altre, e lo stesso si dica per la forma degli oggetti.
(134)	M. Guyau - La gense de l'ide de temps - Paris, 1889.
(135)	J. Payot - Comment la sensation devient ide - Rev. philos. A. XVI, T. 31, p. 611.
(136)	G. Sergi - Teoria fisiologica delle percezione - Milano, 1881. Il quale autore insiste sulla localizzazione dello stimolo, esternamente o internamente all'organismo, come se fosse il processo caratteristico della percezione. Ma abbiamo visto che il segno locale  altrettanto immediato quanto lo  lo stimolo sensitivo, salvo la complessit posteriore; ed  pi giusto chiamare integrazione percettiva quella dovuta agli elementi rappresentativi, non soltanto spaziali, ma complessivi di tutti gli elementi di ciascuno stimolo passato.
(137)	Sono parole del J. Sully, nel c. VI. degli Outines, cit. a pag. 86.
(138)	A. Binet - La Psychologie du Raisonnement - Paris, 1896; il libro d'H. Taine  L'Intelligence, di cui la 9 edizione  del 1900.
(139)	A. Allin - The Recognition-Teory of Perception - Americ. Journ. of Psychol., p. 237. Lo cito di seconda mano, da una recensione dello stesso Binet.
(140)	La parola, memoria, specialmente nelle traduzioni,  usata nel senso di ricordo; e per il significato pi generale si supplisce col vocabolo associazione.
(141)	Alcuni moderni, ammettendo che l'associazione primaria non sia quella di somiglianza, ma quella di contiguit, tralasciano il termine medio, intendendo che un nuovo stimolo, per le vie associative formatesi, desti senza intermediario la coscienza rappresentativa dei gruppi, che vi furono per il passato connessi. In somma, se vi fu un'associazione A-B, a dester immediatamente B nella forma rappresentativa B1.
(142)	 poi in nostro arbitrio considerare gli stimoli come composti indefinitamente di parti pi esigue.
(143)	Si avverta fin d'ora, che non si tratta di due funzioni dello stesso tessuto, ma di una sola, come vedremo nel capo seguente. L'astrazione, che ho detto, si pu fare agevolmente, in quanto la maggiore energia nervosa  nella vita ordinaria motoria pi che sensoria, e la legge biologica dell'eccitazione nervea  appunto l'abbassamento progressivo della sensibilit a vantaggio del movimento (automatismo).
(144)	M. Panizza, nel suo Compendio di Morfol. e Fisiol. del sist. nerv., dimostra appunto, che nell'evoluzione zoologica le masse nervose centrali crescono in proporzione sopra tutto dello sviluppo morfologico e dell'importanza fisiologica degli apparecchi motori.
(145)	Il medesimo accade poi nella sfera percettiva, dove ogni intuizione, da quella di un apprendimento qualsiasi a quella della scoperta geniale, appare come nuova, a un tratto; ed  inutile l'ipotesi del Mausdley e seguaci sulla cerebrazione incosciente, ch'era un accomodamento all'altra ipotesi che qui discutiamo, accomodamento rifiutato oggi dagli stessi associazionisti.
(146)	Sebbene diventi una tautologia parlare di associazione di somiglianza, dove quella tale associazione  di somiglianza appunto perch la somiglianza  quell'associazione.
(147)	Lo Schumann (Zur Psycologie der Zeitanschauung - Zeit. fr Psich. und Phsys. d. Sinn., XVIII), sperimentando sulla percezione comparativa di due suoni consecutivi, l'uno pari o pi o meno intenso dell'altro, doveva concludere, come gi lo Stumpf (Tonnpsychologie), che anche il giudizio comparativo non appare alla nostra coscienza come un dato a due termini, ma immediatamente e semplicemente.  bene dirlo fin d'ora, perch non si turbi la nostra esposizione progressiva col dubbio che, poi, ossia a proposito dei fatti pi complessi, la rappresentazione appaja isolata dalla sensazione e contrapposta allo stimolo reale.
(148)	L'allucinazione  oggi considerata come una illusione ancor pi spinta, dove l'oggetto stimolante  ridotto al minimo e le associazioni rappresentative fantastiche preponderano enormemente. Si fa cos la graduatoria: percezione - illusione - rappresentazione, quali fatti dello stesso genere, trattandosi dovunque di associazioni fra stimoli reali e rappresentazioni del passato, con la differenza che nel primo caso gli elementi rappresentativi combaciano con la realt, nel secondo la traviano nel loro senso, nel terzo la suppliscono quasi completamente. Ora, secondo la concezione scientifica che andiamo esponendo, le illusioni e le allucinazioni, come spiegheremo meglio, non si riportano al soggetto come rappresentazione, ma alla disposizione eccitatoria pi o meno anormale.
(149)	Questo vocabolo, di solito adottato a significare l'eccitazione nervosa, che non si pu effettuare, in rapporto coi movimenti, ossia l'intenzione motoria, lo trasportiamo nel campo sensorio, dove non ne varia punto il valore fisiologico.
(150)	Veramente il Wundt distingue appunto la fusione dall'associazione; ma  una distinzione di grado, mentre la nostra  una distinzione di specie.
(151)	Anche gli autori che, come il Mach, intendono oggettivamente il rapporto fra gli stimoli onde si avvera la conoscenza sensibile, e, come il Panizza, intendono la sensazione come una conoscenza data perifericamente, ritornano poi all'intellettualismo, il primo dell'associazionismo, il secondo delle rappresentazioni spaziali quali intuizioni non affettive, quando si tratta di spiegare i fatti psichici secondarj. E la Filosofia animistica trova campo per ficcarci di nuovo la coda, e concludere che le categorie sono elementi soggettivi in cui si va a porre la conoscenza oggettiva.
(152)	Si pu quindi ormai dimenticare questa parola, presa a prestito dalla psicologia astratta, o servirsene a indicare analiticamente l'aspetto soggettivo o forma sentimentale della percezione di primo grado, come ho detto altra volta.
(153)	Gi si vede, che la maggior attitudine a conoscere  in rapporto con la disposizione affettiva generale, che si traduce nell'attenzione; quindi  anche in rapporto con la esperienza complessiva, non con quella particolare di ciascun senso. Di fatti il Griesbach (Vergleichende Untersuchungen ber die Sinnesschrfe Blinder und Sehender - Pflger's Archiv., LXXIV - V) ed altri hanno con opportune esperienze sfatato la leggenda, di una maggior acuit sensoriale dei ciechi in paragone con quella dei veggenti.
(154)	Comprendo come questa affettivit, ch' per me la sola qualit psichica, possa sembrare tuttora imprecisa, sebbene ogni buon osservatore possa anche intuirne la giustezza. Ma si sospenda ogni giudizio definitivo sin dopo l'esame psicofisiologico istituito nel capo seguente.
(155)	Meglio sarebbe chiamarle rappresentazioni consecutive, perch se ne hanno per ogni senso; anzi sono vivissime quelle dei sensi pi organici.
(156)	Si confronti per tutti P. Janet - L'automatisme psychologique - Paris, 1889.
(157)	Il quasi  dovuto alla nota divisione delle allucinazioni fatta dal Baillarger, che distingueva dalle allucinazioni psico-sensoriali quelle psichiche propriamente dette, secondo lui affatto indipendenti da condizioni periferiche. Ma queste vedute sono oggi sorpassate, e le allucinazioni psichiche del Baillarger sono da J. Sglas (Atti del IV Congresso int. di Ps., Parigi 1901) ricondotte, o ad allucinazioni verbali motrici riportate (?) eccentricamente e localizzate alla periferia nelle vie labiali, epigastriche ecc., oppure a pseudo-allucinazioni verbali visive, uditive e sopratutto motorie, non esteriorizzate, ma pure, per cos dire, percepite.
(158)	J. Sully - Les illusions des sens et de l'esprit - Paris, 1889: lo dice esplicitamente a pag. 82-83. Ci non toglie, che le allucinazioni dette psichiche possano spiegarsi come causate da una epilessia corticale: anzi  appunto questa la causa, per cui il sistema nervoso pi direttamente connesso con l'organo allucinato si predisponga in un con esso ad alterare lo stimolo reale.
(159)	Questa esperienza, prima contestata, fu riconfermata da J. E. Downey - An Experiment on Getting an After-Image from a Mental Image - Psychol. Rev., I, 1901.
(160)	Nel libro citato. Il Lombroso (e Ottolenghi) nella Revue philos., primo fasc. del 1890.
(161)	G. Maury - Le sommeil et les rves - Paris, 1878.
(162)	Ph. Tissi - Les rves, physiologie et pathologie - Alcan, 1889; il quale spiega il sonno come uno stato durante il quale la coscienza splancnica, continua in noi, non  controbilanciata da quella sensoriale, episodica, attentiva; ed il sogno, come dovuto al passaggio di qualche impressione sensoriale sulla coscienza splancnica. Forse si vuol dire, che la coscienza splancnica (organica)  il soggetto e la cosc. sensoria l'oggetto, il che  vero solo nel senso, che la prima  pi affettiva della seconda; ma poi l'una e l'altra sono del pari sensitive, per diversi stimoli, e nel sonno tace l'una e tace l'altra per la stessa comune ragione, e l'una e l'altra sogna allo stesso modo, per i leggieri stimoli periferici ovvero organici. Se il sonno fosse uno squilibrio fra la coscienza splancnica e quella sensoriale, vi sarebbe iperestesia della prima e anestesia della seconda: il sonno invece  anestesia complessiva, dovuta al lavoro fisiologico; com' anestesia l'ipnosi e, secondo il Sollier (Gnse et nature de l'hystrie - Paris, 1897), l'isterismo in genere. Richiamando il senso dell'organo se ne distrugge il fenomeno isterico, ipnotico, sonnolento; richiamandolo solo in parte (stimoli lievi) si producono le rappresentazioni illusorie, per difetto di funzione e di coordinazione generale.
(163)	Capitolo II N. 5 di questa edizione elettronica (Nota per l'edizione elettronica Manuzio].
(164)	Cos si spiega che, analiticamente parlando, il segno-stimolo di una rappresentazione pi importante contigua si oblitera (il termine medio scompare) cos nella percezione, come in ogni altra forma conoscitiva. Quando l'innervazione contigua eccitata  pi importante di quella diretta, ripeto, e non, come si crede, in ogni caso.
(165)	Anche la percezione reale dell'amico era rappresentativa, rispetto alla sua identit personale, umana, corporea ecc. indefinitamente.
(166)	L'integrazione conoscitiva si pu fare rispetto ai caratteri generici umani anzi che a quelli individuali di quel tal uomo, essendovi elementi comuni sufficienti a riconoscere in questo un uomo com'era quello. E cos indefinitamente, fino alle nozioni (gruppi) pi generali (comuni), come quelle di forma spaziale.
(167)	Fisiologicamente si direbbe, che gli stimoli contigui nuovi contrastano l'innervazione complessiva: la ricerca di un adattamento di questa ad essi  il pensiero mediato.
(168)	Su questo argomento e sui seguenti, che noi dobbiamo solo di volo accennare, per riconnettere il pensiero superiore alla percezione, si confronti specialmente il bel lavoro di Th. Ribot - L'volution des ides gnrales - Paris, 1897: secondo cui dalle immagini generiche senza linguaggio, fatte di sovrapposizioni percettuali, come esistono negli animali, nei fanciulli e nei sordomuti, si passa agli astratti mediati, che suppongono la parola, la quale si addiziona all'immagine e passandole sopra, l'attenua e la supplisce; fin che poi si giunge alla terza classe di astratti, concetti superiori senza rappresentazione sensoria, dove la parola  tutto e l'immagine, se ancor ve n',  un residuo imbarazzante. Tali il numero, lo spazio, il tempo, la causa, la legge. - Ma il Ribot trova che tutta questa evoluzione  dovuta ai processi incoscienti, per l'errore di credere, che la coscienza sia il contenuto oggettivo, e l'incoscienza, dove tale contenuto non appare: ma la coscienza  invece la vostra incoscienza, ossia il processo fisiologico di adattamento, sentito come persona in ogni momento, anche nel sonno, col grado di elevazione complessivo che possiede.
(169)	Evoluzione del sapere significa appunto progresso nel senso della generalit e astrazione crescente.
(170)	W. C. Bagley - The apperception of the Spoken Sentence - Americ. Journ. of. Psychol., XII, 1900, cerca anche per le frasi quali rappresentazioni particolari esse suscitino.
(171)	G. Saint-Paul - Le langage intrieur et les paraphasies - Paris, 1904: libro ottimo per la esperimentazione psicologica, ma traviato dalle ipotesi fisiologiche di uno strano intreccio di proiezioni intracerebrali.
(172)	H. Gomperz - Zur Psychologie der logischen Grundthatsachen - Leipzig, 1897.
(173)	Considerando la percezione secondaria, o, come si dice, la conoscenza associativa, ci siamo fondati sopra casi comuni, presi empiricamente, anzi che su osservazioni sperimentali, tra le molte che se ne sono fatte in proposito. Ci per due ragioni. Anzitutto, perch  pi sicura l'introspezione propria che il referto di quella altrui, specie quando si suppone che in quei risultati abbia avuta la sua parte l'ipotesi associazionista, creduta vera a priori, come si vede dalla tendenza di tutti quegli autori, ad attribuire un'individualit alle rappresentazioni, che per molti sono realt concrete anzi che simboli astratti. Noi volevamo invece rituffarci nell'esperienza concreta e nell'osservazione integrale, lasciando a uno studio posteriore l'analisi astrattiva e circostanziata degli aggruppamenti memorativi. In secondo lungo, la maggior parte degli studi sperimentali sulla memoria e sulle associazioni si riferiscono alla memoria e alle associazioni verbali. Ora, la parola, come si  potuto intravvedere nel cenno precedentemente dedicatole, non  che un capitolo nella evoluzione dei fatti conoscitivi, e la sua enorme importanza  tutta antropologica: la funzione della parola rispetto alla conoscenza in genere si pu paragonare alla funzione del cervello superiore rispetto al restante sistema nervoso; la ragione di essa, in uno studio generale, bisogna cercarla nella rimanente funzionalit, salvo le circostanze speciali che vi si complicano sopra; chi inverte lo studio delle due serie, anticipando quello della serie pi particolare, pu trovar le ragioni delle circostanze speciali sopravvenute, ma  un'illusione antropocentrica la sua, quando creda di trovarvi le leggi pi fondamentali di tutta quanta la categoria dei fatti, l conoscitivi, qui nervosi.
	Ma poi anche le esperimentazioni sulla memoria sensitiva, tra le quali devono annoverarsi quelle su associazioni verbali risultanti solo dalla forma visiva o dal suono delle sillabe, quando si eviti che abbiano un significato, si riferiscono, come altre ricerche psicofisiche di cui parlammo, al giudizio personale del paziente, o alla influenza dell'attenzione, o alla durata o all'errore di fronte alla realt meglio conosciuta: ma neppure esse spiegano la conoscenza stessa, presupponendola invece. E le leggi nuove che si possono trarre, sperimentando a quel modo, su l'associazionismo, come quelle su l'influenza reciproca di pi associazioni simultanee, sul rapporto fra la velocit di riproduzione e la tenacit associativa ecc., sono leggi secondarie e non generali.
	La microscopia psicologica, come dissi nell'avvertenza, analogamente alla microscopia biologica, ha davanti a s l'avvenire: ma  necessario che prima si sappia con chiarezza che cosa  psiche e che cosa  organismo, se si vuole che quella ricerca non diventi fine a se stessa, ma mezzo a una conoscenza vie pi integrale dell'una come dell'altro.
(174)	Ma si dice che le scienze naturali studiano il mondo astraendo, non solo dal sentimento, ma dalla qualit conoscitiva soggettiva di ogni oggetto, che in fondo  rappresentazione, ossia processo centrale. Non ripetiamo il gi detto: ma qui vi si aggiunga l'osservazione, che la logica, la quale studia i fatti prevalentemente conoscitivi, cerca di purificarli appunto d'ogni elemento affettivo, per ridurli identici all'oggetto (verit), ossia a una serie di rapporti, che sono poi i rapporti del mondo; per cui la logica si fa scienza normativa di quelle della natura.
(175)	Oggi questo si ammette, che non siano facolt, ma in generale si crede, che vi siano 3 aspetti diversi o elementi o caratteri del fatto psichico, ora conoscitivo, ora emotivo, ora volontario; ed  un ricadere nella teoria delle facolt, togliendole soltanto la sostanzialit dei tre caratteri, e forse neppure del tutto. Ma ormai si pu dire, che anche il vocabolo carattere  male appropriato, perch il carattere psichico  uno, e gli altri due sono gi rapporti: come caratteri resterebbero l'uno, fra i caratteri fisici, l'altro fra quelli fisiologici.
(176)	Creduta neutra. Quest'affermazione  nel VI. A. I. dell'Hffding.
(177)	Pu darsi benissimo, che la percezione retinica pi dolorosa, come quella del sole direttamente guardato, sia meno intensa del pi lieve dolore viscerale: ci non toglie, che sentimento sia pur quello.
(178)	Th. Ribot (La Psychologie des sentiments - Paris, 1889)  propenso e credere col Wundt e col Klpe, che vi sia un punto d'indifferenza, o meglio, poich  arbitrario parlare per analogia matematica di punti nulli tra piacere positivo e dolore negativo, che vi siano percezioni puramente conoscitive; pur ammettendo egli, il Ribot (come dal suo canto il Wundt ammette una volontariet primitiva), che vi siano sempre sotto delle tendenze coscienti e incoscienti, che bastano a dare la continuit della vita psichica: ma noi, che non vediamo motivo di escludere la coscienza dei fatti fisiologici per farne un epifenomeno, riteniamo col Lehmann, che non vi siano punti d'indifferenza n percezioni puramente conoscitive.
(179)	Ad. Horwicz - Psychologische Analysen auf physiologischer Grundlage - Halle, 1872.
(180)	Per es. il Paulhan - Sur la mmoire affective - Revue philos., fasc. 12, 1902 ed I, 1903. Eppure la sua "legge di associazione sistematica" (L'activit mentale et les lments de l'esprit - Paris 1889), secondo cui gli elementi psichici si associano sempre per un fine comune, non doveva fargli porre questo fine comune fuori di essi.
(181)	Th. Ribot - La Logique des sentiments - Revue philos., fasc. 6, 1904.
(182)	Se volessimo adottare la terminologia wundtiana, anche qui ci troveremmo ad adoperare diversamente il suo vocabolario, e diremmo percezione la sua appercezione serbando invece questo ultimo nome alle percezioni secondarie pi complesse, dei fatti detti di ragionamento, dove l'appercezione differirebbe dalla percezione come l'attenzione volontaria e attiva da quella passiva. Se io guardo una rosa,  una percezione, in cui l'eccitazione  suscitata passivamente per opera dello stimolo: la rosa  bella, profumata, s'impone alla nostra affettivit estetica. Ma se guardo dentro il fiore e, strappati i petali, apro l'ovario, questa volta il mio interesse c', non per la imponenza dello stimolo come prima, ma per una disposizione affettiva pi complessa, che dico curiosit o piacere di conoscere, base del piacere scientifico: a tale percezione serberei il nome di appercezione.
(183)	Quando lo ; perch di solito lo scienziato aspetta beni pratici anche dalla verit ch'egli ricerca.
(184)	Le differenze istituite dal Ribot fra il ragionamento affettivo e quello intellettivo sono le seguenti: la logica della ragione, sotto la sua forma esatta [ma questa si trova sol nei trattati, e sarebbe vano cercarla nella vita, com' vano cercare nel mondo la circonferenza perfetta della geometria],  determinata dalla natura e dall'ordine oggettivo dei fenomeni, quando essa constata, o congettura, o scopre. [Ma quell'ordine oggettivo  conoscenza, o, secondo voi, rappresentazione, e secondo noi, percezione condizionata dalla disposizione affettiva: la verit di cui si dice nella pagina prima, non  una cosa,  un processo approssimativo, un divenire, un meglio conoscere a volta a volta, non mai giunto alla perfezione, ossia all'oggetto puro]. La logica della ragione  fatta di stati intellettivi, puri pi che si pu d'ogni alleanza emozionale. [Non si tratta di alleanza, perch non sono due facolt contigue]. Invece la logica dei sentimenti  determinata dalla natura soggettiva di chi ragiona, che si propone di stabilire, per s o per gli altri, un'opinione o credenza, perseguendo un simulacro di prova. [Si fa una confusione, tra il sofisma voluto, dove il sentimento ha la sua parte come interesse a giungere a quella conclusione, e il ragionamento interessato, sofistico impensatamente, ch' il caso pi comune; del resto il sofisma pu essere un fatto intellettivo, quando  cercato per amor di ragionare, come quelli di cui si parla in logica]. Nel caso pratico, la logica razionale procede sopra tutto per analisi, quella dei sentimenti, per sintesi. - I due procedimenti differiscono dunque solo di grado (sopra tutto), perch in fatti  una sintesi anche quella scientifica, bench a traverso un procedimento analitico pi lungo e da premesse pi attentamente fissate.
(185)	Naturalmente il vocabolo  usato con significato pi parziale: per essi il valore  un giudizio interessato o finalistico, per noi ogni percezione  un valore in quanto si orienta affettivamente verso lo stimolo e vi reagisce in proporzione.
(186)	Veramente non si  posto il confronto tra la sensazione dolorosa e l'emozione: allora si sarebbe visto, che la sensazione dolorosa  un sentimento originario dovuto al modo di percepire lo stimolo, n vi ha bisogno d'intercalare fra lo stimolo ed il sentimento la reazione organica motoria, anche qui concomitante, ma non anteriore.
(187)	Les motions, tude psychophysiologique - Paris, 1895. Egli non comprende, che l'introspezione  uno studio oggettivo come ogni altro riguardante il mondo esterno e come ogni altro soggettivo, ossia dipendente dalla nostra eccitabilit. Quando egli dice, che lo studio dei colori  diventato scientifico il giorno in cui non si  pi parlato di colori, ma di grado di rifrangibilit, ha torto di credere che sia, perch la rifrangibilit  un dato oggettivo e il colore un dato soggettivo, essendo ambedue caratteri percepiti dell'oggetto reale. Lo studio del grado di rifrazione era pi scientifico, perch si stabiliva cos una misura o termine medio per confrontare fra loro gli altri caratteri.
(188)	Nel c. XXV del libro citato. Cos si evitava l'errore del Lange, di dare la maggiore importanza e la priorit alle variazioni circolatorie: errore duplice, perch l'esperimento dimostra che la reazione vasomotrice ritarda su l'emozione; e perch si renderebbe cos inconcepibile, che queste sole variazioni, simili in stati emotivi assai lontani, bastino a spiegare tanta diversit, riportata dal James alla concordanza di tutti i fattori organici dell'espressione secondo i diversi aggruppamenti o atteggiamenti complessivi.
(189)	Ma  anche vero, come osserva G. M. Stratton (The Sensation are not the Emotion - Psych. Rev., III, 1895) che, se portiamo la nostra attenzione su queste sensazioni organiche mentre dura l'emozione, cessa lo stato emozionante mentre seguitano le sensazioni. Per il James pu rispondere, che la coscienza emotiva si rompe quando sia rotto l'accordo tra le sensazioni periferiche.
(190)	Traduco a mio modo la distinzione di Raymond e Janet - Nvroses et ides fixes - Paris, 1898, fra motion-choc ed motion-sentiment; ma si pu estendere, com' realmente, questa seconda denominazione a fatti che durano assai lungamente anche nella vita normale, come le passioni, e il carattere in genere, che sono il fondo sentimentale su cui si svolgono, per cos dire, le variazioni emotive particolari e pi transitorie.
(191)	Dell'idea emozionale s, non dell'emozione primitiva, che l'autore non pu separare dai concomitanti organici, come la paura dal battito di cuore al veder una forma nera muoversi di notte nel bosco, ecc.
(192)	So di urtare cos contro un'altra ipotesi fisiologica: quella di stimoli, come si dice, cerebrali; ipotesi, perch nulla prova che il sistema nervoso sia stimolo a s stesso, fuori che l'altra ipotesi, a sostegno della quale  sorta la prima, che le rappresentazioni siano enti autonomi depositati nelle cellule, e qualche volta capaci di ripristinarsi da s (creazione), o diventare stimoli incoscienti o coscienti di altre rappresentazioni o idee.  un concetto sostanzialista, che ogni corpo generi le sue energie da s: un fisico non cadrebbe pi nell'errore di credere, che nella pila isolata ci sia l'elettricit, anzich le condizioni di produrla in contatto, cio in rapporto. La funzione nervosa come ogni altra si genera nel rapporto sensorio e in quello motorio, non in un rapporto internervoso, in un sistema unito e perci equilibrato. Se si dicesse poi, che ciascuna parte si pu mettere in relazione con ciascun'altra, avendosi cos una eccitazione intranervosa, bisogna sempre ammettere, che lo squilibrio dell'una, provocatore del nuovo assetto complessivo, si produca per qualche ragione periferica, come lo stimolo sensorio (ed anche il movimento pu far da stimolo sensorio al tempo stesso) verso cui accorre tutta la eccitazione complessiva vie pi coordinantesi, fino all'equilibrio, che sar la nuova disposizione (memoria) nervosa.
(193)	Cfr. per es. il secondo gruppo di ricerche sperimentali di P. Zoneff ed E. Meumann - Ueber Beglei terscheinungen psychischer Vorgnge in Athem und Puls - Philosophische Studien, XVIII, I, 1901.
(194)	C. Darwin - L'espressione dei sentimenti nell'uomo e negli animali - Torino 1890. La prima legge  che i movimenti di espressione ripetono i movimenti abitudinali altra volta utili; la seconda, che per l'abitudine di rispondere con movimenti contrarj a eccitamenti contrarj, si compiono in corrispondenza di stati d'animo opposti, atti opposti anche se inutili.
(195)	G. Ferrero - La crainte de la mort - Rev. scientifique, III, 1895.
(196)	Le esperienze di S. Sherrington (Experiments on the Value of Vascular and Visceral Factors for the Genesis of Emotion - Proceeding of the Royal Society, vol. LXVI) sarebbero pi dimostrative di ogni altra, ma non possiamo prestarvi molta fede, sembrandoci inverosimile che, se l'operazione fosse stata efficacemente compiuta, i suoi cani avrebbero sopravvissuto. Lo Sherrington avrebbe operato 5 cani, facendo una sezione nella parte inferiore del midollo cervicale e sopprimendo le comunicazioni fra il cervello e il sistema del simpatico in rapporto coi visceri toracici, addominali e pelvici, separando le innervazioni vascolari dal centro vasomotore del bulbo, e rendendo cos indipendenti dal cervello la pelle e gli organi motori dalle spalle in gi; in altri due cani l'operazione si sarebbe complicata con l'aggiunta della sezione del vago nel collo. Nondimeno i cani avrebbero dato gli stessi segni abituali di emozione.
(197)	Cos il Wundt raggruppa i sentimenti sulla sola misura del polso, forte o debole, come sintomo pi generale di eccitazione o di calma, l'una e l'altro rallentato o accelerato come doppio sintomo generico di piacere o sollievo e di tensione o dispiacere. Ma pur tenendo conto, come altri fanno, della concorrenza di variazioni nella respirazione, nel battito cardiaco, nei riflessi patellari, nel tono e nel lavoro muscolare ecc. ecc., non si avrebbe mai una distinzione specifica delle emozioni, che di solito sono miste e sol prevalentemente di un tipo o dell'altro. Si aggiunga, che il confronto sui riflessi organici giova pi a riunire emozioni che alla coscienza appajono diverse, come si  osservato dal Lange (che avvicinava la collera alla gioia) in poi, anzich a differenziarle.
(198)	Considerata da A. Mosso (La Fatica) soltanto come un effetto dell'attivit psichica.
(199)	Che questa confusione vi sia basti a dimostrarlo la disputa suscitata dalle osservazioni di Morselli e Bordoni-Uffreduzzi (Sui cangiamenti di circolazione cerebrale prodotti dalle diverse percezioni semplici - Archivio di Psichiatria ecc., 1884), secondo i quali il tempo necessario perch si producano le modificazioni circolatorie intracerebrali in seguito a eccitazioni sensoriali  in grande ritardo rispetto al tempo fisiopsicologico della percezione, onde si concludeva, che queste variazioni sono appunto effetti e non cause del processo percettivo. A questi autori si uniscono poi Binet e Courtier (Effets du travail intellectuel sur la circulation capillaire - 3me Anne psychologique,  IV), che rilevano un ritardo di due secondi almeno nella modificazione del polso dell'avambraccio in seguito a un'impressione di sorpresa. Vedremo fra poco, che cosa si debba pensare di questo ritardo, non in favore della teoria James-Lange, ma neppure in vantaggio della teoria intellettualista. Qui ricordiamo, che per giustificare quella differenza di tempo si  detto (E. Gley - tudes de Psychologie physiologique et pathologique, Paris, 1903), che le cellule nervose hanno in s stesse la riserva per sopperire a un lavoro cos elementare, com' quello di una semplice percezione, senza aver bisogno di ricevere una maggior quantit di sangue. Ma le modificazioni circolatorie non sono dovute solo al processo di assimilazione e disassimilazione cellulare, bens anche all'innervazione motoria riflessa, ossia allo stato di tensione vasomotorio, modificabile per l'eccitazione come quello dei muscoli volontarj.
(200)	Sulle loro esperienze specialmente A. Mosso (Sulla circolazione del sangue nel cervello - Atti della R. Accademia di Lincei, 1880; La temperatura del cervello dell'uomo - Milano, 1894) e poi L. Patrizi (Primi esperimenti intorno all'influenza della musica nella circolazione del sangue nel cervello dell'uomo - Torino, 1896) e infine il Gley (citato nella nota prec.) concludono che, essendovi vasodilatazione cerebrale mentre vi  vasocostrizione periferica, si debbano intendere le due funzioni, concomitanti dei processi psichici, come indipendenti l'una dall'altra. Ora, se dopo i lavori del Mosso non sono sostenibili le opinioni di chi intende quell'antagonismo come un fenomeno di equilibrio, per cui perda la periferia quanto guadagna il centro, o che vi sia un richiamo centripeto del sangue ecc. - anche la soluzione riferita, di un'indipendenza reciproca,  transitoria, mentre bisogna credere che nell'organismo non vi siano funzioni indipendenti l'una dall'altra. Ma  appunto quello che la nostra distinzione fra i concomitanti organici potrebbe chiarire.
(201)	Ho tentato altra volta di dimostrare, come il trasformismo biologico attenda la sua integrazione da un simile studio. La selezione non pu essere il solo fattore delle variazioni organiche, perch agisce soltanto dal momento in cui i caratteri di variazione sono a bastanza pronunciati, da rendersi utili, come oggi si ammette. Quanto all'eredit, sia che i caratteri parentali si tramandino ai figli come gi preformati nell'uovo, sia che si tramandino solo per disposizioni organiche da svilupparsi sotto gli stimoli esterni, sia che si tratti soltanto di somiglianza nei rapporti biochimici delle molecole germinali rispetto a quelle dell'organismo genitore, l'eredit resta comunque anch'essa un fattore secondario di variazione; dovendosi ammettere che le piccole variazioni trasmesse per eredit siano prima acquisite dall'individuo genitore, tanto se poi ogni individuo figlio accumuli qualcosa sul carattere trasmessogli dal padre, quanto se, sotto gli stimoli ambienti, deva rifar tutto il cammino, raggiungere lo stadio paterno e oltrepassarlo. Se poi si ammette la teoria delle variazioni brusche per l'incrocio sessuale, ci non toglie che ci si debba ugualmente riportare al rapporto di ogni individuo con l'ambiente, mutando solo l'apprezzamento sulla qualit delle variazioni. All'adattamento individuale bisogna sempre ricorrere per esplicare secondo le diverse teorie o l'inizio del carattere differenziale, o l'accumulo sul carattere gi ereditato, o lo sforzo funzionale nel medesimo senso della disposizione ereditata, o lo sviluppo organico analogo a quello parentale sotto gli stimoli analoghi, o infine lo sforzo di adattamento all'ambiente di una specie bruscamente creata. Ora, adattamento vuol dire reazione psicofisiologica negli organismi provvisti di sistema nervoso: non basta l'uso e il non uso degli organi a spiegare le trasformazioni organiche (lo stesso Lamarck parlava dello sforzo interno); c' bisogno di definire le variazioni dipendenti dalla innervazione, che solo pu darci la direzione o qualit delle trasformazioni stesse.
(202)	Die Hauptgesetze des mench. Gefhlslebens - Leipzig, 1892.
(203)	Nella memoria gi citata a pag. 244. L'amore delle antitesi, dovuto all'abitudine analitica,  spesso d'inciampo al progresso scientifico, ed offre dei concetti errati sulla realt, perch ipostaticamente si credono vere esternamente le antitesi formate da noi col ragionamento parlato.
(204)	O. Vogt - Contribution a la Psychologie des sentiments - C. R. d. IV.me Congrs d. Ps., 1901. Egli afferma che nel piacere, breve (gioia) o duraturo (stato piacevole), aumenta la profondit della respirazione, e ne aumenta la frequenza nel primo caso, diminuisce nel secondo; mentre nel dispiacere (tristezza e stato spiacevole) la profondit di respirazione, meno e pi celere, diminuisce.
(205)	J. R. Angell e Simon F. Mc. Lennan (The organic Effect of agreeable and desagreeable stimuli - Psych. Rew. del luglio 1896) con una serie di ricerche pletismografiche dimostrano, che l'effetto organico di una eccitazione non risulta solo dalla natura dell'eccitante, ma dallo stato fisico e morale in cui si trova il soggetto al momento delle eccitazioni. Del resto, le loro conclusioni sui concomitanti organici di percezioni spiacevoli gustative e olfattive, si tengono sulle generali, e insistono piuttosto sul turbamento, cio sulla irregolarit e incoordinazione momentanea della respirazione e circolazione, anzi che sul carattere di questi turbamenti.
(206)	Rammentiamo ancora che, non solo lo stato organico in genere, ma altres lo stato organico di un momento qualsiasi, variando produce una variazione della coscienza che n' la funzione psichica: cos pu esser vero il caso descritto da M. De Fleury (Pathognie de l'epuisement nerveux - Revue de Mdecine, 1896, n. 2), di una domestica curata da grave anemia con iniezioni di acqua salata, la quale, in corrispondenza con una dose media, diveniva gaia, vivace, piena d'iniziativa, di malinconica e apatica ch'era per lo innanzi; e, con una dose pi forte, diveniva a dirittura collerica e violenta. Chi porta questi fatti a conforto della tesi Lange, dimostra proprio il contrario, che l'emozione non  determinata dai concomitanti organici immediati dipendenti dallo stimolo, ma dalla disposizione organica e quindi affettiva precedente in rapporto, non con la reazione, ma con lo stimolo; la reazione pu dopo inserirsi come un nuovo fattore della disposizione affettiva che segue.
(207)	G. Dumas - La tristesse et la joie - Paris, 1900.
(208)	Contribution  l'tude exprim. de l'influence d. l. musique sur la circulation et la respir. - Bordeaux, 1898.
(209)	Citato nella nota a pag. 262 [nota 200 in questa edizione elettronica].
(210)	Influence de la vie motionelle sur le coeur, la respiration et la circulation capillaire - III.me Anne psychologique,  V.
(211)	Gli autori fecero tre serie di esperimenti: la prima su individui diversi, la seconda sul medesimo individuo, la terza sul medesimo genere di eccitazioni (musicali). Si noti che tra le emozioni provocate, alcune furono vere e proprie emozioni, come quelle della vita comune, ottenute con artifici sui soggetti, che vi caddero inconsapevolmente, mentre eran loro applicati gli strumenti misuratori. Ecco pi particolarmente le conclusioni di questo studio: 1. Ogni emozione genera vaso costrizione, accelerazione del cuore e del respiro, aumento di ampiezza della scatola toracica, e ognuno di questi fatti  in proporzione diretta con l'intensit della emozione; 2. In qualche raro caso l'eccitazione sensoria dolorosa e l'emozione triste sono accompagnate da un rallentamento cardiaco; 3. La forma del polso capillare  la sola che appaia in corrispondenza con la qualit della emozione, rinforzandosi o attenuandosi il dicrotismo secondo il tipo di sentimento.
(212)	Cos, la classificazione delle emozioni secondo la reazione organica diventa una classificazione quantitativa, n pu essere qualitativa. Difatti il Ribot, che pur accetta la tesi del Lange, deve ricorrere per classificare le emozioni ad una teoria dei bisogni serialmente considerati, assai meglio adeguata alla complessit di questi fenomeni.
(213)	Si confrontino le note a pag. 239 e a pag. 262 [note 187 e 199 in questa edizione elettronica].
(214)	Quest'ultimo nella sua memoria: The Physical Characteristics of Attention - Psych. Rew., III, 1896, citato dal Binet e dal Gley.
(215)	A. Binet e J. Courtier - Effets du travail ecc. citato in nota a pag. 262 [nota 199 in questa edizione elettronica]. La seconda conclusione, che un lavoro intellettivo di pi ore con immobilit relativa del corpo produce rallentamento cardiaco e diminuzione della circolazione capillare periferica, non riguarda pi il rapporto psicofisiologico immediato, e va di pari passo con ci che il Dumas riscontrava negli stati emotivi di lunga durata.
(216)	E. Gley - tudes de Psycologie physiologique et pathologique - Paris, 1903. Anche qui l'altra conclusione , che prolungandosi il lavoro mentale, il cuore tende a rallentare le sue pulsazioni. Ma ecco pi specificatamente il quadro esposto dall'autore dei dati risultanti dalle sue ricerche. Durante il lavoro intellettivo si ha: 1. Aumento del numero delle pulsazioni cardiache; 2. Dilatazione dell'arteria carotide e dicrotismo pi accentuato del polso carotideo; fenomeni inversi alla radiale; 3. Questi caratteri aumentano con l'attenzione pi intensa; 4. Persistono qualche tempo, quando  cessata l'operazione cosciente; 5. Non possono dipendere n da mutamenti dell'attivit cardiaca, n dalla respirazione; 6. Si riferiscono a un'influenza vasomotrice.
(217)	F. Kiesow - Versuche mit Mosso's Sphygmomanometer ber die durch psychische Erregungen hervorgerufenen Vernderungen des Blutdrucks beim Menschen - Philos. Stud. XI (tradotto in francese nell'Arch. it. de Biologie, XXII).
(218)	H. Hirsch - Ueber Vernderungen von Puls und Athmung bei einiger psychischer Zustnden - St. Petesburger medicinische Wochenschrift, XXIX, 1899.
(219)	Difatti il Binet, questa volta in collaborazione con N. Vaschide (Influence du travail intellectuel, des motions et du travail phisysique sur la pression du sang - III.me Anne psych.,  VI.), istituendo anch'essi esperienze comparative per mezzo dello sfigmomanometro del Mosso, giungono a formulare la seguente serie graduale delle variazioni, ch' la perfetta riprova delle nostre vedute e dell'equivalenza psicofisiologica di tutte le prove:
	1. Eccitazioni forti, faticose o snervanti = aumento medio di 10-15 millimetri di pressione;
	2. Lavoro intellettivo intenso = 20 mm.;
	3. Conversazione animata e movimentata = 25 mm.;
	4. Emozione spontanea fortissima, piacevole o dolorosa = 30 mm.;
	5. Dispendio di forza muscolare (lasciando libert di respirazione) = 30 mm.
(220)	Ch. Fr - Sensation et mouvement - Paris, 1900.
(221)	Per essi specialmente  stato adottato il nome d'innervazione motoria.
(222)	Per es. Tamburini e Seppili - Ricerche sui fenomeni di moto ecc. - Riv. sperim. di freniatria - Reggio Emilia, 1882.
(223)	G. Rageot - Les formes simples de l'attention - Revue philos., A. XXVIII, N. 8, 1903.
(224)	A. Binet - Attention et adaptation - VI.me Anne psychol.,  V.
(225)	A patto per di stare anche attenti all'oggetto che si trova nel punto visivo (Hermann's Handbuch d. Physiologie).
(226)	Del resto non  poi vero nemmeno questo, che l'appercezione di stimoli contigui sia dovuta a un movimento successivo dell'attenzione sugli stimoli, per cui l'attenzione diverrebbe sinonimo qui di associazione per contiguit, come lo diverrebbe per somiglianza dell'uno stimolo su l'altro, nel significato che ora ricorderemo. Nella maggior parte delle percezioni non si tratta di una rapida successione percettiva, ma di una complessit istantanea del percetto: il musicista sa bene, che non ha bisogno di scorrere, sia pur velocissimo, su tutte le note da eseguirsi insieme, quelle in chiave di violino e quelle in chiave di basso, ma le abbraccia in una sola occhiata; cos il telegrafista non interpreta segno per segno, ma gruppo per gruppo; cos noi parola per parola; cos per ultimo esempio una signora per via squadra l'altra, non dall'alto al basso, ossia successivamente, ma nell'insieme, e qualche volta soltanto con la coda dell'occhio, senza fissare. Per le percezioni degli altri organi sensori la cosa  ancora pi evidente.
(227)	Mettiamo in nota due questioni che si sogliono fare a questo proposito. Alcuni, come il Mnsterberg, osservarono, che l'intensit dello stimolo diminuisce, portandovi sopra l'attenzione; altri, come il Lange, sostennero accanitamente il contrario. Ma  forse question di parole: se intensit  l'importanza soggettiva (affettiva) che prende lo stimolo a cui stiamo attenti, essa pu del pari crescere o diminuire. Se intensit  l'efficacia oggettiva a parit di condizioni soggettive, posso chiamare pi intenso lo stimolo visto di quello fissato o viceversa, secondo che voglio riferirmi all'imponenza dello stimolo, dir cos, grezzo, come maggiore, perch men limitata di quella dello stimolo distinto e sceverato, o viceversa alla maggiore efficacia particolare rispetto a quella pi diffusa. Comunque sia, nemmeno in questa differenza d'intensit pu consistere la coscienza attentiva, se la si cerca fuori della percezione: lo stesso fatto si avvera, a parit di stato di attenzione, quando, per esempio, essendo miope, guardo gli oggetti lontani senza lenti e poi con le lenti: nel primo caso sono pi grandi e pi diffusi, nel secondo pi piccoli e pi nitidi. Il Lange difatti riporta la chiarezza e l'intensit migliore all'elemento motorio che le condiziona: l'attenzione  dunque il movimento? Si parla poi molto delle oscillazioni dell'attenzione, nettamente determinate con gli esperimenti. Psicologicamente parlando esse sono intermittenze percettive: ma ogni teoria esplicativa di questo fenomeno non pu essere psicologica, bens fisiologica. Il Lehmann (Ueber die Beriehung zwischen Athmung und Aufmerksamkeit - Philos. Stud. IX) dice, che le oscillazioni delle percezioni visive sono prodotte dalla respirazione e dalle variazioni dei movimenti di accomodazione; ma perch non risalire alla fonte comune, dell'eccitazione nervosa? Il medesimo fatto, che si verifica nel campo sensorio, si avvera nel campo motorio, come il tremito che accompagna una contrazione muscolare volontaria molto intensa e duratura: la causa  la stessa. E la causa ancor pi profonda sta forse nella propriet chimica del protoplasma, di essere un composto di equilibrio instabile, continuamente rinnovantesi nel ricambio. Forse l'eccitazione perci si compie, si scusi la metafora, per successive scariche: certo, ogni funzione inerente al sistema nervoso appare ritmica e circolante. Queste oscillazioni attentive non sono nulla di peculiare all'attenzione.
(228)	Th. Ribot - Psychologie de l'attention - Mi riferisco al 1 e 2 capitolo della 5 edizione (Parigi, 1900).
(229)	The Human Mind - I. Ma i centri sensorj sono poi altri da quelli motorj? Si  veduto che non vi  differenza di azione centrale motoria e sensoriale, come questi autori convengono che non ve ne sia fra centri motori e centri inibitorj. Si noti la grande convergenza di concetti parziali, alla quale manca soltanto una sintesi finale.
(230)	W. Heinrich - Die Aufmerksamkeit und die Funktion der Simsorgane - Zeitsch. f. Psych. u. Phys. d. Sinn., IX e XI; e J. Roubinovitch - Des variations du diamtre pupillaire en rapport avec l'effort intellectuel - Comptes rendus d. san. d.Congrs int. d. Ps., 1901.
(231)	Ch. Fr - Note sur la Physiologie de l'attention - Rev. philos. A. XV. Uno dei pochi casi d'inibizione attentiva  quello attribuito dal Ribot al sentimento di sforzo, che accompagnerebbe sempre l'attenzione volontaria, e sarebbe dovuto alla sospensione del respiro, sentimento che non ha valore diverso da tutta la rimanente sensibilit cenestetica muscolare. Di fatti, la sospensione del respiro, come nell'esempio che l'autore riporta dal Ferrier, di far l'atto di scaricare una pistola senza eseguire effettivamente il movimento, non  che un accomodamento organico, per non turbare l'esattezza dell'azione, quando si effettuasse; analogamente, se si trattasse di attenzione, mettiamo a uno stimolo visivo, la sospensione del respiro  un riflesso inibitorio organizzatosi da tempo per non turbare la netta visione, e cos via.
(232)	J. Grier Hibben - Sensory Stimulation bu Attention - Psych. Rev. II, 1895.
(233)	La questione  appunto cos messa da F. H. Bradley - Is there a special Activity of Attention? - Mind, XI, citato dal James.
(234)	A pag. 421 del suo Developpement mental chez l'enfant et dans la race - Paris, 1897.
(235)	W. Preyer - L'me de l'enfant - Paris, 1887.
(236)	Autore degli tudes sur l'enfance - Paris, 1898, dove per non si tratta la questione, per la quale si cfr. The Human Mind, I. - A questa triade si aggiunga B. Perez (Les trois premires annes de l'enfant - Paris, 1892), che si appoggia alle teorie del Ribot.
(237)	L. Marillier - Remarques sur le mcanisme de l'attention - Rev. philos., XXVII, 1889. "Le sensazioni, immagini o idee, egli dice, agiscono le une sulle altre in ragione della loro intensit, e soltanto di questa..... Io credo che i fenomeni di attenzione si possono spiegare con le differenze d'intensit delle rappresentazioni..." Egli avrebbe potuto aggiungere, che l'intensit (affettivit) della rappresentazione  sensoria e motoria in pari tempo, e non per processi diversi.
(238)	VIII.me Anne psychologique,  VII.
(239)	Si confronti spec. Th. Ribot - Le rle psychologique des mouvements - Rev. phil. 1879; James - The Feeling of Effort - Boston, 1880; E. Gley - Le sens musculaire et les sensations musculaires - Rev. phil. 1885; Gley et Marillier - Expriences sur le sens musculaire - Rev. phil. 1887; e i resoconti della 1. sessione del congresso intern. di Psic. fisiologica, 1889.
(240)	Ch. Bastian - Les processus nerveux dans l'attention et la volition - Rev. phil. XXXIII, 1892.
(241)	 ci che nota a questo proposito, contro la teoria di Delboeuf, P. Janet a pag. 471 del suo Automatisme psicologique - Paris, 1899.
(242)	Alludo alla questione del libero arbitrio, trattata dal James senza aver prima fatta la critica logica del nostro concetto di libert.
(243)	Oggi non si pu pi intendere l'istinto come una trasmissione ereditaria di attivit preordinate e necessarie, ossia, come dicono i filosofi, innate, ma, organicamente, come una tendenza funzionale. Non si eredita la funzione, ma l'organo atto a quella funzione. Cos un moto istintivo non c' in nessun posto prima che si compia, e, quando si attua,  un fatto nuovo e una nuova esperienza; la sua particolarit sta solamente nell'essere preferito ad ogni altro nella scarica motoria dell'eccitazione stimolata: ma il rapporto fra stimolo ed atto  essenzialmente il medesimo degli altri casi.
(244)	 la tesi dei Gley, Marillier ecc. gi citati. Si confronti anche l'Henri - Revue gnr. sur le sens musculaire - V.me Anne psych.,  XVI.
(245)	Non importa niente affatto, che la rappresentazione vittoriosa sia una rappresentazione di movimento. Se io uscendo sto in dubbio, se fare una passeggiata all'aperto o una visita, che da tempo ho trascurato, e poi mi decido per l'una o per l'altra, le rappresentazioni di movimento collegate alle due idee antagonistiche, realizzantesi nella parola pensata o nella visione degli alberi oppur della persona da visitare, sono analoghe, trattandosi di muover le gambe per raggiungere questo o quel fine. Se vince l'idea di fare la mia visita, niuno vorr sostenere, che io mi rappresento pi intensamente il salire le scale di quella casa o altro di simile.  appunto l'ipotesi di una coscienza motoria specifica che ha fatto insistere gli psicologi sulle idee di movimento come caratteristiche dell'azione volontaria.
(246)	Questa differenza a dir vero  pi del nostro modo d'interpretare il James, che di lui: il quale non si sofferma a distinguere la volont generale n dall'azione puramente riflessa n dalla volont di scelta.
(247)	J. Dallemagne - Phisiologie de la volont - Encyclop. sc. des aide-mm., N. 201 B.
(248)	Pure convenendo, che "la distinzione fra cellule sensitive e motorie non ha alcun significato fondamentale", che "tutte le cellule sono motrici"; qui si tratterebbe dei centri motori per eccellenza, ossia di quelli della zona rolandica.
(249)	Si vede ormai, che non soltanto non vi ha una coscienza a s, ma non vi hanno neppure fatti psichici a s. Il che non dovrebbe meravigliare il critico attento, perch lo stesso  poi d'ogni qualit o energia del mondo, che sol per astrazione si considera fuori del suo complesso: perci la domanda, del come la coscienza si aggiunga all'eccitazione nervosa nella reazione agli stimoli  altrettanto ingenua, che la domanda, del come il calore si aggiunga alle altre energie nella composizione dei corpi. E quanto al problema, del perch la coscienza possa causare una contrazione muscolare (mentre non  la coscienza, ma l'eccitazione cosciente che la causa), esso  il medesimo, del perch l'eccitazione stessa la determini, o, mettiamo, la corrente elettrica produca luce. Se vi  un carattere costante, che accompagna tanto la luce, quanto l'elettricit; tanto la contrazione, quanto l'eccitazione (e ve ne possono essere infiniti, oltre il movimento atomico ipoteticamente ammesso), sono almeno altrettanto reali gli altri eterogenei quanto lo  questo omogeneo, e nulla osta che vi se n'aggiunga uno ultimo, che diciamo coscienza, efficiente con gli altri e per gli altri.
(250)	Di solito si crede che questo sia un processo deduttivo anzich induttivo. Al contrario, deduzione non vuol dire inferenza dal generale al particolare, ma inferenza da una o pi leggi ad un'altra legge, figliata dalla prima o sorta nell'integrazione di altre intersecantesi. Ci vorrebbe un intiero trattato di logica per dissolvere molti equivoci, dai pi inosservati, che si annidano nei concetti d'induzione e di deduzione, che a prima vista sembrano cos chiari. Il concetto classico del sillogismo  un punto di vista parziale e confuso; portarlo nella logica delle scienze per ispiegare la deduzione  fare come quei maestri che riportano l'antica idea dell'attrazione esercitata dall'ambra stropicciata per parlare poi di elettricit.
(251)	Per la storia di queste classificazioni, si confronti per tutti: P. Malapert - Le caractre - Paris, 1903.
(252)	Per es. lo studio sul Gambetta del Laborde, sul Taine del Giraud, ecc. Ottimo invece  il ritratto psicologico di P. Hervieu del Binet (pubblicato nella X.me Anne psych.), del quale autore ora diremo. Intanto ci pare, che il miglior soggetto di studio, non sia l'uomo illustre, ma la persona che meglio possiamo avvicinare e sottoporre ad esperimenti pi numerosi.
(253)	A. Binet et V. Henri - La Psychologie individuelle - II.me Anne psychol.,  IV. Vi si trover anche la parte storica.
(254)	Il Binet (L'tude exprintentale de l'intelligence - Paris, 1903) mette in pratica i suoi metodi, con uno studio sperimentale sull'intelligenza, che diventa poi uno studio vero e proprio sul carattere, eseguito per mezzo di venti serie di esperimenti mentali sopra le sue due bambine. Riporto dalla pag. 307 la lista dei testi mentali:
	1. Scelta di 20 parole.
	2. Suggestione per mezzo di parole.
	3. Frasi da scrivere.
	4. Frasi da terminare.
	5. Tema da sviluppare.
	6. Evocazione di ricordi.
	7. Descrizione d'oggetti.
	8. Descr. d'un fatto successo.
	9. Cancellare delle lettere.
	10. Ripetiz. immediata di cifre.
	11. Copiare.
	12. Copiare all'otturatore.
	13. Tempo di reazione.
	14. Memoria di versi.
	15. Memoria di parole.
	16. Memoria degli oggetti.
	17. Memoria di un racconto.
	18. Memoria di un disegno.
	19. Riproduzione di una lunghezza.
	20. Riproduz. di un intervallo.
...
FINE.